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In Puglia e Basilicata

Puglia, oh Cara! Un modello  i nostri centri per immigrati

Puglia, oh Cara! Un modello  i nostri centri per immigrati
di STEFANO PICCIAREDDA 
L’unica priorità ed emergenza per il governo italiano sembra quella di fermare gli sbarchi, lasciando la questione dei profughi proprio alla Libia, che non avendo aderito alla Convenzione di Ginevra sui richiedenti asilo non ne riconosce i diritti internazionalmente sanciti. Proprio ora che, con i Cara, si è costruito un sistema di accoglienza che fa da modello in Europa. Quello barese, in particolare, è esemplare. La Puglia ha sempre saputo mostrare la sua solidarietà. Deve continuare. Possiamo essere orgogliosi di avere i Cara nel nostro territorio

05 Agosto 2009

di STEFANO PICCIAREDDA 

Li incontriamo ogni giorno nelle strade di Bari e di Foggia. Sono somali, eritrei, nigeriani o cittadini di uno dei 42 paesi che compongono il mosaico di nazionalità ospiti dei due grandi «Cara» pugliesi: i Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Sono dei sopravvissuti. Per ognuno di loro, riuscito ad approdare sulle coste europee per richiedere protezione internazionale, molti altri sono morti per attraversare con mezzi di fortuna il deserto e il mare. Scorrere la lista dei paesi di provenienza, è sgranare il rosario dei dolori del mondo. Gli angoli d’inferno del pianeta. C’è l’Eritrea della guerra infinita e della fame, e la Somalia sconvolta dallo scontro fra bande. Tra i 4607 ospiti transitati dal Cara di Bari durante il suo primo anno di vita ci sono anche tre zimbabwiani, fuggiti dal colera e dalla fame causati da un’inflazione al 160mila per cento, la più alta del mondo; sedici palestinesi; due congolesi, testimoni di quella «prima guerra mondiale d’Africa» combattuta nel loro paese con 4 milioni di morti. 

È il popolo degli sbarchi. Provengono per la maggior parte dall’Africa subsahariana, e sono arrivati in Puglia dopo essere transitati dalla Libia e da Lampedusa. Forse, tra breve, non li vedremo più. Gli sbarchi sono quasi del tutto cessati. La politica dei «respingimenti», inaugurata lo scorso 5 maggio, sembra dare frutti. Dalle coste libiche è più difficile salpare, e chi vi riesce è intercettato da unità della marina militare libica o italiana. Che attuano i «respingimenti». Sono continui, ma solo i primi hanno fatto notizia. E quello del primo luglio è costato all’Italia, per le sue modalità violente e per non avere verificato la nazionalità dei migranti, un duro richiamo dell’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che il nostro governo ha respinto, perdendo un’occasione di riflessione.

In due mesi sono state riportate in Libia 1.136 persone. È una buona notizia? Che fosse indispensabile trovare una soluzione per porre fine al massacro del Mediterraneo (più di 14 mila morti accertati dal 1990 a oggi, dati Fortress Europe), è certo. Non sembra questa, però, la preoccupazione principale dei respingimenti. Del resto, una strage di queste proporzioni non ha provocato scandalo o dibattito sui media e nell’opinione pubblica, né mosso le intelligenze alla ricerca di soluzioni salvavita, con l’adozione di mezzi e tecnologie per soccorrere le barche in difficoltà e impedire i naufragi. No, l’unica priorità ed emergenza è quella di fermare gli sbarchi, lasciando la questione dei profughi proprio alla Libia, che non avendo aderito alla Convenzione di Ginevra sui richiedenti asilo non ne riconosce i diritti internazionalmente sanciti. Eppure, da alcuni anni il grande Paese africano è il terminale di quanti sono costretti a scappare dal loro paese. 

Cosa accade in Libia? La nostra ex colonia, che fino allo scorso anno ha celebrato ogni 7 ottobre la «giornata della vendetta», unico caso di festa nazionale antiitaliana, il cui leader - al quarantesimo anno di potere ininterrotto- è stato di recente accolto regalmente a Roma, ha finora utilizzato i migranti come strumento di pressione per ottenere contributi. Parte dei quali hanno finanziato l’allestimento di campi di detenzione per stranieri, e l’acqui - sto dei mezzi per trasportarli. Containers e porta containers, concepiti per le merci e non per le persone, giunti dall’Italia, spostano gli immigrati attraverso il deserto, verso i campi di raccolta. Dove si può essere detenuti senza limiti di tempo, senza la sentenza di un giudice, senza l’assistenza di un avvocato. Le condizioni di questi campi non sono buone, come gravi sono le violenze fisiche e psicologiche subite dagli immigrati, in particolare dalle donne. Lo attestano i racconti dei fuoriusciti e dei pochi visitatori: una delegazione del Parlamento europeo nel 2004, agenti italiani dei servizi segreti che nel 2005 ne hanno riferito in Parlamento, alcuni giornalisti free lance. Zlitan (vicino Tripoli), Misratah (riservata agli eritrei), Kufrah, Sebah, sono località che non vanno nominate con gli immigrati africani: continuano a suscitare in loro paura e tristezza per i connazionali che si trovano ancora lì. 

Destino peggiore tocca a chi viene riportato al proprio paese. Per gli eritrei, come per altri, il rimpatrio può equivalere a una condanna a mort e. Ma la Libia non va condannata, va aiutata. Si trova a gestire un flusso di immigrazione importante. Deve farlo con responsabilità e umanità. Applicando la Convenzione Oua sui rifugiati in Africa di cui è firmataria. Le pressioni internazionali, specie italiane, specie dopo la concessione, nel marzo 2009, di 5 miliardi di dollari di contributi fino al 2028, potrebbero fare molto. La violenza e la detenzione arbitraria non sono un deterrente all’emigrazione: chi è vittima della guerra e della persecuzione, parte ugualmente. Il successo degli «sbarchi zero» assume così un sapore amaro. E illusorio, perché già i trafficanti sperimentano nuove rotte, più lunghe e pericolose. Si rimandano indietro persone che avrebbero diritto alla protezione internazionale. 

Proprio ora che, con i Cara, si è costruito un sistema di accoglienza che fa da modello in Europa. Quello barese, in particolare, è esemplare. La Puglia ha sempre saputo mostrare la sua solidarietà. Deve continuare. Possiamo essere orgogliosi di avere i Cara nel nostro territorio. Restituiscono dignità e speranza ad esistenze lacerate. Una loro chiusura sarebbe una sconfitta dell’umanità e un impoverimento. Chi sostiene che «non possiamo accoglierli tutti!», deve sapere che non corriamo questo rischio. Già oggi il peso dell’accoglienza a rifugiati e sfollati è per l’80% sulle spalle dei paesi più poveri (rapporto Unhcr 2008). Soprattutto, il flusso dall’Africa e dall’Asia è numericamente ridotto: il popolo degli sbarchi ammonta in media a 22mila persone l’anno (tra il 2000 e il 2008, fonte ministero dell’Interno). Se fossero smistati tra i 28 membri dell’Unione europea, farebbe meno di mille all’anno per paese. Un impegno di accoglienza minimo e doveroso, se l’Italia vuole rimanere grande, e civile
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