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Senatrice Barbara Lezzi, come giudica la scelta di Di Maio di dimettersi a una manciata di giorni dal voto? Un atto necessario o una «resa» pre-elettorale?

«Una scelta personale che riflette il clima nel Movimento 5 Stelle che è determinato a progredire e a riconquistare il consenso perso in questi venti mesi».

Dove ha sbagliato, se ha sbagliato, l’ex capo politico?

«Il Movimento nasce senza leader, poi c'è stato il direttorio ed infine si  è dato un capo politico . Secondo me, è stato un percorso normale di adeguamento agli obiettivi da perseguire. Questo è il tempo di rivedere nuovamente la sua organizzazione. Luigi Di Maio è stato parte integrante ed essenziale in tutti i passaggi e, dal momento che ha svolto un ottimo lavoro, lo sarà anche nei prossimi». 

Lei ha parlato di «rinnovare e rinvigorire» il M5S. Invoca un ritorno al «purismo» delle origini?

«Le nostre straordinarie origini sono le fondamenta ma sono anche il passato. Rinnovamento e rigenerazione servono per procedere. Il senso è sempre quello di essere M5S e non snaturarsi in definizioni come progressisti, riformisti o altro. Noi siamo il M5S che da dieci anni cerca le soluzioni per i cittadini».

C’è anche chi pensa di rendere strutturale l’alleanza coi dem, puntando tutto su Conte. Cosa ne pensa?

«Non trovo niente di naturale in un'alleanza con il Pd così come non c’era con la Lega. Ripeto, noi dobbiamo restare il M5S con le nostre priorità. Se si decideranno alleanze sui programmi, con chiunque si faranno, dovremo sempre avere l'orgoglio di rivendicare i nostri nomi e i nostri candidati. La politica non deve abdicare. Sarebbe un errore gravissimo. Conte deciderà di conseguenza».

Che tradotto vuol dire?

«Conte ora è un mediatore. Se dovesse venire il momento delle scelte dovrà decidere se aderire al Pd o al M5S»

A Di Maio succede Crimi. Ma si ragiona in prospettiva: meglio un solo capo politico o un organo collegiale?

« Siamo una forza complessa che necessita di sintesi politiche su diversi temi. Quindi, organo collegiale sicuramente».

Lei vorrebbe farne parte?

«Il totonomi lasciamolo ai retroscenisti. Contano idee e progetti».

E Di Battista? Vedrebbe bene un suo impegno diretto?
«Se qualcuno pensa di fare a meno di Alessandro Di Battista, non ha considerato che senza di lui, al di là del nome, non sarebbe più il Movimento 5 Stelle».

Passiamo alle Regionali. In caso di flop pentastellato in Emilia e Calabria, sarà necessario ripensare l’alleanza governativa?

«L’alleanza ha senso se si ha il coraggio di assumere decisioni importanti. Dalla revoca delle concessioni, alla riforma della giustizia senza trascurate un’adeguata riqualificazione della spesa pubblica per abbassare le tasse iniziando da chi ne ha più bisogno. Se quest’alleanza avrà la determinazione di ignorare le puerili provocazioni renziane, può sopravvivere altri tre anni. Altrimenti, è bene scioglierla e restituire la parola ai cittadini».

La base ha lanciato Antonella Laricchia candidata per la Regione Puglia, nel segno della continuità e della distanza da Emiliano. La consigliera è la persona giusta per confrontarsi con il governatore uscente e il centrodestra? 

«Antonella Laricchia ha dato prova del suo carattere in questi cinque anni di consigliatura. Non  ha mai esitato a denunciare e ad opporsi con rigore a sprechi e clientelismi. Insieme agli altri consiglieri ha preparato la base del programma per la Puglia che sta sottoponendo agli attivisti. Sarà una campagna elettorale avvincente e che darà nuovo entusiasmo al M5S in Puglia».

Uno dei nodi cruciali sarà Taranto. Lei, come su Tap, ha sempre assunto una posizione molto netta, a cominciare dallo scudo penale. Quale sarà la linea in questi mesi di campagna elettorale?

«Sono vicende ben diverse. In entrambi i casi, però, abbiamo incontrato innegabili difficoltà a tornare su obbligazioni assunte da chi ci ha preceduto. Ora il dossier ex-ilva è riaperto a causa dell’inadempienza di Arcelor Mittal. È l’occasione, finalmente, per rispondere alle richieste della città che chiede da troppo tempo condizioni compatibili con la salute». 

E dunque, quali sono le idee in campo?

«Ci sarà anche un decreto per nuovi investimenti sulla città ma non accetterò che siano palliativi per far accettare l’ennesimo abuso ai danni dei cittadini. Così com’è quella fabbrica non può andare avanti. Una richiesta che avanzerò insieme ai colleghi tarantini è l’attuazione della valutazione sanitaria preventiva. Se si vogliono produrre 8 milioni di tonnellate, si faccia prima la valutazione per verificare l’effettiva compatibilità con la salute dei tarantini. Anche qui, in caso contrario, meglio non far reggere il governo perché staremmo portando avanti le politiche fallimentari renziane».

E lo scudo penale?

«La questione scudo è superata anche da quanto scritto dalla Procura e dai commissari. È inutile parlarne ancora. Andiamo avanti».

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