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In Puglia e Basilicata

L'evento

Celle di San Vito incrocia le dita e prepara la festa per Macron

Celle di San Vito, statua inaugurazione Macron

Il presidente francese invitato all’inaugurazione della statua di D’Angiò: a luglio l’evento

16 Maggio 2022

Alessandro Salvatore

CELLE DI SAN VITO - «Il 23 luglio Macron sarà veramente nel nostro paese? Noi temiamo che i suoi impegni possano condizionarlo, ma ci crediamo, perché come più piccolo comune di Puglia noi guardiamo al grande...». Il sindaco Palma Maria Giannini mostra alla «Gazzetta» l’orgoglio franco-provenzale a nome dei 146 abitanti di Celle di San Vito, le cui radici riportano a Carlo I D’Angiò, figlio di Luigi VIII di Francia, dunque «avo» di quell’Emmanuel Macron che il 24 aprile scorso ha strappato al suo popolo il secondo mandato da capo dello Stato. Al ballottaggio il centrista di Amiens ha battuto l’estremista di destra Marine Le Pen col 58.5% dei voti. Una percentuale inferiore al 74.1 con cui nel 2019 Giannini ha ottenuto il terzo mandato consecutivo dai cittadini del paese in provincia di Foggia. «Nel 2024 lascerò l’incarico, mi dispiace, non perché sono attaccata alla poltrona dove siedo dal 2009, ma perché tengo alla crescita della comunità».

Certo, il paragone fra l’ultima fiducia conferitale dagli 89 elettori del borgo foggiano non regge coi 18,9 milioni di votanti che hanno incoronato Macron. Ma tra il sindaco del Subappenino dauno e il presidente transalpino vi è un legame patriottico, sottolineato dal rosone biancorosso che campeggia sull’insegna del Municipio (Munecipje nella seconda parlata) di Celle. Simbolo della roccaforte linguistica franco-provenzale che da queste parti (unitamente alla vicina Faeto, uniche del Centro-Sud Italia) si conserva dal Medioevo, esattamente da 753 anni. È l’8 luglio 1269 quando l’allora re di Sicilia Carlo D’Angiò, impegnato a liberare Lucera dal dominio svevo per ordine papale, comprende la strategia del valico di Crepacore (colpito dai Saraceni) e vi spedisce 200 soldati per presidiarlo. Siccome la fortezza non è abitabile, il sovrano obbliga 19 comuni limitrofi a mandare sul posto 700 uomini fra operai e soldati per la ricostruzione. È questa integrazione italo-provenzale, sorta sul punto più elevato della via Traiana, a dare vita al paese che si eleva a 735 metri di altezza nella vallata del Celone che la racchiude come una corona. L’origine del suo nome parte attorno al 1000, presso il torrente Freddo (tuttora zampillante), a un chilometro da Castelluccio Valmaggiore, dove vi era un cenobio intitolato a San Nicola, e dal piccolo santuario dedicato a San Vito (ora da ricostruire dopo la rinascita della chiesetta) pare avvistato in queste zone in fuga dalla persecuzione pagana. Quel luogo era stato scelto dai monaci per accogliere i pellegrini verso la Terra Santa, lasciando in eredità al sindaco Giannini l’obiettivo di «costruire un ricovero sacro sulla ripopolata via Francigena». Più tardi a causa della malaria i religiosi si spostarono sulla montagna e qui costruirono delle cellette che servivano come dimora. Questa, alla fine del XIII secolo, diventerà la casa dei provenzali, mercenari al servizio di D’Angiò.

