Domenica 18 Gennaio 2026 | 21:17

Le interferenze tra forme d’arte

Le interferenze tra forme d’arte

 
Giacomo Fronzi

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Giacomo Fronzi

Le interferenze tra forme d’arte

Sublimare la danza

Domenica 18 Gennaio 2026, 18:36

Le tendenze che orientano e riorientano le arti non sono mai riconducibili a una sola di esse: spesso, soprattutto dall’inizio del XX secolo, esplorazioni e sperimentazioni che emergono in un’arte finiscono per ri-configurarne un’altra. Tra XX e XXI secolo ci sono stati continui rapporti di condizionamento e interferenza reciproci tra le forme d’arte. Questa evidenza viene confermata anche nel caso della danza, nel cui sviluppo, a un certo punto, è possibile rintracciare una “svolta performativa”, sulla scia di quanto avviene negli Stati Uniti con la post-modern dance – soprattutto quella di Steve Paxton, Trisha Brown e Yvonne Rainer (Judson Dance Theater) –, con la sua aspirazione al superamento del paradigma moderno (o modernista) e di uno dei suoi dogmi: la danza intesa esclusivamente come movimento. Questo superamento si avrà soprattutto a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, con una nuova generazione di coreografi e coreografe, nei cui spettacoli viene introdotta la dimensione della performance e dell’azione sulla scena, in qualche modo indipendente dalle tecniche di danza e da movimenti predeterminati. La cosiddetta “svolta performativa” – che si è consumata a partire dagli anni Sessanta del Novecento nel teatro, nella musica e nella performance art – ha prodotto i suoi effetti anche nella danza, sotto forma di processi multipli di emancipazione, di scardinamento di tecniche e configurazioni tradizionali, di superamento di certi vincoli, alla ricerca dell’esaltazione della pura corporeità. Tale svolta è, quindi, legata alla volontà di andare oltre l’idea di coreografia come composizione a favore della coreografia come azione. Si tratta, chiaramente, di una particolare e specifica evoluzione di un processo che affonda le proprie radici nel pensiero di Cage e di Cunningham, ma che poi prende una direzione nuova e originale.

Di tutto questo e di molto altro dà conto Teresa Macrì nel suo nuovo e denso lavoro, dal titolo Stato di incanto. Danza, non-danza, post-danza e performance art, nel quale – rilanciando una sua attenzione/tensione verso la corporeità che l’ha resa un punto di riferimento nell’ambito degli studi sulle arti performative – si concentra sulla danza, intesa come «pratica fascinosa e simbolica che rinasce dalle scosse della post modern dance e va, via via, a evolversi nella frantumazione delle convenzioni». Attraverso l’analisi di coreografie e performance di figure centrali nel panorama artistico e coreico degli ultimi anni, come Bruce Nauman, Jérôme Bel, Tino Sehgal, Maria Hassabi, Jacopo Jenna, Xavier Le Roy e altri, Macrì analizza lo sfrangiamento della danza tradizionale e le forme che essa ha acquisito, superando barriere e limiti formali e categoriali. Nella nuova danza (sia essa “non-” o “post-”) si sviluppano percorsi sperimentali obliqui, nei quali avremmo difficoltà a rintracciare i caratteri che abitualmente attribuiamo alla danza, ma che l’Autrice, con una sempre notevolissima qualità della scrittura e con profondità d’analisi, ci invita a scoprire e ad apprezzare nella loro straordinaria capacità di «catturare l’umoralità postmoderna con i suoi germi che ondivagano tra alienazione e disagio, tra paura e psicosi e tra puro godimento e piacere».

In certe forme di danza contemporanea, quindi, non si tratta più di dare vita a un personaggio o di narrare una storia, quanto invece di coreografare l’essere umano in sé, nei suoi molteplici rapporti con l’altro, con sé e con il mondo, penetrando negli abissi, anche oscuri, di questi tre universi. Il corpo, come dimostra brillantemente l’Autrice, resta l’anello di congiunzione più forte tra le varie forme coreiche contemporanee, dal momento che esso diviene una sorta di osservatorio privilegiato dal quale (e attraverso il quale) guardare il mondo, la realtà, i rapporti umani o la relazione con l’ambiente e con la tecnologia. Il corpo, inteso e vissuto come il varco mediante cui transita il senso del mondo, è barriera, filtro e luogo di attraversamento, così come anche campo di tensioni e di rivendicazioni, la cui portata culturale si è resa sempre più evidente. La ricostruzione di certe esperienze contemporanee fornita in modo inedito, profondo e affascinante da Macrì in Stato di incanto (titolo che, come precisa l’Autrice, rappresenta un omaggio all’espressione “state of enchantment” della coreografa e danzatrice Simone Forti) si presenta programmaticamente come il «tentativo di disgiunzione dal categorico e di congiunzione con l’indistinto, fondendo urgenze, desideri, fallimenti e scassi dell’immaginazione», come «un viaggio fantasmatico e liminale che il corpo continua a produrre, anticipando perfino gli accadimenti dell’esistente».

 

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