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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Quando il calcio perse il «professore»

Angelo De Palo, il ginecologo prestato al Bari e alle sue emozioni

Quando il calcio  perse il «professore»

Sono stato unico testimone della parte finale di un galantuomo irripetibile e carico di umanità: il prof. Angelo De Palo, illustre ginecologo, dalla maggior parte conosciuto come il patron del Bari calcio. Sin dai tempi del liceo, poco più che sedicenne, era tifoso del Bari. Aveva vissuto da spettatore entusiasta la grande giornata del 15 gennaio 1928 quando la squadra, dopo un epico duello con la Fiorentina, sbarcava per la prima volta in divisione nazionale. Durante il periodo da studente universitario a Torino, negli anni Trenta, aveva cominciato a seguire ogni domenica il Bari nelle trasferte che effettuava al nord, sia in A che in B. Laureatosi in medicina, ottenuta la specializzazione e, tornato nella sua Terlizzi dove era nato il 24 marzo 1909, Angelo De Palo si trasferiva poi nel capoluogo pugliese alternando la sua già valorosa attività di ginecologo a quella di super-tifoso del Bari. Era l’unica sua vera, grande passione. Per l’intera settimana, mattina, pomeriggio, sera e anche la notte, era impegnato nella sua professione. La domenica, invece, era tutta dedicata al Bari.

Nei suoi programmi, tuttavia, c’era la creazione di una moderna clinica per partorienti. Voleva costruirla a sue spese, con i risparmi realizzati in 20 anni di duri sacrifici e di lotte. Aveva subito un colpo tremendo perdendo il figlioletto appena nato. A questo si aggiungeva poi la “guerra delle baronie universitarie” che lo eliminava, crudelmente, dal gioco delle cattedre.

L’interesse crescente per il Bari diventava forse anche un modo per disintossicarsi da tutte le amarezze e i colpi subiti. L’occasione di entrare a far parte della società arrivava a luglio 1961: il Bari era precipitato di nuovo in B. Occorreva riorganizzare di colpo squadra e società. I soliti amici, facevano il nome del Prof. Angelo De Palo che, sensibilizzato da un po’ da tutti finiva per accettare ed entrare nelle vicende di quel Bari che aveva sempre seguito da semplice tifoso di tribuna.
«Meglio la giunga del calcio – diceva – che quella delle faide universitarie!».

Per sedici lunghi anni è rimasto da solo nell’ingrato e difficile ruolo di presidente del Bari. Nel momento stesso in cui aveva ancora una volta realizzato il programma di una ennesima promozione mancava nel più assurdo dei modi. Ed è stato in quel momento che da solo ho vissuto le ultime ore del “grande” professionista e uomo.
Eravamo a fine luglio 1977 e il prof. De Palo annunciava il riscatto definitivo delle comproprietà di Penzo, Punziano ed Agresti e comunicava ufficialmente che il Bari, dopo anni di attesa, aveva finalmente un suo «general manager»: Carlo Regalia. Un antico proverbio francese dice che il buonsenso è un fiore che spunta sempre in ritardo. L’importante, però, è che riesca lo stesso a sbocciare.

Carlo Regalia, dava, così, l’addio alla panchina. Assumeva un nuovo impegno che svolgerà, per la prima volta, in favore del Bari, il cui presidente De Palo aveva lanciato fra gli allenatori italiani a luglio 1972. Il prof. De Palo, indebitandosi, investì come mai prima gli era capitato. Consegnava a Losi una squadra degna per un campionato impegnativo. La preparazione cominciava il 25 luglio a Poggio Bustone, un centro ai piedi del Terminillo, sui monti reatini. Dei 24 convocati non si presentava Stefano Pellegrini. Sembrava dovesse trattarsi del solito “male” momentaneo di stagione. Viceversa, Pellegrini teneva duro, irrigidendosi sulle sue posizioni: «o la Roma mi da 30 milioni o non vado al Bari». Una frase che il giocatore doveva ripetere per giorni e giorni ancora. Il prof. De Palo, seccatissimo, decideva di portarsi personalmente vicino alla squadra, in ritiro, per tentare di risolvere personalmente il caso Pellegrini. Arrivava a Leonessa – vicino Poggio Bustone - la sera di domenica 31 luglio. Il giorno dopo, il 1° di agosto, si tratteneva con me che gli presentavo il primo impaginato del volume Bari Si, Bari no complimentandosi per il lavoro fatto. C’era della gioia ma pure dell’amarezza nelle espressioni del prof. De Palo. La mattina successiva, il 2 agosto, dopo che la sera precedente aveva lamentato alcuni disturbi di stomaco, il «presidente» assisteva al primo allenamento a due porte del nuovo Bari. Nel pomeriggio, arrivava all’improvviso, il dramma. Il prof. De Palo, nella stanza 207 dell’albergo La Torre di Leonessa avvertiva un malessere che non faceva assolutamente pensare a quello che poi sarebbe accaduto.

