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Gli Angeli del soccorso

HH-139 dell'84°Csar

GIOIA DEL COLLE - Ogni volta che si trova a passare dal porto di Bari, lo sguardo non può fare a meno di fermarsi sul relitto bruciato, ormeggiato alla banchina, del traghetto “Norman Atlantic”. Il  tenente colonnello Alessandro Antico, pilota elicotterista dell’84° C/Sar (Combat search and rescue) , chiude gli occhi e riavvolge la pellicola della “madre di tutte le missioni”. Quella che lo riporta alla notte del 28 dicembre 2014. Quando trascorse 12 ore in volo, tra onde alte sei metri, vento a raffiche, colonne di fumo e fiamme, per salvare le centinaia di persone rifugiate a prua, l’unico posto risparmiato dal fuoco. Ma di solito la prua è anche la parte più esposta a rollio e beccheggio.

I ricordi non si cancellano, si custodiscono, rivivono, si raccontano, rappresentano i mattoni che costruiscono la vita di un pilota del soccorso: “La scena era surreale. Dovevo tenere l’elicottero fermo il più possible, assecondando il moto ondoso che faceva andare su e giù la nave, per impedire che la cesta utilizzata nelle operazioni di recupero dei naufraghi sbattesse contro qualche ostacolo. Il mare era forza 8. Con forza 7 non si decolla, soprattutto di notte quando mancano i punti di riferimento. Quella domenica si doveva comunque volare. C’erano vite umane da salvare, donne e bambini da recuperare, non si poteva tentennare. A volte la differenza tra la vita e la morte la può fare l’incertezza. Così abbiamo preso i visori notturni Nvg e siamo partiti”. Il fotogramma del comandante dell’84° è nitido: “Vedevo tutte le automobili bruciate addossate su un fianco del traghetto inclinato. Sembrava di essere su un set cinematografico”.   

Dalla “Norman Atlantic” in balia del canale d’Otranto, all’aeroporto Brindisi e viceversa. L’equipaggio dell’elicottero carica coperte per riparare dal freddo le persone ancora bloccate sul traghetto e scaricare gente infreddolita, impaurita, ferita, disperata.   Una, due, tre volte. Avanti e indietro. Fino all’alba.

A dare un’occhiata ai filmati della missione rintracciati su internet si rimane senza fiato. Non è un film. E’ qualcosa di più. E’ la realtà che supera l’immaginazione. Bisogna vedere per capire le difficoltà operative della missione e la professionalità di chi era a bordo degli HH139A in hovering sulla nave. Dopo quella domenica l’84° C/Sar (la C sta per Combat) è diventato il reparto più decorato del soccorso aereo. Medaglie al valore di bronzo e d’argento per chi vigila sulla sicurezza di cinque regioni del Sud, assicurando la prontezza operative in 30 minuti dalla chiamata. “Beh, se è necessario, andiamo in volo anche in 15 minuti”, dice con un pizzico di orgoglio Antico. I riconoscimenti fanno piacere. Gli abbracci dei familiari al ritorno dall’inferno e la consapevolezza di aver svolto al meglio il proprio lavoro non si dimenticano mai.

Nella sala di ritrovo degli equipaggi, sulla cappa del camino della sede del reparto nella base di Gioia del Colle, fa bella mostra un giubbotto di salvataggio di colore arancione. “E’ quello indossato dal primo naufrago  portato in salvo. Ci ricorda sempre lo scopo del nostro lavoro: salvare vite umane”.
  
“Quelli della notte”, li hanno ribattezzati. E’ stato così anche per la “Ezadeen”, la nave-bestiame  zeppa di migranti, abbandonata dall’equipaggio e rimasta senza carburante in mezzo al mare del Salento. Sempre di notte. Il telefono squilla nella base. Bisogna partire. Antico indossa i visori e va. Sembra di stare al luna park: altro giro,altra corsa. Stavolta deve calare col verricello l’equipaggio di… riserva. Marinai in grado di ripendere il controllo della nave. Chissà perchè, le richieste più complesse arrivano sempre di notte.

Oggi il turno di allarme di 24 ore tocca ad un altro equipaggio. I piloti sono nella palazzina bassa che ospita l’84°. Specialista, infermiere e aerosoccorritore completano la cinquina. L’elicottero è nell’hangar. Una macchina snella, veloce, tecnologicamente avanzata, in grado di ridurre I tempi di intervento rispetto al passato. Oggi, col radar di scoperta e le apparecchiature all’infrarosso, cercare un corpo in mare è molto più facile.

Il capo equipaggio spiega: “In attesa della richiesta di intervento, non restiamo mai on le mani in mano. L’addestramento, soprattutto mentale, continua. Come? Ad esempio, simulando una missione. Individuiamo un obiettivo e pianifichiamo il più possibile gli eventuali imprevisti, studiamo le rotte alternative da utilizzare in caso di condizioni meteo avverse, localizziamo i punti idonei al rifornimento e gli aeroporti più vicini. Insomma, è difficile annoiarsi”.

Escursionisti da cercare, recuperi da zone montuose, malati da trasportare, incendi da spegnere. E poi terremoti, crolli, alluvioni, missioni estere. Lì dove c’è un problema serio, “quelli della notte” ci sono.  La macchina nazionale del soccorso li impiega come extrema ratio, l’ultima risorsa: loro vanno dove gli altri non possono arrivare.  

Poi c’è quella lettera “C” di combat. Il reparto è uno dei fiori all’occhiello dell’Aeronautica militare ed è nato soprattutto per il recupero dei piloti abbattuti. Magari, giusto per non annoiarsi, dietro le linee nemiche. Ecco, allora, le missioni combat, caratterizzate dal volo tattico ad una manciata di metri dal suolo, scansando gli ostacoli come in un videogioco. Oppure l’utilizzo di uomini e mezzi  per scongiurare le minacce più insidiose, come quelle di un utraleggero o di un drone che a bassa velocità potrebbero piombare sulla folla in occasione dei macroeventi: G7, G20, i viaggi del Papa, gli incontri tra delegazioni diplomatiche. L’elenco è lungo e variegato. Adrenalina e sangue freddo, emozione e coraggio, rischio e addestramento. Ma basta un sorriso di gratitudine per ripartire di nuovo. 

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