Anche Colombo, moderno Ulisse, nei suoi diari di viaggio commentati da Bartolomé de Las Casas, racconta di uno speciale avvistamento nell’arcipelago delle Antille, lungo la costa settentrionale dell’isola di Hispaniola, Santo Domingo, Mercoledì, 9 gennaio 1493: “Il giorno scorso, mentre l’ammiraglio si recava al Río del Oro, disse di aver visto tre sirene che emergevano dall’alto del mare, ma non erano così belle come le dipingono, perché in qualche modo avevano il volto maschile”. È questo un caso esemplare della persistente proiezione iconica della Sirena dall’ambito letterario, artistico e religioso a quello naturale. La sirena metà donna e metà pesce, assunta come simbolo di lussuria dalla tradizione tardo antica e medievale. Ad esempio nel Liber monstrorum (IX) si legge: “Le sirene sono fanciulle marine che ingannano i naviganti con il loro bellissimo aspetto ed allettandoli col canto e dal capo fino all’ombelico hanno corpo di vergine e sono in tutto simili alla specie umana; ma hanno squamose code di pesce che celano sempre nei gorghi”.
Immagini di questo tipo di sirena dilagano nei bestiari e nei bassorilievi delle chiese italiane. Come le duecentesche sirene bicaudate del Duomo di Modena o del mosaico di Otranto. Ma le sirene in origine furono donne-uccello, anche se Omero, nel libro XII dell’Odissea non lo dice, né le rappresenta. Così però le troviamo raffigurate nelle pitture vascolari che ne riassumono l’episodio, come nel celebre stamnos delle Sirene, del V sec. a.C.
Come donna-uccello la troviamo invece nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, del III sec. a.C., che raccontano la spedizione della nave Argo nella Colchide per il vello d’oro, precedente alla guerra di Troia: “… apparvero in parte simili ad uccelli, in parte simili a fanciulle” e cantarono, ma Orfeo, presa in mano la cetra, superò la loro voce vincendone la malia. Per inciso: l’unico gruppo scultoreo antico dedicato a Orfeo e le Sirene (IV sec. a.C.) a grandezza naturale oggi si trova a Taranto, nel Museo Archeologico e nelle statue delle sirene sono ben visibili le zampe d’uccello. Di quale uccello si trattasse non è facile dire. Gli ornitologi contemporanei ritengono che fosse la Berte maggiore. Uccello pelagico e migratore, in grado di nuotare e immergersi per alcuni metri sott’acqua, molto presente nelle isole del Mediterraneo, ad esempio a Linosa, in Sicilia o a Zembra in Tunisia. La sua caratteristica è il canto e in particolare l’abilità nel pescare anche durante le forti tempeste. Il suo nome più antico è non a caso Procellaria, cioè da tempesta. Uccello che ha già un posto nel mito col nome Diomedea, alla voce Isole Tremiti.
Ma ritorniamo a Colombo, per parlare del bellissimo romanzo della scrittrice finlandese Iida Turpeinen, L’ultima sirena (Neri Pozza 2025). Circa duecentocinquanta anni dopo il navigatore genovese, il gesuita francese Pierre-François-Xavier de Charlevoix, autore di una storia dell’isola di Santo Domingo (1730), proverà a chiedersi quale potesse mai essere la specie di animale marino avvistato a Hispaniola. Manati, dugonghi, lamantini, mucche marine, bestie dal colore tenue, lunghe anche 20 piedi e larghe 10, dalla carne del sapore di vitello, quando fresca, di tonno, quando salata. Fonte inestimabile di grasso e cuoio. Dall’inizio dell’Ottocento paleontologi e zoologi usano il termine Sirenia per classificare questi animali marini, discendenti di un gruppo di mammiferi terrestri rientrati in acqua milioni di anni fa. Eppure in questa catena non vi è solo spazio per animali fantastici, ma anche per animali estinti. È il caso della Ritina di Steller, l’ultima sirena di Turpeinen.
Steller, cognome del settecentesco naturalista tedesco Georg Wilhelm, fedele compagno di viaggi del danese Vitus Bering, esploratore dell’estrema penisola siberiana per conto dello zar Pietro I il Grande. Soprattutto, scopritore della Hydrodamalis gigas il cui grande scheletro può essere oggi osservato nel Museo di Storia Naturale di Helsinki. Le mucche di mare “hanno davvero un amore straordinario l’uno per l’altro, che si estende fino al punto che quando uno di loro viene arpionato, tutti gli altri cercano di salvarlo chiudendosi a cerchio attorno a lui, per impedire che venga trascinato a riva, mentre altri cercano di ribaltare la barca”. Quando la notizia della scoperta giunse in Russia i commercianti di pellicce avviarono una grande caccia nell’arcipelago delle Aleutine, per le pelli, il grasso e la pregiata carne.
Nel 1768, dopo ventisette anni, il più grande tra tutti i sirenidi si estinse. Un episodio drammatico che rende in forma esemplare quanto sottile, nella nostra storia, è non solo la membrana tra mito e scienza, ma anche quella tra scoperta e predazione














