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Il parere

Bene la riforma del Csm ma non bisogna travolgere la Costituzione

Bene la riforma del Csm ma non bisogna travolgere la Costituzione

L'intento non è quello di riscrivere in modo integrale le norme, bensì di delineare una riforma accurata e incisiva

02 Luglio 2021

Dott.ssa Luana Leo

Come affermato di recente dal vice presidente del CSM David Ermini, la riforma dell’organo in questione è “urgente”. Tuttavia, tale circostanza non giustifica – a parere di chi scrive – l’adozione di decisioni che potrebbero determinare gravi conseguenze. Una di esse consiste nella modifica della Costituzione, considerata indispensabile dall’ex ministro Flick.

Il costituzionalista Luciani, chiamato dalla Ministra della Giustizia Cartabia a guidare la commissione tenuta a stilare proposte sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, ha ammesso che “molto si può fare anche a Costituzione invariata”, tra cui un mutamento della legge elettorale, l’introduzione di norme rigide per l’accesso dei magistrati alle cariche politiche, una disciplina rigorosa del “fuori ruolo”, la programmazione degli uffici.

L’intento, dunque, non è quello di riscrivere in modo integrale le norme, bensì di delineare una riforma accurata e incisiva.

Sempre a difesa della Costituzione, la Commissione Luciani riapre alla possibilità di tornare ad assolvere un incarico collegiale in seguito alla candidatura, poiché la disposizione costituzionale è “difficilmente superabile”.

In tale ottica, si colloca anche il rigetto dell’ipotesi di un rinnovo parziale del CSM ogni due anni, particolarmente apprezzata dalla Ministra Cartabia. Il problema risiede nel destino del vicepresidente: la riduzione del mandato di quest’ultimo a due anni andrebbe a pregiudicare il rapporto con il Presidente della Repubblica, da sempre solido e permanente.

La proposta del c.d. “voto singolo trasferibile”, pur inducendo ogni toga a votare, esalta il “quoziente”, reputato dal costituzionalista Luciani una valida alternativa al “divisore”. Un sorteggio puro e semplice è, infatti, in palese contrasto con la Costituzione, nella quale si rinviene espressamente il termine “elezione”. La ratio di tale sistema è significativa: prevenire tentativi di compressione del pluralismo interno della magistratura.

La necessità di mantenere il dettato costituzionale trova riscontro nella specifica attenzione riposta dai Costituenti verso ogni singolo elemento dell’attuale assetto del Consiglio Superiore della Magistratura. In particolare, nell’originaria norma costituzionale di riferimento sulla magistratura (ex art. 97), compare il termine “designati”, ai fini della selezione dei membri togati. Spulciando velocemente gli atti dell’Assemblea Costituente emerge come nelle diverse sedute si alternino i vocaboli “designati” e “nominati”, e talvolta se ne proponga la sostituzione con “eletti”.

Tale ultimo termine viene rilanciato da Leone e Laconi e trova forte opposizione in Calamandrei. A tale proposito, occorre segnalare la mancata adozione della formulazione approvata (recante il termine sopracitato) nel Progetto offerto ai lavori dell’Assemblea; la versione riportata è, infatti, quella definita dal Comitato di Redazione.

Nella seduta del 25 novembre 1947, in sede di votazione finale, l’art. 104 Cost. è proposto nella versione recante il termine “designati”. Solo con la presentazione di un emendamento da parte dell’on. Condorelli, si pone l’accento sul differente significato assunto dai vocaboli “eletti” e “designati”; da qui, la proposta dell’on. Scalfaro di ricorrere al primo termine.

È opportuno riportare le dichiarazioni dell’on. Terracini, al fine di sottolineare un elemento fondamentale: “Per la scelta dei due terzi dei membri del Consiglio Superiore, che devono essere magistrati, vi è la proposta della Commissione, che è poi quella di tutti gli emendamenti, a tenore della quale si deve procedere ad una elezione, salvo poi a vederne le modalità […]”. Nell’ottica dei Costituenti, il termine “eletti” non presenta una connotazione elettoralistica; esso assume, a grandi linee, il significato di “scelti”, tanto da richiederne la sostituzione con il vocabolo “designati”.

Con tali riflessioni, si intende evidenziare come la riforma del CSM non debba necessariamente coinvolgere la Costituzione.

Il nodo consiste – a giudizio di chi scrive – nel mancato dialogo tra magistratura e politica. Un equilibrio difficile da raggiungere.

Come noto, il conflitto tra essi ha contrassegnato la lunga transizione italiana dalla “Prima” alla “Seconda “Repubblica”.

Appare necessario superare nell’immediato le tensioni tra i due attori e dirottare l’attenzione verso altri scenari. Come infatti dichiarato dalla Ministra Cartabia, i fatti di cronaca coinvolgenti di recente la magistratura hanno guastato il rapporto tra magistratura e popolo, che dunque deve essere urgentemente ricostruito.

Una valida riforma del CSM deve tenere in considerazione, da un lato, il dettato costituzionale e la sua attuazione legislativa, dall’altro, le vicende evolutive che hanno caratterizzato l’organo in discussione nella sua organizzazione interna e nelle sue relazioni con le altre istituzioni repubblicane.

In definitiva, le “spine” da risolvere sono altre. La Costituzione non c’entra.

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