Come tutti sanno, il primo a essere mandato sulla luna fu Caino. Condannato, dopo aver ucciso il buon Abele, a stare lassù, trascinando un fascio di spine sulle spalle. Lo dice pure Dante (Inf., XX, 126). Perciò alle volte è rossa e sanguigna la luna, altro che “luna caprese”, “‘nu poch’ e luna”, “ luna busciarda” delle dolciastre canzoni napoletane! C’è del sangue in quel satellite, sotto il bianco. Astro freddo e cangiante (cresce, decresce...), dimora di Artemide (Diana), dea vergine e casta, votata alle notti in bianco, ovviamente. Viaggi sulla luna sì, in letteratura e in teatro, ma sempre con una qualche ambiguità misteriosa, un timore reverenziale, come se si andasse (noialtri mortali) a contaminare un’ nviolabile clausura. “Vergine luna” la chiamerà il pensoso Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante per l’Asia, ma prima di lui c’è chi ha provato a rompere quella sua solitudine bianca, quella verginità incontaminata da oltraggio umano. Con allegra ma pensosa fantasticheria poetica, già Ludovico Ariosto ci aveva mandato (sulla luna) il cavalier Astolfo, a recuperare il ben noto “senno di Orlando” dopo che il paladino furioso lo aveva del tutto perduto, per amore ça va sans dire. E lassù Astolfo ritrova cose e cose e cose, tutto quello che risulta perduto dagli uomini quaggiù sulla terra.
Ma quello che forse a buon diritto possiamo considerare come il primo dei “lunauti”, anzi iniziatore della letteratura fantastica, poi chiamata fantascienza, è uno che ha a che fare con il teatro, come suo personaggio immortale: Hercùle Savinien de Cyrano de Bergerac, proprio lui. Ma non è il personaggio creato da Edmond Rostand nel 1897, lo spadaccino col nasone innamorato di Rossana e che aiuta coi suoi versi lo sciocco Cristiano che le fa la corte, condannandosi all’infelicità fino alla morte, bensì il prototipo effettivo di quel personaggio idealizzato dal post-romantico Rostand, e cioè il vero Cyrano de Bergerac. Visse, il vero Cyrano, dal 1619 al 1655, nella Parigi di Luigi XIII, di Richelieu, di Mazzarino (la stessa dei Moschettieri di Dumas!), fu spadaccino e temerario, guascone e spiantato, seduttore imperterrito: morì giovane a trentasei anni, anche a causa della sifilide, quella che in Italia si chiamava “mal francese” e in Francia “mal italien”. Fu filosofo controcorrente (laico e anticipatore del libertinage), autore di drammi e commedie in scena all’Hotel de Bourgogne, La mort d’Agrippine, Le pédant joué (che fu saccheggiata poi da Molière), fu soprattutto autore di una paio di libretti di “viaggi fantastici”: L’altro mondo-Gli stati e gli imperi della luna (1657, pubblicazione) cui fece seguito (1662) Gli stati e gli imperi del sole.
Nel primo pamphlet, quello dedicato alla luna, Cyrano immagina di mettersi intorno alla vita una cintura di ampolle piene di acqua di rugiada, che consentono di volare. Il primo volo finisce nella Nouvelle France, cioè il Canada, il secondo volo, con una specie di razzo, lo trasporta direttamente sulla luna. Gli abitanti, i lunatici, catturano Cyrano scambiandolo per uno struzzo e lo mettono in gabbia. Viene poi a sapere (incontra il Demone di Socrate) che in quel mondo lunare un solo colpo di moschetto fa cadere un intero stormo di uccelli già belli arrostiti, che la moneta corrente sono le poesie, che non esistono orologi, ecc. ecc. Non v’è dubbio che il nostro, anzi il vero!, Cyrano abbia avuto buon naso nell’immaginare una luna più mirabolante che inquietante.
Nel corso dei secoli, dopo il barocco e fantasioso ‘600, incontriamo la luna o nelle bizzarrie da commedia, vedi Goldoni ne Il mondo della luna (1775) dove l’astro fa da lontano miraggio per una consueta trama sentimentale, o nelle iper-scientiste trasvolate del positivismo borghese di fine ’800, vedi Jules Verne e i suoi Viaggio dalla terra alla luna e Intorno alla luna. Una percezione oscura e inquieta della luna, la offre Massimo Bontempelli, in La guardia alla luna del 1916, con spunti tra futurismo ed espressionismo, dove la protagonista Maria incolpa la luna di aver rapito la sua bambina (morta) e si attrezza per raggiungerla e riaverla. Stupefatto sarà poi il Ciàula di Pirandello uscendo di notte, dal buio della solfatara, al chiarore limpido della notte illuminata, in Ciàula e la luna.
Insomma. Troppo intellettualismo, troppi sotto-testi a proposito di questa luna, livida, solitaria, vergine intatta, dea della caccia e del pericolo con Diana, immobile testimone dei dolori umani con Leopardi... Basta. Ci consola, fortunatamente, Georges Méliès col suo Voyage dans la Lune del 1905, film capolavoro di allegria e fantasia scanzonata e fanciullesca, con la luna bonacciona, scienziati esploratori buffissimi, mostri lunari cordialmente scemi. Il vecchio Cyrano ne sarebbe estasiato!














