Martedì 02 Giugno 2020 | 14:39

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Foggia, due sorelle nel reparto Covid della Casa Sollievo: «Nel dolore abbiamo trovato la speranza»

Paola (48 anni) e Annalisa (50 anni), raccontano a Mario Cifaldi la loro esperienza di degenza ospedaliera a causa del coronavirus

Staminali e sclerosi multipla sperimentazione a Casa Sollievo

FOGGIA - La testimonianza di Paola e Annalisa, due sorelle che raccontano in un'intervista a Mario Cifaldi il loro periodo di degenza nel reparto Covid 19 della Casa Sollievo nel Foggiano. 

"Ci sono posti in cui la primavera non arriva." L'Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza e Colonnello D'Avanzo sembrano essere due fra questi posti. Per Paola e Annalisa Grillo, entrambe docenti presso l'Istituto Aldo Moro di Stornarella (FG), paese che amano e che le ama, non c'è tregua dall'interminabile, tetro grigiore dell'inverno esistenziale, da cui scappare si rivela un'impari battaglia, una guerra in cui si è soli in trincea e si affronta un nemico a forma di incognita: lì, nessun fiore è sbocciato, neanche timidamente, quasi come volesse scusarsi al mondo per esser germogliato, nell'aria cupa e carica di tensione che da ormai un mese ci attanaglia; lì, nessuna rondine osa rallegrare l'atmosfera con il proprio canto, lasciando che il vento porti con sé le sue dolci melodie e le mescoli agli altri inconfondibili, rasserenanti suoni della natura; lì, i raggi del sole arrivano fiochi, tenui, infrangendosi contro le tende impenetrabili del nosocomio che si è trasformato in una fortezza invalicabile; lì, il mondo è tornato assorto nel suo letargo tardivo e prolungato, colmo di attese che hanno l'aspetto di un gigantesco buco nero.
Due donne. Due sorelle. Due madri. Due sopravvissute. Un pericolo non suscita il timore che realmente avrebbe dovuto incutere fin quando non ci raggiunge inermi e impotenti, nella sicurezza e intimità delle nostre case, iniziando ad insinuarsi di vittima in vittima in un climax di crescente angoscia, mentre ingloba ciecamente tutto ciò che trova davanti, avanzando con passo felpato e una mascherina sugli occhi.

Stiamo tutti sperimentando l'opprimente sensazione di essere segregati, e ognuno di noi si rivolge a espedienti personali per sfuggire alla noia o alla paura. Vi è capitato di sperimentarle? Se sì, come le avete affrontate?

Paola: La noia non mi apparteneva prima e non mi è appartenuta in questo periodo, il virus è entrato in maniera subdola nel mio corpo e nella mia vita troppo presto. Non ho sperimentato il #iorestoacasa, lo sperimenterò quando uscirò dall’ospedale.
La paura... quella sì, tanta e in vari momenti. Paura di morire, paura di soffrire, paura di non rivedere più i miei cari, paura di morire da sola in un letto d’ospedale, paura... tanta paura. Soprattutto quella che si legge negli occhi dei medici e degli operatori, paura che nessuno scafandro può nascondere. La paura è l’unica compagna fedele nell’esperienza dell’isolamento in ospedale. Affrontare la paura? Io l’ho affrontata in due modi. La fede mi ha aiutata a vincerla. La poesia mi ha aiutata a sublimarla.

Annalisa: Il virus mi ha preso alla sprovvista: i primi giorni non avevo la forza fisica e mentale per comprendere quello che stava succedendo, il primo periodo è stato segnato da una profonda sofferenza che ha generato in me un forte desiderio di trovare la forza per sostenere e per sopportare quanto mi aspettava. Sapevo che si trattava di una situazione dolorosa e anche pericolosa. La paura: quella non l'ho provata mai, anche se avvertivo che questo sentimento aveva, mio malgrado, travolto l'esistenza di quelli che mi sono più vicini. Sono profondamente credente, per cui ho fatto un atto di affidamento e ho chiesto solo la forza di reagire. Da quel momento, i miei pensieri sono solo stati pensieri positivi. La parola d'ordine era "quando tutto finirà"! La sensazione più bella è stata quella di ricevere grandi attenzioni da parte di tanti, non solo di quelli a me più vicini, ma di molte altre persone. Questo mi ha aiutato a non avere paura e soprattutto a non sentirmi sola nonostante l'isolamento.

Che cosa vi manca di più della vostra missione di docenti?

