Come dimenticare il famoso monologo dell’attore Rutger Hauer, nei panni del replicante Roy Batty, che in punto di morte parla di “lacrime nella pioggia”, riflettendo sulla caducità dei suoi ricordi, e su quella dell’esistenza umana, nel celebre film Blade Runner? O lo sguardo enigmatico e vuoto di Marcello Mastroianni nel film La decima vittima, nel corso di un duello psicologico tra la cacciatrice Caroline (Ursula Andress) e il cacciatore Marcello? Un’ambiguità dirompente tra eros, violenza e satira, ferocemente anticipatrice della nostra attuale società dei consumi e dell’arrivismo, che culmina nel finale grottesco che vede la pubblicità trionfare sulla trama.
In questi e in tantissimi altri film capolavori della cinematografia, l’influenza delle correnti artistiche del secolo scorso e in generale dell’arte è stata fortissima. Blade Runner (1982, di Ridley Scott) riprende ampiamente, per esempio, l’estetica artistica del cyberpunk, evocandone l’atmosfera noir e l’architettura distopica, ispirandosi anche ai dipinti di Edward Hopper e all’estetica “futuristica” degli anni ‘80, con echi di Metropolis. Atmosfere riprese più tardi da Matrix (1999, Wachowski), che unisce sapientemente antiche conoscenze dei Veda, cyberpunk e riferimenti all’arte orientale (Kung Fu), al cinema di Hong Kong e alla pittura (come La Creazione di Adamo di Michelangelo), rivoluzionando le preesistenti tecniche dell’azione. Blade Runner è ispirato a diverse opere d’arte, tra cui spiccano le atmosfere malinconiche e urbane dei dipinti di Edward Hopper, in particolare Nighthawks, ma anche l’arte fumettistica del francese Moebius (Jean Giraud) con le sue tavole come Il Lungo Domani, e l’architettura futuristica e verticale di Antonio Sant’Elia, anch’essa riecheggiante in Metropolis di Fritz Lang, grande film di riferimento per molti. Il regista Ridley Scott dichiarò espressamente di aver citato Hopper per esprimere l’atmosfera solitaria e malinconica delle scene notturne, con le sue luci a neon, e conferire quel senso di isolamento dei personaggi nelle metropoli. Le opere di Moebius (Jean Giraud), specialmente quelle pubblicate sulla rivista “Métal Hurlant”, hanno influenzato profondamente il design futuristico e dettagliato del mondo di Blade Runner, con città sovrapposte e tecnologia organica. Il concept artist del film poi, Syd Mead, ne ha creato il look iconico, combinando elementi futuristici con una visione dettagliata e realistica, ispirato anche lui dall’estetica cyberpunk.
Per quanto riguarda invece il film cult italiano. La decima vittima di Elio Petri (1965), si tratta di un capolavoro di fantascienza e satira, che anticipa temi contemporanei come quello del consumismo, della spettacolarizzazione a tutti i costi, della violenza e della perdita dei valori, attraverso una veste futuristica e kitsch ispirata alla Pop Art, all’Optical Art e al design anni ‘60, con il prezioso contributo, dal punto di vista dei costumi, di Giulio Coltellacci. Per non parlare delle scenografie vibranti, le musiche jazz di Piero Piccioni e una sceneggiatura che mescola ironia e critica sociale. Basato sul racconto di Robert Sheckley, critica aspramente la società dei consumi, la mercificazione della vita e della morte, e la superficialità dei media, trasformando l’omicidio in un reality show sponsorizzato dalle multinazionali.
Petri prefigura un futuro (il 2000) che, attraverso lenti retrò anni ‘60, riflette le paure e le tendenze del presente, diventando una metafora della società contemporanea. Il riferimento all’arte è cruciale in questo senso. Pur essendo percepita all’epoca come fantascienza, la storia procede come una commedia all’italiana di altissimo livello, rappresentando quel cinismo che rivela la crudeltà eterna dei rapporti umani e la solitudine dei protagonisti. Le scenografie e i costumi sono ricchi di motivi geometrici, colori accesi e design ispirato a artisti come Roy Lichtenstein, Andy Warhol e la pittura cinetica, riflettendo le tendenze artistiche del boom economico. Il film è quasi un manifesto del design anni ‘60, con oggetti futuristici,”pet robot” e i famosi reggiseni-pistola (realizzati dalle Sorelle Fontana), che enfatizzano il legame tra moda, tecnologia e contraddittoria violenza.
Colmo di riferimenti artistici anche il film di fantascienza di Kubrick, come 2001: Odissea nello spazio. Da citazioni pittoriche a composizioni simboliste, tra contrasti cromatici accesi e scenografie pop, crea un’alchimia unica tra arte visiva e narrazione fantascientifica. Lo Star Gate finale è un’esplosione psichedelica che ricorda l’arte astratta e insieme l’esperienza trascendentale, mentre il design del film (come il monolito) è minimalista e geometrico, influenzato dall’architettura modernista e dall’arte contemporanea.














