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FOGGIA - Se la grande distribuzione organizzata pagasse il giusto agli agricoltori, non ci sarebbe forse sfruttamento di manodopera e il caporalato potrebbe diventare una definizione d’antan. Alla recente visita della Commissione parlamentare Antimafia queste cose la Coldiretti le ha riferite senza peli sulla lingua, mettendo all’indice il sistema ormai largamente diffuso e strutturato delle aste a doppio ribasso che «falsano il mercato del lavoro in campagna caratterizzato dai prezzi troppi bassi». È una piaga tipica dell’agricoltura foggiana quella delle vendite al ribasso, ancorchè diffusissima altrove. Si è cominciato trent’anni fa con il pomodoro da industria, schiacciato dai grandi commercianti della Campania che proponevano acquisti da «prendere o lasciare» alle imprese e si è andati avanti su questa falsariga negli anni e un po’ su tutti gli altri comparti della ricca campagna foggiana. Sono cambiati certamente gli attori, ma il sistema del sottocosto è diventato un cappio per molti produttori nostrani. Sott’accusa finiscono le grandi catene di vendita che possono esercitare evidentemente un potere contrattuale tale da imporre il prezzo. E chi non ci sta è fuori. «La vendita sottocosto - spiega Giuseppe De Filippo, presidente provinciale di Coldiretti - avviene attraverso una procedura condotta on line, nel corso della quale i fornitori sono chiamati a presentare la loro offerta al prezzo più basso e, nel corso di una seconda asta on-line, a presentare un ulteriore ribasso sulla base di prezzo risultata inferiore nella fase precedente».
Non meno spregiudicato il meccanismo delle aste elettroniche: una prassi commerciale - rivela ancora Coldiretti - legata ad una posizione dominante acquisita nella filiera con effetti predatori sulle imprese a valle. «In questo modo la vendita sottocosto, in particolare nel settore alimentare, diventa un vero e proprio illecito concorrenziale per aggiudicarsi dai fornitori ingenti quantitativi di prodotti alimentari al prezzo più basso o, meglio, a prezzi ben inferiori ai costi di produzione».

La Coldiretti dice basta, questa pratica sta diventando peraltro un’agonia per molte imprese che continuano a impoverirsi. Secondo dati dell’Ismea riferiti ai parlamentari durante la visita a Foggia dell’Antimafia, «per ogni euro di spesa in prodotti agroalimentari freschi come frutta e verdura solo 22 centesimi arrivano al produttore agricolo, ma il valore scende addirittura a 2 centesimi nel caso di quelli trasformati dal pane ai salumi fino ai formaggi».

Urge una riforma seria del settore, passando anche attraverso la semplificazione delle norme. La promessa di un «pit stop» alla legge sul caporalato fatta domenica a Foggia dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, prevede la convocazione di un tavolo tecnico al quale sono state invitate a partecipare tutte le organizzazioni agricole della Capitanata. «La legge non va stravolta - avverte De Filippo - ma è certamente da migliorare nelle parti che non hanno funzionato, prevedendo azioni comuni da intraprendere per far incontrare in maniera trasparente domanda e offerta di lavoro in agricoltura». Da dove cominciare allora? «Tangibile e concreta semplificazione - suggerisce Coldiretti - ad iniziare dalle visite mediche preventive, pulendo le sacche di grigio, a partire dal trasporto dei lavoratori nei campi che rappresenta un aspetto fondamentale del business dei caporali, facendo controlli mirati, in particolare nei confronti delle cooperative senza terra che svolgono solo ed esclusivamente servizi agricoli».

Sui temi della sicurezza l’organizzazione dei berretti gialli chiama in causa anche il ministro dell’Interno, Matteo Salvini (sarà a Foggia domani in tour elettorale). «Le aree rurali sono drammaticamente esposte alla stagionalità delle attività criminose in campagna - conclude De Filippo - squadre ben organizzate tagliano i ceppi dell’uva da vino a marzo e aprile, rubano l’uva da tavola da agosto ad ottobre, le mandorle a settembre, le ciliegie a maggio, rubano le olive da ottobre a dicembre, gli ortaggi tutto l’anno, dimostrando che alla base dei furti ci sono specifiche richieste di prodotti redditizi perché molto apprezzati dai mercati, rubano gli ulivi monumentali perché qualcuno evidentemente li ricerca».

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