Paola: I miei alunni sono la mia “cura curante”, lo sono stati nella mia lotta contro il cancro e lo sono stati ora. C’è una vicinanza emotiva che supera l’isolamento dell’ospedale e che davvero cura. Non sentirsi soli nell’essere soli. Tante le testimonianze di affetto dei miei alunni che mi hanno commossa e guarita. Mi mancavano i loro sguardi, i loro sorrisi, le loro riflessioni e la loro creatività. Ho cercato di non far mancare la mia guida neanche in questi momenti: in ospedale il tempo non manca e le nuove tecnologie diventano ponti. Le classi virtuali di Edmodo, buona pratica da sempre attuata da me, sono state provvidenziali. Didattica a distanza, insomma. Non potevo lasciarli e non potevo lasciarli soli.

Annalisa: Un docente è "mente, mano, cuore". Nella mente tanti progetti e l'ansia di realizzarli al più presto; l'attività pratica, resa impossibile dalla contingenza, ha assunto i toni di una privazione; nel cuore, gli alunni: i messaggi, i video e i vocali hanno invaso di dolcezza molti momenti bui. Davvero risuonava nella mente e nel cuore il motto "ce la posso fare".

È accertato: mostrare solidarietà in momenti così delicati risulta più spontaneo per chiunque. Chi o che cosa vi ha sorpreso di più delle manifestazioni di affetto e vicinanza che hanno avuto i vostri concittadini?

Paola: La TV ci sta bombardando (e terrorizzando) con l’emergenza Coronavirus. Tanti numeri, statistiche e previsioni. La gente percepisce tutto come lontano fisicamente ed emotivamente, ma quando il virus colpisce chi conosci, allora il Covid comincia ad avere un volto, un nome e a diventare una storia, che la gente vuole ascoltare, leggere.
Le testimonianze di affetto sono state tante, davvero tante. Ma anche durante il cancro lo sono state. Mi ha sorpreso questa volta che dei miei stati whatsapp, in cui appuntavo dei miei pensieri, come uno zibaldone, venissero fatti gli screenshot e inoltrati. I miei contatti e i contatti dei miei contatti sono diventati parte di questa mia esperienza, frammenti di una mia storia. Loro hanno aiutato me a non sentirmi sola, io ho aiutato loro a capire l’importanza del restare a casa e ad avere rispetto per chi soffre e chi non ce l’ha fatta. Quella sedia a turno era occupata sempre.

Annalisa: Io amo il mio paese, amo la mia comunità. Ho ricevuto tanti messaggi e tante attestazioni di affetto, in un messaggio ho ringraziato tutti per la tenerezza. Sono molto sentimentale, me lo riconosco: mi piace salutare le persone per strada, chiacchierare durante la fila al banco salumeria e sentirmi a casa anche fuori dalle mura domestiche quando percorro le strade del mio paese. Per questa ragione, non mi sono stupita della calorosa vicinanza, ho pensato a quanto sarà bello ringraziare tutti quando finalmente insieme ripopoleremo il nostro paese.

Guardando le vostre stories sui social, ho notato una forte correlazione tra la vostra condizione e stato d'animo con delle opere poetiche e degli autori. Quali? E perché?

Paola: L’analogia con "Il Palombaro" di Corrado Govoni è stata immediata. Quella poesia visiva era fissa in me. Bloccata a letto con l’ossigeno a muro, percepivo così le figure dei sanitari che entravano in stanza, come dei palombari. Al contrario dei palombari però, erano lì per riportarci alla vita, farci riemergere dall’abisso in cui eravamo sprofondati. “Spauracchio”, il nostro, il loro.

Annalisa: Io in realtà, immersa in una condizione di ricerca di bellezza, ho sempre ripercorso nella mente i versi della poesia di Neruda "Sono felice". Solo pensieri positivi. Non ho voluto pensare alla condizione contingente o al dolore, ho voluto pensare positivo. Questa poesia è un inno alla felicità. Guardavo il giardino fuori dalla finestra e mi venivano in mente i versi.
Ossigeno per il cuore e per la mente , mentre avevo la mascherina per respirare.

In momenti di estrema sofferenza come quello che avete vissuto, si riesce a carpire la vera essenza delle cose più facilmente, a fare una distinzione tra "superfluo" e "sostanziale". Cos'è stata la cosa più cara a cui avete dovuto dire "arrivederci"?

Paola: I miei figli sicuramente. Sono adolescenti e già è tutto dire. Niente scuola. Didattica a distanza. Nessuna possibilità di relazioni parentali o amicali, a parte mio marito. In casa, in quarantena, senza di me... È stato il distacco più doloroso. E poi mia madre. Due figlie positive in ospedale e un figlio autistico in casa. L’impotenza è una sensazione terribile che paralizza.