La moglie, la signora Maria Carla Girone mi chiamava: cominciai così a vivere da vicino il dramma e la lunga corsa disperata in ambulanza per portare il prof. De Palo da Leonessa sino a Roma per il ricovero al Policlinico Gemelli. Ho vissuto, nel mio servizio giornalistico di quei terribili giorni, minuto per minuto le prime sei ore del grave malessere che ha colpito il prof. De Palo. Eravamo assieme, io e il prof. De Palo, a Leonessa, 2800 abitanti, un centro che tiene fermo un pensiero di Victor Hugo: «Il turista viene a cercare un punto panoramico, il pensatore vi trova un libro immenso». Non avevamo potuto sistemarci a Poggio Bustone, con la squadra in ritiro, per mancanza di disponibilità ricettiva. Il «professore» è felicissimo di rimanere per qualche giorno vicino al suo Bari e poter sistemare definitivamente il caso Pellegrini. In mattinata, assieme a Regalia, seguiamo la partitella in famiglia della squadra. I giocatori salutano il «presidente» affettuosamente con una stretta di mano.

C’è un forte sole e, dopo la partita, il prof. De Palo vuole sedersi sotto il pergolato di Villa Tizzi. A colazione è loquace, allegro. Scherza prima con me e poi con sua moglie. Ci lasciamo dandoci appuntamento per il pomeriggio, quando avrebbe dovuto chiamare Roma per parlare con Moggi, il manager della Roma, sensibilizzato al caso Pellegrini. finisco appena di dettare il servizio per il Corriere e mi sento chiamare dalla signora Maria Carla che mi dice: «Trovi subito un medico, Angelo sta male». Corro in paese e mi è facile rintracciare il medico condotto: il dr. Luigi Pascali, trentaquattro anni, oriundo pugliese, da sei anni a Leonessa. Il dr. Pascali entra nell’appartamento occupato in albergo dal prof. De Palo, ascolta quello che gli riferisce la moglie del «professore» («Angelo si è autodiagnosticato: è un ictus») effettua la visita, pratica le prime cure d’urgenza e ordina il ricovero immediato in ospedale. In paese è disponibile una autoambulanza: alle 18 si parte dopo che la signora Carla ha parlato per telefono con il prof. Eugenio Ferrari direttore della Cattedra di Neurologia all’Università di Bari. Il dr. Pascali consiglia il ricovero al più vicino ospedale di Rieti. Il prof. De Palo, lungo il tragitto, non riuscendo più a far uso della parola, scrive sul ricettario del foglietto del medico di voler essere portato a Roma oppure a Bari.

«Sentite Eugenio» scrive: e l’ultima sua espressione «mi raccomando al Bari» la conservo con affetto. Vicino al «professore» ci sono la moglie ed il medico. Seguo l’autoambulanza in macchina. Ogni tanto l’autoambulanza si ferma ed attingo notizie. Si arriva alle porte di Roma ed il medico mi dice che le condizioni del «professore» sono peggiorate. All’imbrunire siamo dinnanzi al Policlinico Gemelli. Qui balza, in evidenza l’amara realtà del mondo in cui si viveva: trovano difficoltà al ricovero. Assieme alla signora Maria Carla sgrido e sbraito contro tutti. Mi rispondono male gli infermieri. Il prof. De Palo è lì. Da oltre venti minuti, immobile, in barella, nell’autoambulanza.

L’illustre ginecologo-chirurgo che ha volato da una parte all’altra dell’Italia per salvare centinaia, migliaia di pazienti, è ora in ambulanza, senza che nessuno faccia nulla. Mezz’ora dopo, finalmente, il benestare per portarlo in clinica: ci sono, però, gli infermieri che fanno appello al contratto sindacale, sostenendo che non spetta a loro trasportare la barella dall’autoambulanza alla sala visite.

