Nei giorni di San Valentino, mentre il discorso pubblico continua a celebrare l’amore come esperienza naturale, desiderabile e universalmente condivisa, i dati raccontano una storia più complessa. Tra i giovani adulti, l’intimità non scompare, ma cambia forma. E soprattutto cambia significato.
Negli ultimi anni, diverse ricerche internazionali segnalano un calo dell’attività sessuale e un ritardo nell’ingresso in relazioni stabili.
Uno studio dell’University College London mostra un aumento dell’astinenza volontaria e una crescente esitazione verso relazioni impegnative tra i 22 e i 34 anni, in particolare tra gli uomini («Generation Z: Love in Crisis», 2025). Negli Stati Uniti, quasi un giovane su quattro tra i 18 e i 29 anni dichiara di non aver avuto alcun rapporto sessuale nell’ultimo anno (General Social Survey 2024, cit. Wall Street Journal). Anche in Italia emerge una tendenza coerente: cresce la quota di single tra i 18 e i 34 anni e si rinvia sempre più la formazione di una coppia stabile (ISTAT, Rapporto annuale 2024).
Questi dati non indicano una crisi del desiderio, ma una trasformazione del modo in cui l’amore viene vissuto e valutato. Per una parte crescente delle nuove generazioni, l’intimità non è più percepita come uno spazio di protezione, ma come un’esposizione emotiva ad alto rischio.
In un contesto segnato da precarietà economica, instabilità identitaria e pressione sociale, l’amore smette di essere un passaggio naturale della vita adulta e diventa una scelta da ponderare. Esporsi significa rischiare di perdere equilibrio in una vita già fragile. Non a caso, dopo la pandemia si registra un aumento dell’ansia relazionale e di comportamenti di evitamento emotivo, soprattutto tra i più giovani (American Psychological Association, Stress in America, 2024).
Il digitale amplifica questa dinamica. Non spegne il desiderio, ma lo ristruttura. La sovraesposizione a modelli ideali di corpo, coppia e felicità relazionale alimenta il confronto sociale e l’ansia da performance.
Le relazioni mediate — dating app, chat, fino agli AI companion — offrono maggiore controllo e minore rischio emotivo, ma riducono la dimensione corporea e la capacità di gestire il conflitto. A questo si aggiunge una sostituzione funzionale dell’incontro reale: pornografia, scrolling continuo e interazioni parasociali diventano alternative a bassa esposizione all’intimità. Il desiderio resta, ma è più trattenuto, meno incarnato.
Qui emerge una questione che non è solo culturale, ma pubblica. Esiste un evidente gap di sistema: scarsa educazione affettiva strutturata, pochi servizi territoriali che lavorano su relazioni, intimità e competenze emotive, e un predominio di approcci individuali a problemi che sono profondamente sociali e culturali. Non è un caso che solitudine e isolamento siano stati recentemente riconosciuti come priorità autonome di salute pubblica globale (OMS, Risoluzione WHA78, 2025).
Forse San Valentino può essere anche questo: non solo la celebrazione dell’amore che funziona, ma l’occasione per interrogarsi sulle condizioni che oggi rendono l’intimità così difficile. Perché la domanda non è se le nuove generazioni abbiano smesso di amare, ma se siamo pronti — come società e come istituzioni — a prenderci cura delle fragilità che attraversano il modo di desiderare, incontrarsi e restare.