Annalisa: Nell'isolamento ho detto arrivederci praticamente a tutto. L'empatia, competenza molto spiccata in un docente, che ti permette di comunicare con gli sguardi, di leggere i segnali del corpo, di ascoltare le parole dei silenzi, è stata la prima a ricevere il mio arrivederci. Nonostante le frasi rassicuranti dei medici e degli infermieri, cui va il mio ringraziamento per la loro dedizione e per il sacrificio, vedere "astronauti", in questo universo parallelo in cui il virus mi ha catapultato, ha reso impossibile ogni forma di comunicazione empatica.
Non ho detto arrivederci ai miei affetti, solo al contatto umano. Bisogna guardare la vita in modo pluriprospettico.

Prima avete accennato al vostro rapporto con la fede; quando una disgrazia si abbatte su di noi, è nella natura umana maturare un comportamento selettivo di fronte alla spiritualità: alcuni intensificano la propria fede, che li guida come la luce di un faro conduce un pescatore errante fuori dall'oscurità del mare, altri la smarriscono o la rinnegano. Qual è stata la vostra reazione?

Paola: Non riuscirei a pensare alla mia vita senza la fede. È l’unica a dare un senso a quanto mi accade, bello o brutto che sia. Viviamo la vita come il rovescio di un ricamo: vediamo grovigli e nodi e non ne capiamo la trama. Il Signore a volte ci permette di vedere il ricamo. E allora accetti i nodi, i fili spezzati, i grovigli. Come diceva Hugo, “Dio non si può vedere che tra le lacrime”. E hai la forza di trasformare il male in bene, il negativo in positivo. Resilienza è riduttivo. Per vari giorni qui a San Giovanni ha nevicato, stranamente, dato il periodo. Si dice che la neve sia un bacio divino che accarezza la terra...“Bisogna imparare il martirio della pazienza. Chi impara questo martirio comincia a vedere le cose come le vedi tu: crudemente vere”. Me lo ha scritto in questi giorni in una bellissima mail don Luigi Epicoco. Mi è stata di grande conforto.

Annalisa: Come ho detto prima, la fede è l'ancora a cui mi sono aggrappata. L'atto di affidamento postula la consapevolezza della nostra fragilità e dei nostri limiti. Non ho chiesto un miracolo, ho chiesto la forza di affrontare la prova. E l'aiuto è giunto.

In circostanze simili, sovente ci si sofferma a rimuginare sul proprio passato. È capitato anche a voi? E, se è capitato, che cosa avreste voluto cambiare e, dopo questa esperienza, cosa vi proporrete di cambiare di voi stesse e con gli altri?

Paola: Il passato non ci appartiene, il passato è diventato in noi presenza e ha fatto di noi quello che siamo. “È al futuro che guardo, perché è lì che passerò il resto della mia vita”. Io credo che questa esperienza cambierà tutti noi. La sofferenza e/o la paura hanno costretto ognuno di noi a rimappare la propria esistenza. Inevitabilmente ci cambierà. Ci ha segnati. Ci ha provati. Sicuramente io ne uscirò più forte ma nello stesso tempo più sensibile. Ad un abbraccio. Ad una stretta di mano. Al profumo del pane appena sfornato. Al gusto di un gelato al cioccolato. Anosmia e ageusia sono le altre due compagne fedeli di questa esperienza.

Annalisa: Riflettere sul proprio passato non deve essere un'attività da situazioni estreme. Il cambiamento interesserà tutti alla fine della pandemia. Dal primo giorno ho pensato solo alla bellezza, tutta la bellezza che è entrata nella mia vita. Ai miei amori, alle passioni, ai tanti progetti realizzati e da realizzare, ma soprattutto alla possibilità di dire grazie alla vita che ci ha dato tanto. Cambieremo, cambieremo tutti. Sarà un cambiamento epocale, sì, ma sarà positivo per tutti solo se riscopriremo la nostra interdipendenza dagli altri e la bellezza che c'è nel mondo e negli uomini.

La malattia è una condizione che angoscia tutti gli esseri umani; secondo voi, può essere anche considerata un'esperienza in grado di arricchire e da cui si può uscire cambiati positivamente?

Paola: Nietzsche diceva: “Ciò che non uccide, rende più forti”. Io ritengo che la malattia renda più forti, dia la possibilità di vivere la vita con leggerezza, goderne appieno, gioire delle piccole cose, dare altre priorità. Perché conosci veramente la vita, dopo che la morte ti ha guardata negli occhi, ti ha tolto il respiro, ti ha quasi fermato il cuore.

