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Da paese dei balocchi a terra di nessuno

Da paese dei balocchi a terra di nessuno

Il «Munich» a San Pietro in Bevagna

Nei resti della vecchia discoteca a San Pietro in Bevagna: oggi la decadenza, tocca noi ricostruire

03 Aprile 2022

Omar Di Monopoli

Primavera tardiva. Tre giorni fa i fiori sembrano finalmente sul punto di sbocciare e così, complice un imprevisto distacco della corrente elettrica nel quartiere in cui vivo, mi metto in macchina e veleggio verso la litoranea. L’aria è tersa, la temperatura in salita, il profumo del mirto e dell’elicriso s’insinuano di prepotenza nell’abitacolo mentre raggiungo il mare. Giunto nei pressi della foce del Chidro sorpasso una pila di rifiuti accatastati lungo il margine della strada per fermarmi a contemplare il panorama dal finestrino: un pescatore isolato sull’ansa formata dalla sorgente, un vorticar di gabbiani, quattro turisti teutonici in fila sulla battigia.

Più in là alla mia destra c’è una grossa struttura cadente, cinturata da una paratia di cemento semisbriciolato. Si staglia nel bel mezzo di un’area retrodunale e pare delimitare con irruenza lo stacco tra il placido andirivieni dei marosi e la filza di casamenti abusivi che s’infittiscono per diventare San Pietro in Bevagna. Si tratta dei resti del Munich Club, la discoteca della mia adolescenza, uno dei punti di aggregazione più gettonati della costa negli Ottanta, chiusa nel 1995 e da allora lasciata lì a marcire nel degrado più assoluto. Scendo dall’auto e mi dirigo all’ingresso dello stabile. Il tempo ha corroso le cancellate e tra le gigantesche voragini della recinzione s’intravede ora quella che una volta era stata una sbrilluccicante pista da ballo. La curiosità mi spinge a proseguire. M’intrufolo tra le porte scardinate per ritornare a calcare il pavimento di quello che per almeno un paio di generazioni di villeggianti pugliesi è stato un luogo magico. Ma la scena che mi si presenta dinanzi agli occhi è desolante: colonne sbreccate, cumuli di ciarpame, infissi divelti e impalcature sbrindellate.

Mi ritrovo a pensare al me imberbe che si dimenava quaggiù al ritmo delle hit del periodo, la combriccola allegra degli amici a far da cordone. Ricordo i bagni all’alba dopo una notte di balli scatenati. Le infradito coi jeans abbandonati sulla sabbia. Gli Apecar smarmittati dei villani che s’impadronivano dell’orizzonte. E poi l’odore della salsedine che ammantava le giornate di scirocco mescolandosi ai sentori dei pomodorini maturi. La spensieratezza un po’ zarra che ci rendeva sicuri non potesse esserci altro che un futuro migliore per queste lande allora cariche di sogni, sogni che adesso somigliano tanto a questa discoteca diroccata. Una terra dei balocchi devastata, spolpata sino all’osso da saccheggiatori anonimi eppure voracissimi. Una replica in sedicesimo, quasi, di quelle immagini di città sotto assedio che stanno accompagnando queste nostre ultime, complicate settimane. La festa sta finendo, è evidente. Pure, mi ripeto, spetta a noi rimboccarci le maniche e ricostruire. Perché nessun altro lo farà al posto nostro.

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