I manager della Banca Popolare di Bari (ora Banca del Mezzogiorno) erano consapevoli del fatto che i bilanci presentati fossero «falsi». E, secondo la Procura di Bari, anni prima del commissariamento disposto dalla Banca d’Italia nel 2019 avrebbero «deliberatamente scelto di ignorare un documento che ha anticipato tutto quello» che è stato poi rilevato dagli inquirenti. Ovvero che la banca, nonostante le informazioni date ad azionisti e risparmiatori, fosse in una fase di profondo dissesto economico.
È quanto ha detto oggi la pm Savina Toscani nel corso della requisitoria del processo in cui Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, rispettivamente ex presidente ed ex vicedirettore generale della Popolare, sono imputati per falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza. La requisitoria dell’accusa, iniziata lo scorso 27 febbraio dal procuratore Roberto Rossi, dovrebbe concludersi nell’udienza del 5 maggio con le richieste dei pm. Nell’udienza successiva la parola passerà alle difese degli imputati, assistiti dagli avvocati Roberto Eustachio Sisto, Angelo Loizzi, Guido Carlo Alleva e Giorgio Perroni.
L’accusa è sostenuta in giudizio anche dai pm Federico Perrone Capano e Luisiana Di Vittorio. Proprio la pm Di Vittorio, nel prosieguo dell’udienza, ha sottolineato come Gianluca Jacobini avrebbe potuto usare «la sua intelligenza» e «le sue competenze» per il bene della banca, in quanto sarebbe stato in grado di capire quali operazioni avrebbero giovato all’istituto e quali, invece (come l’acquisto della banca abruzzese Tercas del 2014), avrebbero potuto danneggiarlo. Ma Jacobini avrebbe usato quelle competenze, al contrario, per "mantenere la propria posizione nella banca». Nel corso dell’udienza, a titolo di esempio, la pm ha ricordato la figura dei «consiglieri fraudolenti» citati da Dante nel ventiseiesimo canto dell’Inferno. Tra questi c'è anche Ulisse, condannato da Dante per l’uso ingannevole dell’ingegno e per il «folle volo" oltre le colonne d’Ercole.
















