Un uomo intrepido o inquietante, vai capire o distinguere, forse l’eroe stesso della storia, regge tra le braccia una ragazza svenuta nel cupo disegno di “ć. ćaesar”, pseudonimo con le iniziali anche minuscole di Kurt Caesar, illustratore e fumettista tedesco naturalizzato italiano noto anche per le copertine di Urania. Il numero è il 118 del 1956 e il romanzo si intitola Gli invasati, pubblicato negli Stati Uniti l’anno prima come The Body Snatchers. L’autore letterario, Jack Finney, di quest’invasione aliena mediante cloni degli ex umani la cui incubazione avviene in grossi baccelli vegetali genealogia, comincia così: «Debbo avvertirvi, lettori, che il libro che cominciate a leggere adesso è pieno di problemi non risolti…», e finisce con «Talvolta lo stesso ordine del tempo, immutabile per l’eternità, viene alterato, rallentato o accelerato. E si leggono certe storie singolari, assurde, scritte con qualche tocco umoristico; oppure si odono certe dicerie di fatti curiosi. Io posso dire solo questo; alcuni di tali fatti, di tali storie – alcuni di essi – sono proprio veri».
Questi umani alternativi, pronti a diventare e sostituire la maggioranza, a maggior (s)ragione sono ancora tra di noi: si comportano, (non) pensano, procedono in automatico in ogni ambito lavorativo, relazionale ed emotivo, soprattutto tecno-burocratico e non più culturale, linguistico o artistico. Sarebbero diventati allora “iconici”, per usare un termine comunemente abusato, a sproposito, nello stesso anno del volume fantascientifico pubblicato con cadenza settimanale nella storica collana Mondadori, grazie soprattutto al capolavoro cinematografico di Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi, che compie ugualmente settant’anni esatti. Tutto cambia con l’introduzione del vocabolo “Invasione”, quindi con il film aperto e chiuso dal protagonista Kevin McCarty che sembra matto, in preda a un esaurimento nervoso: nei panni dello psichiatra Miles Bennel urla e ammonisce in extremis i restanti normali dai diversamente normalizzati.
L’immagine sullo schermo dell’invisibile, lenta e metodica “invasione” aggiunge al titolo letterario dell’epoca un concetto che sta riscrivendo invece allo stato attuale dei fatti geopolitici, giorno dopo giorno, la storia contemporanea; e di cui non si conoscono gli esiti, ma che reclamano qualcuno in giro per le strade a gridare in faccia, in preda al panico, una verità che la maggioranza silenziosa ora (a)social(e) trascura o daccapo sottovaluta, assecondando app(plicazioni) peggiori di quelle aliene della vecchia Guerra Fredda e contemperando o alimentando incassi (altrui). Adesso è più che mai tempo di “invasioni” e “invasati”. Rimettendo correttamente indietro le lancette dell’orologio e sposandone l’infelice concomitanza temporale con l’oggi, dove l’anniversario si confonde con la profezia bellica imminente, non più contro gli “ultracorpi” ma contro corpi decerebrati e svuotarti in circolazione, sempre più numerosi e ottusi, di residua naturalità, perché “umanità” è diventato un concetto ambiguo, che andrebbe riconsiderato alla luce di tutto il creato e non come contrassegno del (dis)umano primato. L’incubo che Don Siegel prefigura ne L’invasione degli ultracorpi è di lunga e tragica durata: con il libro di Finney la trama filmica definitiva genera almeno tre remake diretti, ciascuno in un contesto storico-politico non meno allarmante, Terrore dallo spazio profondo (1978) di Philip Kaufmann (che però si intitola in inglese con il capolavoro siegeliano), Ultracorpi - L’invasione continua (1993) di Abel Ferrara e Invasion (2007) di Oliver Hirschbiegel. Il fascino senza tempo de L’invasione degli ultracorpi non consiste dunque nello sterile piacere cinefilo, oramai sconfitto dal botteghino come forma di religione discorsiva di grado zero, bensì nella visione trasversale di quel che la massificazione antropologica sarebbe diventata, procedendo lungo il sentiero dell’omologazione più sfrenata, celata da valori familiari, piccolo-borghesi e infine “mostruosi”, come annunciava Pier Paolo Pasolini ne La ricotta (1963) con il volto di Orson Welles e la voce di Giorgio Bassani.
Il 1956 è perciò l’anno chiave e liminare di questo avvertimento a largo spettro che ripropone nel 2026 l’incubo dell’indifferenza o dell’assuefazione generale, tipica della cultura di massa: sotto forma modulare e riproducibile la maschera inquietante dell’invenzione futuribile si riconnette purtroppo al presente per vie traverse, grafiche, letterarie e audiovisive, scientifiche e fantascientifiche, logiche e psichiatriche. Siegel sapeva benissimo a cosa sarebbe andato incontro il (de)genere cosiddetto “umano”, donde le inquadrature sghembe e allucinate, i movimenti di macchina bruschi, assecondati da un montaggio sincopato, intimamente nervoso, sintomo altrove nella sua filmografia di giustizialisti armati, oggi purtroppo eletti presidenti o alla testa di un’indifferenza corale e compiaciuta della legge del più forte; quella che oltre i baccelli, la Guerra Fredda, la fantascienza, sta ipotecando con segnali progressivamente gravi, precisi e concordanti una nuova guerra totale, senza esclusioni di colpi (di Stato) o “invasioni”.














