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La mafia uccide il giudice Borsellino

La mafia uccide il giudice Borsellino

Trent’anni fa, ieri la strage di via D’Amelio

20 Luglio 2022

Annabella De Robertis

«Guai a noi se perderemo questa battaglia»: con le parole del presidente Oscar Luigi Scalfaro «La Gazzetta del Mezzogiorno» tragicamente annuncia, sulla prima pagina dell’edizione del 20 luglio 1992, la strage di via D’Amelio.

«Nuovo pomeriggio d’inferno a Palermo. Esplode un’autobomba. Alle 17 è stato ucciso Paolo Borsellino, procuratore aggiunto, magistrato di punta nella lotta alla mafia, possibile candidato alla Superprocura antimafia, amico ed erede di Giovanni Falcone. Con lui sono morti cinque agenti (tra i quali una donna) della scorta. Una trentina i feriti, in gran parte inquilini di due palazzi sventrati (alcuni si sono lanciati dai balconi), decine di auto distrutte. L’attentato è stato compiuto davanti alla casa della madre: Borsellino era solito andare a trovarla ogni domenica. I primi ad accorrere sul luogo della strage non hanno creduto ai propri occhi: cadaveri e resti umani sull’asfalto, automobili che bruciavano».

Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina muoiono due mesi dopo l’assassinio dei giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei tre uomini della scorta. Sulla «Gazzetta» si ripropone integralmente l’ultima intervista concessa dal giudice Borsellino al giornalista Lello Parise. L’incontro era avvenuto il 27 giugno a Giovinazzo, dove il magistrato si trovava per un convegno: «Camminiamo uno di fianco all’altro lungo i vialetti dell’Hotel Riva del sole. Alle nostre spalle gli uomini della scorta non ci perdono mai di vista. Gli facciamo una domanda che gli avranno fatto centinaia di volte: che cos’è per lei la paura ? Si stringe nelle spalle, quasi storce il muso, annoiato: «Sono abituato a conviverci. È inevitabile che questo accada». Il giudice parla con Parise per circa due ore, e il saluto finale tra i due è inaspettato: «Vinceremo, in qualche modo la vinceremo questa guerra contro la mafia».

Borsellino ha fiducia soprattutto nei giovani siciliani, non più avvinti dalla cultura mafiosa: «I giovani di oggi sono diversi da quando eravamo giovani noi. Pensi che io e Giovanni Falcone, nati e cresciuti nel quartiere popolare dell’Albergheria, quando avevamo 15-16 anni, credevamo che i mafiosi fossero dei modelli, se non proprio da imitare, da considerare con il massimo rispetto». Oggi, a 30 anni di distanza, ancora non si è arrivati a una ricostruzione convincente dell’attentato di via D’Amelio. Nessun passo avanti è stato compiuto con l’ultima sentenza del processo contro gli inquirenti e poliziotti, accusati di aver ostacolato e distorto l’orientamento dell’inchiesta giudiziaria, pronunciata a Caltanissetta pochi giorni fa.

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