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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Il mio primo giorno allo Stadio della Vittoria

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Il mio primo giorno  allo Stadio della Vittoria

La prima volta che si segue la propria squadra sul campo è come il primo amore: non si scorda mai. Così si dice e così si continua a ripetere. Non sono sfuggito neanche io a questi Amorcord d’infanzia che si accoppiavano ad un momento particolare del Paese. Sono passati oltre 80 anni e resta difficile dimenticare quegli eventi. Ricordo ancora oggi quell’epoca e quel periodo: la fine della guerra etiopica (1936) e la proclamazione dell’ Impero avevano dato la sensazione che, ormai, vinta la cosiddetta «battaglia dell’autarchia», potevano pensare ad un lungo periodo di pace. Noi ragazzi eravamo contenti di scambiarci gli ormai popolari albi delle avventure per la prima volta a colori con diverse e particolari serie.

Ciro e Franco, l’uomo mascherato, Mandrake, Radio pattuglia, Agente segreto x9, Gordon , insomma eravamo felici e non lo sapevamo.

Frequentavamo la terza elementare e ubbidivamo alle regole proposteci. Sui muri del nostro paese si leggevano frasi del genere: «Credere, ubbidire, combattere, noi tireremo diritto nessuno pensi di piegarci senza aver prima duramente combattuto». A scuola eravamo obbligati a dichiarare di essere di razza ariana, si affermava sempre più e diventava popolarissimo il calcio. Facile comprendere il nostro giovanile ardore e passione per il calcio, una disciplina diventata popolare dopo le vittorie nel primo mondiale del 1934 e il successo nelle Olimpiadi di Berlino del 1936. A casa, specie durante le vacanze natalizie i miei zii non parlavano d’altro e solo del Bari. Proprio a fine pranzo di capodanno mia nonna a sorpresa invitò i miei due zii a portare me per la prima volta allo stadio, dicendo: «Per un ragazzo è la migliore strenna assistere per la prima volta, dopo tanto sentito dire, ad una partita allo stadio»

«Un vero regalo» da mettere nella calzetta della Befana che arrivava qualche giorno dopo. Si può immaginare la mia gioia ed il mio entusiasmo, peraltro non condivisi da mio padre, serio professore di matematica, che non riusciva a rendersi conto da cosa potesse nascere quell’entusiasmo nell’andare allo stadio. Un entusiasmo che il giorno dopo, aumentava, apprendendo che il nuovo presidente del Bari era di Bitetto, il comm. Giuseppe Abbruzzese che sostituiva il dimissionario, cav. Vincenzo Signorile, succeduto all’universitario Giovanni Di Cagno Abbrescia. Quella domenica (3 gennaio) il freddo pungente consigliava di rimanere a casa, vicino al caminetto, invece i miei zii vollero seguire il Bari «alla prima» di Peppino Abbruzzese, personaggio molto noto negli ambienti della capitale, sempre più innamorato di cavalli e belle amazzoni. La nomina a presidente del Bari ( primo patron nato in provincia e non nel capoluogo ) arrivava poco dopo la sua scalata a podestà del piccolo centro del nord barese di appena 5 mila abitanti.

Ricordo l’ansia di quella notte fra il 2 ed il 3 gennaio, per la prima volta avrei superato l’ingresso del «della Vittoria». La domenica pranzammo alla meglio poco prima di mezzogiorno e poi, con una macchina presa a noleggio assieme all’autista, ci dirigemmo verso lo stadio. Durante il breve tragitto in auto, sentivo parlare i miei zii con altri due loro amici, dicendo che fra gli avversari, c’erano due «ex»: Massiglia e Banchero. Non capivo la parola «ex». Mi fu spiegato che i due avevano giocato nel Bari anni prima. Apprendevo inoltre che nel Bari avrebbe quasi certamente debuttato qualche giovane essendo molti titolari indisponibili. Alla biglietteria non fu possibile ottenere l’ingresso ridotto per i minori di 14 anni, perché io non indossavo la divisa da Balilla. Solo chi si presentava così, pagava solo una lira. Nello stadio ci sistemammo a sinistra della lunga torre «Maratona».

Faceva freddo ed io in calzoni corti, lo soffrivo nonostante i calzettoni ch mi arrivavano fin sotto le ginocchia. Indossavo un cappottino e un berretto, ma non bastavano. Avevo 8 anni e la gioia di essere finalmente allo stadio non mi faceva soffrire il freddo. All’inizio della partita, fra i presenti, si commentava indicando un giovane debuttante, un giocatore della città vecchia. A quei tempi non erano annunciate le formazioni e, sulle maglie non c’era neanche il numero. Dopo un quarto d’ora un urlo collettivo di disperazione mi spaventò. L’Alessandria proprio con l’ex, centravanti Banchero (a Bari,l’ avevano ribattezzato «l’uomo del fango»), si portava in vantaggio con un gol sotto la curva nord, peraltro senza la presenza di un pubblico. La reazione del Bari fu davvero rabbiosa. Me ne accorgevo dalla spinta che la squadra mostrava, e fu un sospiro di sollievo, quando dopo mezz’ora, il Bari pareggiava. Aveva segnato Costantino che tutti chiamavano il «reuccio». Primo tempo, dunque, sull’1-1. Nella ripresa il Bari si catapultava nell’aria avversaria. Non capivo il gioco ma avvertii all’improvviso un autentico boato. Era appena iniziata la seconda parte della gara quando fui sommerso dall’abbraccio dei tifosi che mi erano vicini. Aveva segnato il Bari, portandosi sul 2-1 con un gol dell’esordiente barese verace Capocasale (20 anni) nella porta sotto la curva nord. Coinvolto nell’entusiasmo fui spintonato e caddi procurandomi una vistosa escoriazione, la cui cicatrice è rimasta visibile per anni sulla mia gamba. Una vittoria così valeva quella piccola ferita. Tornammo a casa con un pacchetto di soddisfazione e con la gioia del mio “debutto allo stadio” con sofferta vittoria del Bari e, non solo: prima gara vittoriosa anche per il neo Presidente Abbruzzese, e primo gol in casa dell’esordiente Capocasale.

Ero felice e soddisfatto per aver visto in campo il grande Attilio Ferraris, un autentico gladiatore. Anche in quella prima domenica del 1937 era stato un leone. Sono passati 83 anni, un lungo periodo nel quale, sulle ali di quell’entusiasmo avvertito durante e dopo quella prima partita, negli anni successivi, tornando dopo il fermo bellico al della Vittoria, ricominciai con Bari-Fiorentina del 4-11-45 vinta per 1-0 con gol di Cavone che festeggiava, proprio quel giorno, il suo ventiduesimo compleanno.
E’ trascorso del tempo e francamente non immaginavo che quei giorni di tanti anni fa, che sarei diventato un tifoso sognatore, alla ricerca continua di cimeli, foto, magliette, ricordi di una squadra che mi aveva stregato facendomi, in seguito, realizzare una «saga» diventata, anno dopo anno, più lunga di un secolo.

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