L’autista dell’autoambulanza è solo: il comune di Leonessa non può permettersi il lusso di due persone. Lo aiutiamo io ed il dr. Pascali a sollevare la barella ed a portarla oltre l’ingresso del pronto soccorso. Sottolineo agli addetti ai lavori la gravità del caso. La signora Maria Carla è sconvolta, esterrefatta, di fronte all’assurda situazione creatasi. Al «professore», finalmente, vengono effettuati i primi accertamenti clinici: arrivano altri medici. Si saprà poi che da Bari sono giunte telefonate dei professori Marinaccio, Bonocori, De Blasi, Ferrari, Ginevrino. De Palo viene ricoverato nel reparto rianimazione. Sono scioccato e distrutto anche io: guardo il professore mentre lo trasporto sul lettino a rotelle e ricordo la frase che spesso mi diceva, imitando Winston Churchill: «Le cose impossibili sono quasi sempre riuscito a farle. Per i miracoli ho bisogno di un po’ più di tempo». Li aveva fatti salvando mamme e bambini. Di giorni ne passavano sette: giorni lunghi e tristi, con i giocatori sconvolti e la folla di tifosi in ansia e che seguivano ora per ora l’evolversi delle condizioni del prof. Le speranze si riducevano sensibilmente e la sera del 9 agosto alle 22, il cuore del «presidente-galantuomo» cessava di battere. Piangevano i giocatori, i tecnici, i familiari, gli amici, i migliori professionisti, ma piangeva soprattutto una folla che per 16 lunghi anni lo aveva amato e stimato.

L’addio al «professore» era dato il giorno 12 agosto a Terlizzi, la sua cittadina: oltre ventimila persone a rendere omaggio al «presidente-galantuomo», all’uomo che, in pratica, aveva sacrificato la sua vita per il Bari. La gente era sfilata lenta per porgere l’ultimo saluto al professore, al presidente, al collega, all’amico. Così per ore.
Nel primissimo pomeriggio entrava nella chiesa di S. Ignazio un giovane in jeans e maglietta bianca, si inginocchiava vicino alla sua bara e con occhi lucidi gridava: «Professore, sono stato un tifoso contestatore, vi chiedo perdono». «Il calcio italiano – si leggeva – perde un grande dirigente. Il prof. De Palo aveva portato nel mondo del calcio uno stile nuovo. Quando si parlava con lui, non si parlava con un dirigente, con un presidente, ma con un gentiluomo di antico stampo di cui il mondo è sempre più povero».

Era stato lui, a scoprire tanti giocatori e allenatori. A metà della sua carriera di dirigente calcistico, veniva eletto pure vicepresidente della Lega: la stima e la considerazione che riscuoteva e che incuteva in tutti, gli consentivano di recuperare anche momenti difficili, per la squadra e per la società barese. La folla lo ricorderà per sempre seduto al centro della tribuna del vecchio stadio barese, senza scomporsi, seguire le varie fasi della partita, il gioco del suo Bari. Mai una escandescenza, mai un cenno di stizza, mai un sia pur comprensibile rimprovero per un suo giocatore che sbagliava o un’esclamazione nei confronti di una possibile errata decisione arbitrale. Galantuomo in tutto: nella vita professionale e nella vita sportiva. Un distintivo che molti dovrebbero mettere all’occhiello e prendere ad esempio.

Non era un uomo qualsiasi: non è retorica. Cercava di vivere la sua vita intensamente: non era possibile immaginarlo fermo. Scappava e «volava» da un campo di calcio ad una sala operatoria. Soffriva, si distruggeva, sudava ma alla fine aveva sempre lui la meglio sulla morte, ridando la vita alle sue pazienti, facendo sorridere di gioia e di felicità tante mamme e tanti papà.
Non era soltanto Bari, la Puglia che piangeva: era tutto il Sud, la gente che si imbarcava sui treni, sui pullman, sugli aerei, sulle auto per andare a trovare il grande «professore». Con lui non scompariva soltanto il più noto ed il più popolare presidente del Bari: scompariva un illustre ginecologo, un grande professionista e con lui una generazione ormai sempre più irripetibile, carica di saggezza e di sapere. Affinché potesse sempre essere ricordato, anni dopo ho pubblicato un mio opuscolo: De Palo, una vita per il Bari. A suo nome anche una Scuola-Calcio.

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