L’ondata di criminalità minorile che ha investito quasi tutto il territorio nazionale, con diverse modalità di espressione ed esecuzione, deve indurci a riflettere seriamente sulle cause e i possibili rimedi per arginarne lo sviluppo dell’ulteriore violenza. È il momento di pensare su vasta scala, a livello di Parlamento e di tutte le forze sociali, a una politica criminale, che sia razionale e al tempo stesso più incisiva. Occorre studiare e definire i nuovi comportamenti delittuosi dei minorenni, in modo da creare adeguati strumenti per le indagini (in particolare mezzi di intensificazione e diffusione delle conoscenze e maggiore preparazione professionale degli organi di investigazione) e trattamenti legislativi da applicare.
In questa ricerca un ruolo prioritario e fondamentale devono svolgerlo Parlamento e Governo (centrale e periferico). Fino ad oggi l’assenza di una vera politica criminale del nostro Paese, sia sul piano normativo sia su quello strettamente organizzativo, è diventata cronica, soprattutto nel campo della devianza e criminalità dei minori; si fanno scelte depenalizzatrici, si continuano a introdurre nuove fattispecie delittuose e a modificare il codice penale, ma nulla o quasi si è fatto nel campo della prevenzione politico-criminale giovanile. La mancanza di un organico controllo criminale e l’inerzia del potere esecutivo hanno creato una crescita a dismisura del giudiziario, spingendo magistrati di mezza Italia a intervenire presso la pubblica amministrazione o molto spesso presso i privati. Ma ovviamente questo cattivo funzionamento della polizia giudiziaria da un lato e della politica criminale dall’altro si riflette negativamente sulla criminalità dei minorenni che, diventando sempre più «organizzata» e «violenta», sta cambiando completamente volto, adeguandosi sempre di più a quelli che solo i modelli comportamentali della criminalità dei «grandi», tanto da sfumarne i confini.
A leggere le cronache nere dei quotidiani sembra che ormai non ci siano differenze tra le manifestazioni dei c. d. grandi e quelle dei minori: tutte e due ormai combaciano nelle modalità di esecuzione. Quelle minorili stanno diventando sempre più aggressive ed efferate, fuori da ogni logica e da ogni schema.
C’è da chiedersi se in realtà stia nascendo una nuova, autonoma classe di piccoli delinquenti con connotazioni particolari ( c.d. baby gang) oppure questa classe sia una sorta di braccio armato della grande criminalità, che miri ad autoescludersi e a cercare immunità. Da un punto di vista strettamente criminologico dominano i reati la cui motivazione appare quella della conquista o del rafforzamento di un’identità e di un ruolo, che si esplicano attraverso forme oppositive violente: si pensi ai reati contro la persona e il patrimonio. Vi sono poi i reati collegati direttamente alla tossicodipendenza e, soprattutto, in modo significativo, i reati commessi in concorso (violenze fisiche e sessuali), cosiddette di «gruppo», che realizzano all’interno del gruppo dei pari la ricerca e la conferma di una (forte) personalità e di un prestigio. La prospettiva del guadagno e la crescita dei livelli della organizzazione criminale gratificano enormemente il delinquente minore, la cui famiglia è direttamente colpita da un benessere economico.
Anche nei confronti della scuola oggi si manifesta una nuova e diversa criminalità minorile costituita da soggetti le cui famiglie sono incapaci di svolgere un ruolo determinante nelle scelte educative. È una criminalità di quartiere quella che si sta imponendo all’attenzione pubblica, che cresce soprattutto nei rioni periferici e degradati o comunque ad alta concentrazione di minori segnati da deficit scolastici, o da marginalità sociale. Alla vecchia violenza che si esprimeva nei confronti dell’edilizia scolastica con atti di puro vandalismo, contraddistinta da atteggiamenti da bullo o da teppista, se ne contrappone oggi una in cui i minori scaricano la loro maggiore aggressività nei confronti di altri ragazzi con coltelli o anche con armi da fuoco, un gioco totalmente spinto e pericoloso, di cui non si conoscono i confini.
Certo, si tratta di casi estremi rilevati nelle scuole dei quartieri più a rischio, però fino ad alcuni anni fa simili episodi non accadevano. Si tratta di forme di subcultura di difficile collocamento, soprattutto perché sono in piena crescita ed espansione. Altri elementi che emergono da un’analisi criminosociologica sono le presenze di destrutturazione del nucleo genitoriale (in maggioranza per separazioni e divorzi) oppure di precedenti penali dei genitori, o di disturbi comportamentali non penalmente rilevanti o, infine, di abitudini tossicofiliche e parentali.
Anche la fratria, generalmente numerosa, conserva tracce di inadeguatezza comportamentale. C’è una grande solitudine attorno a questi minori, i quali, avendo alle spalle esperienze di maltrattamenti e di precoci istituzionalizzazioni, col crimine spesso tentano di richiamare su di loro l’attenzione di nuclei familiari disgregati, confusi, privi di regole e omertosi. Intorno alla criminalità giovanile sembra affermarsi sempre più una posizione culturale contrassegnata da un forte distacco e da una sorta di limbo di indifferenza e di diffidenza oltre che da una tendenza a voler sottovalutare, se non a minimizzarne, la portata. Non ci si rende conto, invece, che nel deserto culturale la criminalità cresce sempre di più, investendo tutti i cittadini nella loro quotidianità, e che non può essere affrontata con soluzioni che alla fine risultino solo palliativi.
I rimedi possono consistere in progetti «terapeutico-comportamentali», che stimolino le amministrazioni locali a creare strutture per consultazione o terapia destinate all’area compresa tra i 9 e i 18 anni e a potenziare servizi specialistici rivolti ai disturbi di condotte o alla socializzazione in età scolare. È opportuno, in definitiva, che si investa di più nella prevenzione dei minori a rischio. È su questo punto, non c’è dubbio, che si giocherà realmente, in un futuro non molto lontano, la capacità della società e delle amministrazioni di dare risposte adeguate e conformi alle reali esigenze dei cittadini, nonché prospettive, quale che siano (di studio e di lavoro), alla vita delle nuove generazioni.









