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Professor Giulio Tremonti, presidente di Aspen Institute Italia e già ministro dell’Economia e delle Finanze, qual è la sua lettura della crisi politica in svolgimento?
«Crisi di questo tipo ci sono sempre state, dall’Unità d’Italia ad oggi, passando per tutti i regimi, escluso quello autoritario. La differenza tra passato e presente è che queste crisi una volta si sviluppavano all’interno del Palazzo o con un grado limitato di pubblicità».

Oggi invece?
«La crisi è andata in piazza ed è entrata nella vita delle persone. Il grande differenziale è questo, non politico ma pubblico. Quanto accade è oggetto delle conversazioni, delle critiche, delle paure di tanti».

La pandemia c’entra qualcosa con l’esplosione pubblica dei problemi?
«C’è sempre stato un nesso fra le epidemie e la politica almeno a partire dall’età moderna. Se si osserva il frontespizio del Leviatano di Hobbes ci sono due inquietanti figure: i dottori della peste con con camice lungo e maschera a becco. L’esistenza di questo nesso da allora si è sempre vista nel rapporto fra cittadini e i governi che si è molto intensificato».

Come è stata governata questa situazione drammatica?
«È da marzo che richiamo l’attenzione sull’articolo 117, secondo comma, lettera Q della Costituzione dove è scritto che la “profilassi internazionale” è competenza esclusiva dello Stati. Due giorni fa lo ha stabilito la Corte costituzionale. Certo, lo Stato può delegare funzioni e competenze ma senza violare il criterio della sua esclusività in materia. E invece le Regioni hanno cannibalizzato lo Stato generando conflitti di tutti i tipi. Ancora, data la gravità della pandemia era necessario intervenire con mezzi straordinari non con le gare europee o con il codice appalti ma in deroga. Purtroppo non è stato così».

Poi è arrivata la crisi di governo e il disorientamento è aumentato. Nessuno ha compreso le ragioni profonde di quanto sta accadendo.
«All’aggettivo profonde aggiungerei sono criticità circolari. Dalle urne del 2018 vengono fuori tre minoranze ed una opposta all’altra. Nella prima fase si è assistito alla somma di due minoranze, nella seconda a un’altra somma ma sempre di minoranze. E tuttavia la somma delle minoranze non fa la maggioranza ed è così che si è arrivati ad oggi. Parlando di Chamberlain, oggi leggi Conte, Churchill disse: “Persistono così i membri del governo in uno strano paradosso. Risoluti soltanto a essere irrisoluti, adamantini nella deriva, solidi nella inconsistenza, onnipotenti nell’impotenza”»

D’accordo, ma come si esce da questo pantano di alchimie spericolate e profonde contraddizioni?
«Aldo Moro fu molto chiaro nella Costituente: quando non c’è un rapporto tra popolo e Parlamento si scioglie il Parlamento. Le elezioni si fanno per avere un governo. Nel 1994 il Quirinale, proprio per lo scollamento tra Paese e Parlamento, mandò l’Italia al voto. Questo è il quadro costituzionale normale e non credo la pandemia sia un limite per il ritorno alle urne. Solo la guerra è un limite al voto, se credi nella democrazia»

E invece come valuta l’ipotesi di un governo istituzionale che decongestioni il clima?
«I limiti e i problemi della politica non si risolvono con la tecnica e con un deus ex machina»

In realtà la democrazia, quale sistema rappresentativo, sembra traballare un po’ ovunque come dimostra quanto successo negli Usa. Siamo di fronte ad una crisi strutturale innescata dalla rabbia degli esclusi dal grande gioco globale?
«Ritengo sia ragionevole parlare di crisi, ma non di crisi della democrazia che resta, sempre come diceva Churchill, la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre sperimentate finora. Il realtà il punto è un altro: i problemi che un governo si candida a gestire o risolvere ormai escono dai confini nazionali, non hanno più una dimensione domestica e questo causa la crisi dei Governi. Vale per quasi tutto, dalle migrazioni, alla finanza, alla tecnologia. Inoltre non ci sono più le ideologie, impossibili da ricostruire sulla rete, e la spesa pubblica non può essere strutturale o sistematica. Per l’Occidente è finita l’era del G7 e c’è la crisi della globalizzazione. La formula magica “mercato + democrazia” non funziona più e questo spiega la rabbia degli esclusi che però, tornando agli Usa, sono anche fra i democratici».

E a proposito dei fatti di Capitol Hill?
«Mi chiedo quale sia l’attentato dalla democrazia più grave, se quello di Capitol Hill o quello di Twitter. È più grave che quattro sciamani entrino in Parlamento o che quattro giganti della comunicazione sostituiscano il Parlamento?»

Cosa ha rappresentato la presidenza Trump?
«Quattro anni fa, appena eletto Trump, il presidente Obama disse: “Non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo”. Cioè vide, con intelligenza, la fine dell’ideologia della globalizzazione. Quella di Trump è stata certo una politica diversa: deregulation, riforma fiscale nazionale con effetti positivi sul welfare, stop al cedimento degli Usa verso la Cina, fine delle guerre e pace in Medio Oriente. La valutazione si fa su quattro anni, non su quattro giorni. Ora, dalla presidenza Biden, ancora tutta in divenire, mi aspetto grande equilibrio».