Annalisa: L'esperienza della malattia è una lente d'ingrandimento sull'esistenza. Ti consente di guardare con la mente e con il cuore la vita, insegna a gioire per le piccole cose, a sminuire le inezie, a scoprire il senso dell'essere hic et nunc in prospettiva del domani. La malattia guarda con speranza al futuro con tenerezza al passato e vive l'oggi come dono.

Paola, pochi mesi fa hai dovuto sconfiggere un altro temibile nemico: il cancro. Cosa ti è rimasto di quella esperienza?

Paola: Nel giro di pochi mesi il cancro ha bussato per ben due volte alla porta della mia vita. E io quella porta l’ho aperta.
Il cancro ti sconvolge la vita. Segna uno spartiacque. Ma non è più una condanna a morte. Sei circondata da gente che ci è passata e ci è uscita, sei circondata dall’affetto, dalla tenerezza, dal calore umano. Prima dell’intervento e dopo hai sguardi amici accanto al tuo letto, le sedie in stanza sono poche per tutti quelli che vengono a trovarti. E poi i medici della Breast Unit di Foggia... non medici, ma angeli. Dal momento del referto, ho percepito che c’erano loro non solo a curarmi, ma a prendersi cura di me. La relazione medico-paziente è fondamentale ed è parte integrante del processo di guarigione quasi quanto i farmaci. Con il Covid-19 viene a mancare tutto questo: la porta della stanza è sempre chiusa e la sedia sempre vuota, i medici e gli infermieri sono palombari chiusi nei loro scafandri e con le mani di lattice.

Se la malattia è una domanda, qual è per voi la risposta?

Paola: La risposta è in questa pandemia, che ci ha fatti scoprire vulnerabili, impotenti, fragili, umani. Che ci ha messi faccia a faccia con la morte. Che ha reso l’altro un potenziale nemico. Che ha reso la nostra casa una prigione. Che ci ha resi più social e più soli. Che ha reso una parola bella come “positivo” una parola che fa paura. Che ha ridato il senso originario alle parole “virale” e “contagioso”.

Annalisa: La mia risposta: la malattia è l'orizzonte di senso dell'esistenza, segna il confine del solipsismo interpretativo dell'uomo ed evidenzia i limiti della sua condizione. Da credente so che la malattia è un dono.

Vi siete interrogate sull'arché del male? Secondo voi è una funzione, un accadimento o una condizione necessaria?

Paola: Non mi faccio queste grandi domande. Nell’immediato impegno le energie ad uscire e/o risolvere la situazione. Uscita, mi impegno a cercare ciò che di positivo posso trarre da quella esperienza. Le esperienze, se non insegnano, sono inutili. Sento dire: “Perché a me?”, intendendo dire: “Perché questa malattia a me?”, quasi fosse una punizione. Io invece dico: “Perché a me?”, intendendo dire: “Se è capitato a me, un perché deve esserci. E su quello mi devo concentrare”.

Annalisa: Il male è una condizione necessaria, purtroppo. Non è assenza del bene, ma l'altra scelta da compiere. Non credo nel destino, non sono fatalista. Credo che tutto ciò che accade sia la conseguenza di scelte operate dall'uomo e dettate da interessi che spesso non considerano che l'essere umano sia parte del sistema umanità. Disgregare e rompere gli equilibri genera disastri come quello che stiamo affrontando oggi.

Annalisa, Paola, sapreste scegliere una sola parola con cui vi definireste ora?

Paola: Viva.

Annalisa: Sicuramente mi definisco resiliente.

Paola e Annalisa, vive e resilienti. Pacifiche guerriere che resistono alle insidie e alle tribolazioni di questa guerra combattuta contro un nemico impalpabile, tra aghi che trapassano la pelle, mentre la giornata volge al termine in compagnia di "palombari" e il resto del mondo fuori attende con speranza, buttando, di tanto in tanto, uno sguardo malinconico alle nuvole che si rincorrono nel cielo, noncuranti di ciò che avviene sulla terraferma.

In definitiva, ciascuno di noi, una volta spente le luci e con la testa adagiata sul cuscino, non può fare a meno di ritrovarsi circondato dalle tenebre e da un groviglio di pensieri indistinti, solamente in compagnia delle proprie speranze, confidando in un domani migliore, ma conservando e coltivando i ricordi di ciò che è stato ieri e oggi. Le nostre esistenze sono continuamente intrise di speranze, di visioni e di prospettive. Le troviamo negli occhi dei nostri amici, nei traguardi raggiunti con l'impegno quotidiano, nelle cose minute che rendono le nostre giornate più luminose. E Paola e Annalisa Grillo sono specchio emozionato ed emozionale della umana speranza: la primavera, dopo ogni inverno, arriva sempre.

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