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In Puglia e Basilicata

lessico meridionale

Il mio esordio in auto e quell’etto di cambiali

Michele Mirabella

La parola era sinonimo urticante di vergogna

19 Giugno 2022

Michele Mirabella

La decisione europea, nel tentativo di salvare il pianeta dall’inquinamento, di stabilire la scadenza del tempo del petrolio e suoi derivati per «far andare» le automobili, optando per l’elettricità, tra circa tredici anni, se ho capito bene, ha fatto trasecolare un automobilista retrivo che ha definito la decisione: una cambiale. Questo mi ha ricordato il mio esordio di automobilista legato alla parola che ho scelto per trafficare nel lessico con guida prudente e senza inquinare la lingua nostra: cambiale.
Era «grigio topo», con le portiere che si aprivano verso la direzione di marcia e una piccola radio scassata: era una Fiat 500. Non era scassata solo la radio, era scassata tutta. Ma l’avevo comprata lo stesso da un furbacchione che me l’aveva rifilata per un etto di cambiali. Quando mio padre lo seppe andò su tutte le furie. Furie bonarie, ma irriducibili. La parola cambiale, per la gente dabbene di quei tempi era sinonimo urticante di vergogna. Come avevo potuto coprirmi di disonore indebitandomi?
Ma io dell’auto avevo bisogno, un bisogno impellente e grave: avrei fatto sacrifici su di tutto e l’avrei pagate quelle maledette cambiali. Me l’ero comprata, la 500, per emanciparmi dal treno della Sud-Est. Non avevo nulla contro i treni, ma il fatto era che quello che mi serviva partiva da Bari alle 5.25. Arrivava a Locorotondo dopo più di due ore e mi scaricava ad un miglio dalla scuola media dove facevo il supplente. Le lezioni cominciavano alle otto in punto: una decisione feroce dettata da qualche vecchio preside insonne. Avevo ventidue anni ed ero uno smarrito professorino di Lettere. La terribile corvée mi costringeva ad alzarmi alle 4.30. Tornavo affranto alle 15.30 e svenivo sul divano per pochi minuti, prima di mettermi a studiare Storia medievale o Filosofia teoretica, esami rimandati anche troppe volte. Non ero ancora laureato ed erano tempi in cui non si perdonavano lacune, ancorché dovute al lavoro degli studenti o alla loro passione per il teatro che, nel mio caso, divorava tanto tempo. Il termine «fuoricorso» era vergognoso e parente di «cambiale in protesto». Solo gli scavezzacolli ricchi e figli di papà se n’ornavano con sicumera. La flessibilità nella seconda metà degli strabilianti anni sessanta era obbligatoria. Ma gli esami pure.

Basta. Comprai dal furbacchione la 500 «grigio topo» scassata. Dopo pochi giorni dovetti spegnere quel motore a due cilindri stremati. Gli è che era talmente scassata che, per via della tenuta di strada approssimativa, finì in un fosso con me dentro che sono ancora qui, fortunatamente, a raccontarlo. Restava quell’etto di cambiali da onorare e un ferraccio grigio topo. Burbero e buono, mio padre intervenne con un’onerosa trattativa: liquidò il creditore esoso riscattando le cambiali, permutò il rottame e comprò una auto nuova. Dandomi le chiavi sentenziò che avrei dovuto guadagnarmela e pagargliela a rate. Senza cambiali.
Era una bellissima Fiat 500 bianca con gli interni azzurri. Aveva un motore portentoso e irriducibile. Fu amore a prima vista e fu anche sonno in più. Potevo alzarmi alle 6 e percorrere la bella litoranea in un’ora o poco più. Quell’utilitaria significò l’emancipazione, la libertà di movimento, una briciola di gioia quotidiana, la comodità in più che agevola il vivere. I miei coetanei sanno quello che dico e se parlo di comodità, sanno anche che alludo alle riservate e minuscole felicità d’amori travolgenti consumati in quell’angusta alcova dove in tanti hanno sperimentato soavi contorsionismi e slanci sentimentali mai dopo ritrovati in alloggiamenti più confortevoli. In tanti e tante, innamorati, abbiamo fatto pratica di virtuosismi ginnici e d’astuzie meccaniche. E si, la mia Fiat 500 F non aveva ancora i cosiddetti «sedili spallabili», lusso sibaritico raggiunto, più tardi, dalla versione L. Fu studiata una leva del cambio corta opzionale e fu praticata l’adozione del Plaid detto «messicano» multiuso. Era inutile cercarlo nei negozi di tessuti, lo fornivano solo i rivenditori d’accessori auto: nella bella stagione di poteva adagiare sulla spiaggia o sul prato, limitrofo alla portiera e diventava comodo talamo en plein air.

Capitava anche di veder uscire da una 500 quattro persone di stazza media. Oggi sembra inconcepibile, ma l’Italia di allora era abituata a dividere e condividere. Quell’automobile irripetibile fu una conquista straordinaria e non solo meccanica. Era il 1966. Fu quello l’anno in cui Gianni Agnelli diventò il Presidente della Fiat e anche quello in cui arrivai quasi a finire i miei esami all’Università. Fu quello l’anno delle mie prime vere fatiche teatrali e in cui imparai da mio padre a non far debiti. Per inciso, lui non volle mai più quelle 515.000 lire, tanto costava la Fiat 500. Ma quando me lo disse mi avvertì di stare attento per il futuro perché lui «non era Gianni Agnelli» per cui la parola cambiale era una metafora.

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