Mercoledì 27 Maggio 2020 | 16:37

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Nicola Brienza, bitontino, è candidato per il Pd: giusto guardare a Est ma nell'accordo con Pechino molte promesse e pochi fatti

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Imprenditore da anni radicato in Cina, amante del calcio e con uno sguardo pragmatico sulle esigenze di un’Italia smarrita nella sfida globale. È questo l’identikit di Nicola Brienza, bitontino classe 1974, candidato dal Partito democratico nella Circoscrizione meridionale delle Europee. Parte oggi la sua campagna elettorale, tra social e strada, con lo slogan «Meno confini, più orizzonti».

Nicola Brienza, perché è sceso in campo con il Pd?
«Sono un moderato di centro, gli unici partiti con cui avrei potuto schierarmi sono Pd e Forza Italia, ma la vocazione sociale del primo è stata determinante».

Dire Pd, oggi, vuol dire poco. C’è un leader in cui si riconosce?
«Direi Michele Emiliano per quel processo di allargamento della coalizione che ha messo in atto. L’obiettivo, dal mio punto di vista, è quello di creare un grande partito di centro. Ciò detto, credo che il nuovo leader che gli italiani aspettano debba ancora palesarsi».

Tiriamo a indovinare: da moderato, la vocazione «populista» del governo gialloverde non le va giù...
«Guardi, noi italiani residenti all’estero siamo abituati a dare una valutazione pragmatica dei governi. Poco tifo da stadio e molta concretezza».

E allora proviamo a scendere nel concreto. Da imprenditore la flat tax la convince?
«In un contesto diverso, con meno debito e un Pil più alto, sarebbe stata una buona idea. Oggi, più che altro, può fornire un vantaggio dal punto di vista della semplificazione».

Il reddito di cittadinanza?
«Avrei varato più che altro un reddito del lavoro, agevolando, con un ritorno economico, le imprese che investono sui giovani. Quei soldi li avrei impiegati così, creando lavoro vero piuttosto che assumere navigator per cercare occupazioni che non ci sono».

Capitolo Cina. Il governo Conte ha fatto bene a siglare un accordo strutturale con Pechino?
«Aprire un canale di comunicazione con la Cina è necessario. Io ho seguito l’accordo dalla parte cinese e ha un problema: sono tutte promesse di lavoro, dichiarazioni di intenti, senza cifre né tempistiche. Per ora non arriva denaro vero. Non abbiamo venduto auto della Ferrari, navi di Fincantieri o elicotteri di Leonardo, né risolto il problema di D&G, oggi fuori dal mercato cinese. La Francia invece ha concretamente piazzato i propri prodotti».

È vero che si poteva fare di più per il Sud, magari dando centralità ai porti pugliesi?
«Da meridionale è una aspirazione legittima. Il problema è che si privilegiano Trieste e Genova perché sono già Europa. In meno di un’ora sei in Austria, Slovenia e Svizzera. Puoi puntare su Taranto, ma poi come raggiungi rapidamente, e in modo economico, il continente? La velocità dei collegamenti è decisiva».

Come si risolve il problema?
«Se sarò eletto dedicherò molte energie proprio al nodo dei collegamenti infrastrutturali con impatto ambientale zero. Da Sud verso Nord, certo, ma anche verso Est, cioè Albania e Montenegro. Il futuro non è né in cielo, né su strada, ma sottoterra. L’Hyperloop, il tunnel a bassa pressione, nel progetto dell’imprenditore Elon Musk, dovrebbe permettere di spostarsi da San Francisco a Los Angeles in meno di 18 minuti. Il futuro è quello ».

Ancora sulla Cina. Hanno fondamento gli allarmi lanciati sul 5G?
«La questione è reale. Finora abbiamo lavorato con l’Ovest, ora a Est. Ma si tratta di scegliere da chi farsi controllare, un problema che ritornerà anche per il 6G».

La soluzione?
«Un 6G europeo. Per lavorarci bisognerebbe dare fondi al Cnr, diretto oltretutto da un leccese, Massimo Inguscio».

Chiudiamo sul calcio. È vero che un anno fa ha tentato di comprare il Bari? Ci pensa ancora?
«Vero, ma la situazione al tempo non lo permetteva. Oggi De Laurentiis è l’uomo giusto per guidare la società, in futuro vedremo come evolveranno le cose. I sogni non evaporano».

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