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La doppia verità sulla fine del Duce

La doppia verità sulla fine del Duce

Tra il 24 e il 25 luglio del ‘43 ok all’odg Grandi

25 Luglio 2022

Annabella De Robertis

È il 25 luglio 1943. In prima pagina su «La Gazzetta del Mezzogiorno», come ogni giorno da tre anni, si dà conto dell’andamento della guerra. «Le unità italiane e tedesche impegnate in aspra lotta in Sicilia»: la realtà dei fatti è notevolmente edulcorata. L’Italia sta vivendo una fase estremamente critica. Dal 10 giugno 1940 l’esercito ha collezionato quasi soltanto sconfitte, in particolar modo nei Balcani, in Nord Africa, in Russia. Da poche settimane gli anglo-americani sono sbarcati in Sicilia e hanno iniziato a risalire la penisola: l’esercito italiano non ha potuto organizzare una vera e propria difesa, la popolazione locale ha accolto gli Alleati come liberatori.

È questo, in fondo, il risultato inevitabile, dopo aver costretto una popolazione stremata da vent’anni di regime e un esercito impreparato ad affrontare una guerra al fianco di Hitler. Anche il fronte interno sta crollando: gli italiani sono stremati dai bombardamenti, dalla fame, dalle privazioni. Le tecniche della propaganda fascista non reggono più di fronte all’evidenza dell’imminente sconfitta: l’andamento disastroso dei combattimenti sta sottraendo al Duce e al fascismo intero buona parte dell’appoggio popolare sui cui fino ad allora aveva potuto contare.

Non si legge ancora – né sulla «Gazzetta», né sulle altre testate nazionali – la notizia più importante: il giorno prima, dopo alcuni anni di inattività, si è riunito il Gran Consiglio del fascismo, massimo organo del Partito.

Dino Grandi, uno dei gerarchi più influenti, che si è progressivamente allontanato dalle posizioni di Mussolini, ha presentato un ordine del giorno in cui si chiede di togliere la fiducia al Duce.

Mentre a Roma si sta decretando la fine del regime durato vent’anni, sulla «Gazzetta» in ultima pagina si seguono ancora con grande scrupolo le veline dell’agenzia di stampa (o meglio, di propaganda) Stefani che intimano di dare visibilità alle «provvidenze volute da Mussolini a favore di tutte le categorie di lavoratori».

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio l’ordine del giorno Grandi ottiene la maggioranza: passa con 19 voti contro 8 (1 astenuto). I poteri tornano nelle mani del re, anche lui convinto della necessità di rimuovere Mussolini dalla guida del governo per risolvere la drammatica crisi del Paese. È la fine di un regime durato vent’anni, ma la notizia clamorosa arriverà in Puglia e Basilicata soltanto nel pomeriggio, troppo tardi comunque per comparire nell’edizione del 25 luglio 1943 de «La Gazzetta del Mezzogiorno».

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