Se gli Stati Uniti hanno, per il momento, archiviato l’esperienza di italiano, il centrodestra italiano, maggioritario nel Paese, ha proprio quella vocazione. Un limite? L’Europa farà ostracismo?
«Guardi, dopo anni di errori l’Europa si è messa dal lato giusto della Storia e ha fatto due cose: si è autosospesa nell’eccesso di regolamentazione e ha lanciato il Recovery Fund. Il piano Recovery ruota intorno agli Eurobond: sono una cosa di destra o di sinistra?»

Me lo dica lei.
«L’idea degli Union bond ha un’origine francese, nel 1994, con Delors ma per la prima volta ha rilevanza politica nel 2003 durante il semestre di presidenza italiana. È un’idea italiana, quindi. Le forze che allora hanno avuto il coraggio di proporre gli Eurobond erano di centrodestra. Oggi credo che la prospettiva della vittoria unisca e semplifichi molto. L’anatema europeo non ci sarà. Conosco piuttosto bene l’Europa ed escludo queste logiche. Ma di sicuro ci vorrà equilibrio».

A proposito di Europa, le riporto una frase dell’ex premier Mario Monti: «Oggi l’Ue pratica una generosità di cui stiamo facendo cattivo uso». È così?
«Ho qualche difficoltà a condividere l’idea che si tratti di “generosità”. Se si definisce la politica europea in questi termini si svela una atavica tendenza alla subordinazione nazionale che è fuori dalla logica dell’Unione per come è nata e si è organizzata ora con il Recovery. Parlare in questi termini di generosità è questo sì antieuropeo».

Ma questa ritrovata solidarietà si deve a un presa di coscienza o forse a una pandemia che tocca tutti, Germania compresa?
«Ex malo bonum. La crisi ha generato questo e d’altra parte i grandi processi storici non occupano un giorno o un vertice. Sono profondi. Il fatto che gli Eurobond ci abbiano messo 17 anni a diventare realtà la dice lunga».

Restiamo sul Recovery Fund: è davvero quel «miracolo» in grado di rimettere in piedi il Paese? I miliardi si moltiplicano ogni giorno di più in un gioco che pare un po’ azzardato.
«Il Recovery e dunque gli Eurobond fanno ruotare l’Ue dal lato giusto. In linea di principio e a prescindere dal quantum sono fondamentali in termini politici»

Ma in riferimento al quantum?
«In termini economici il numero europeo è 209 miliardi, in Italia lo hanno fatto salire a 300. Credo sia un esercizio simile ai carri armati di Mussolini».

Proviamo allora a mettere un po’ d’ordine, professore.
«I 209 sono divisi in parte a fondo perduto e in parte a prestito. Il fondo perduto è 80 miliardi da spalmare su 3-4 anni e nettizzati calcolando o le imposte europee o i maggiori contributi al bilancio comunitario. Così diventano 40, numero positivo ma non mirabolante. Il vero problema è nella parte a prestito e, infatti, non tutti i Paesi prendono i prestiti dal Recovery: può l’Italia, il Paese con il debito più alto, assumere una quota di debito nuova ed enorme? Questo è il problema. Come diceva Francesco Saverio Nitti “duro dipendere dall’oro alieno”»

Il problema del debito in questa fase sembra rimosso.
«Ma il Trattato non è stato seppellito, tornerà a breve, e il mercato “finanziario” c’è ancora come dimostra l’alzarsi dello spread. Certo, nelle prime bozze l’utilizzo della parte di debito è limitata e impiegata in larga parte per spese già decise. Ma nella Finanziaria ci sono 20 miliardi di maggior debito per bonus di tutti i tipi».

Sarebbe saggio utilizzare il Mes?
«La spesa sanitaria è necessaria e nella Finanziaria è già coperta. L’uso del Mes ha due controindicazioni: si pensa di usarlo per sostituire coperture che già ci sono in modo da fare altre spese. E poi, nel Mes, c’è la Troika. Non nell’uso ma nella restituzione dei 37 miliardi le condizioni non sono quelle normali del Recovery ma quelle speciali della Troika».

Chiudiamo sul Mezzogiorno: di cosa ha bisogno il Sud per ripartire?
«Al tempo dell’Unità il Paese fu unificato con le ferrovie. Nel Dopoguerra con le autostrade. Oggi dovrebbe essere unificato con la rete che avvicina il Sud al Nord e le piccole imprese al mercato globale. Il vero grande investimento per l’unificazione può essere questo. Ma sul Mezzogiorno vorrei dire anche altro».

Prego.
«Io ero a favore della Cassa del Mezzogiorno e devo dire che l’opposizione non veniva dal Nord ma dalle burocrazie intellettuali meridionali. Nel Trattato di Roma c’era il Protocollo Italia concentrato sul Mezzogiorno, poi abolito da Maastricht. Due erano le proposte: Cassa per il Mezzogiorno e fiscalità di vantaggio. E i tentativi di reintrodurle si devono a governi di centrodestra. In merito alla raccolta di capitali - ad esempio -avevamo stabilito che, se fossero stati destinati al Sud, avrebbero visto l’aliquota d’imposta dimezzarsi. Che fine ha fatto quel provvedimento? Ma soprattutto era pro o contro il Mezzogiorno?»

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