È nel nome del sovrano nato a Parigi nel 1226 e spirato a Foggia nel 1285 che lo scultore faetino Leonardo Scarinzi ha realizzato una statua bronzea di 170 cm e che il sindaco Giannini, dopo la lettera del 27 gennaio inviata alla Presidenza francese, conta di poter inaugurare alla presenza di Macron. Il luogo deputato è nei pressi dell’Arco dei Provenzali. È il simbolo del piccolo Borgo.
«In passato veniva chiamato Pòrta Cheglìje, ovvero a cucchiaio, ad intendere la raccolta di tutti gli abitanti prima di chiudere l’ingresso al paese. Era uno degli accessi che ogni sera veniva chiuso. Ancora oggi presente una feritoia, fuciliera, la sajettére, usata per la difesa di eventuali attacchi nemici, da epoca medioevale» spiega Mariangela Genovese, co-responsabile con Virginia Carosielli dello Sportello Linguistico comunale, gestito da Attivamente Insieme, che è uno degli strumenti di tutela del patrimonio franco-provenzale. L’ufficio è legato all’Info-point turistico che il sindaco potenzierà da questa estate grazie ad un finanziamento di 175mila euro. «Il sostegno pubblico - spiega Giannini - ci permette di mantenere servizi di qualità. Tanti sono stati gli interventi pubblici: da quelli contro il dissesto idrogeologico, all’impiego di soggetti con reddito di cittadinanza nella manutenzione del verde, l’albergo comunale per i turisti che in estate fanno diventare Celle cinque volte più grande e la creazione del Museo della civiltà contadina Francoprovenzale». È intitolato a Vincenzo Rubino, i cui reperti della memoria territoriale sono «migrati» a Celle da Faeto. Tra i tesori storici brilla «il Pezzùche, Cavicchio di legno dal provenzale, utile per la piantumazione, che il fidanzato realizzava a mano e donava all’amata, per dimostrarle le sue virtù» spiega una delle guide museali, Angela D’Aloia. Ventisette anni, nella fascia d’età 20-40, il 20% della popolazione cellese (tra 0-18 il 7% e da 50 in su il 63%), Angela è legata a un taglialegna (tra i pochi operai in loco, come il carpentiere, il tabaccaio e la famiglia della ristorazione) che dal bosco Difesa Celle di San Vito, donato dalla Contessa di Celano al paese, rifornisce i cittadini che col fuoco si scaldano e cucinano.

Tra un mesetto Angela partorirà, permettendo di portare a 147 gli abitanti di Celle, in continuità col trend di un nascituro ad anno riemerso dal 2019 dopo un vuoto di cinque anni. «Allora suoneranno le campane a festa, accade per ogni nascita. Cosa si prova a vivere nel 7.845° comune più piccolo d’Italia su 7.904? Chi resta è perché lo ama. Qui ci difende la natura e la gente si aiuta a vicenda».
In attesa di un altro evento - datato 9 settembre 2022, quando Celle toccherà i 148 abitanti grazie a Michele, in arrivo da Ascoli Satriano per sposare Anna - l’amministrazione del borgo fiorito cerca di contrastare lo svuotamento demografico, che ha un dato-chiave: dal top di 1.050 abitanti del 1901 Celle è regredita dell’86%, assieme a una perdita di due cittadini all’anno nell’ultimo ventennio. «La causa? La mancanza di lavoro» sottolinea Giannini che, da prima donna del paese a entrare in politica nel 1978 come consigliera fino all’elezione a sindaco, dice di aver «assistito al depauperamento sociale. Ma qui non stiamo con le mani in mano» assicura, citando il finanziamento di 100mila euro col quale provare ad attrarre nuovi residenti, interessati a investire nel commercio, e la manifestazione di interesse alla vendita di immobili comunali per finalità socio-assistenziali.
«Il nostro è un grande sindaco, che ha migliorato questo luogo» commenta Michele Poppa. Ha 92 anni e mezzo, è il cellese più anziano. «Sono tornato qui nel 1979 dopo un ventennio in Canada da emigrato. Ero un saldatore alla mitica Massey Ferguson, azienda produttrice di macchine agricole che esiste da 175 anni. Io nella sede di Brantford, lavoravo sulla creazione delle mietitrebbie. Quanta fatica a pensarci ora. Con altri anziani del paese, siamo sopravvissuti al Covid. Il fatto di essere un comune isolato dal resto del mondo, in fondo non è un male...».

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