Non solo sicurezza e immigrazione. Tra le priorità del governo Meloni c’è anche il dossier energia. Un tema di cui non sempre si parla a sufficienza, eppure centrale per l’impatto che ha sulla produzione e per gli effetti che si generano quotidianamente sul caro-vita degli italiani. La prossima settimana il Consiglio dei Ministri dovrebbe varare nuove misure per gli operatori energivori e gasivori. Stiamo parlando di tutte quelle aziende che consumano ingenti quantità di energia (elettrica o di gas) per sostenere la propria produzione. In Italia hanno questa denominazione migliaia di imprese operanti in settori diversi. Al vaglio c’è anzitutto il meccanismo di adesione volontaria per il taglio degli incentivi green. È stata la stessa premier Giorgia Meloni ad evidenziare che il tema del contrasto al caro energia per imprese e cittadini è una priorità del Governo e che bisogna mettere il sistema produttivo e le famiglie in condizione di ricevere maggiore sollievo.
Su alcuni aspetti specifici c’è il via libera di Palazzo Chigi che, comunque, sta trovando la quadra a fronte anche della complessità del tema. Tra le questioni date per risolte c’è quella di un nuovo contributo sulla bolletta elettrica a vantaggio di quasi tre milioni di famiglie considerate «vulnerabili». Misura che va ad associarsi al bonus sociale con un beneficio complessivo stimato intorno alla metà del costo annuale della bolletta elettrica. Non solo. È stato ipotizzato anche che le imprese che erogano energia possano alleviare le condizioni di quelle famiglie che non accedono al bonus, ma che hanno un Isee inferiore ai 25 mila euro annui. Una sorta di patto di solidarietà che dovrebbe innescare effetti virtuosi nel mercato.
Importante è anche l’attenzione riservata dall’esecutivo alle piccole e medie imprese, che rappresentano, com’è noto, la spina dorsale del nostro sistema produttivo. La direzione verso cui ci si sta muovendo è doppia: rafforzamento dei contratti d’acquisto dell’energia a lungo termine e razionalizzazione degli incentivi per l’acquisto di nuovi impianti fotovoltaici o quanto meno per ammodernare quelli più vecchi.
Il nodo più grande da sciogliere è, tuttavia, quello legato all’ETS, ovvero all’«Emission Trading System», meccanismo voluto dall’Unione Europea che ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra nei settori più energivori, appunto. È un meccanismo basato sul principio cap and trade. Stiamo parlando di quel sistema che consente alle aziende di «acquistare» permessi per compensare le proprie emissioni di CO2. In pratica, si fissa un tetto massimo alle emissioni e si obbligano le imprese a comprare quote per ogni tonnellata di CO2 emessa, incentivando in questo modo la decarbonizzazione. Molte aziende considerano, però, questo meccanismo penalizzante, al punto da aver chiesto a più riprese la sospensione immediata della misura. Non dimentichiamoci che dal 2027 entrerà in vigore ETS2, che estenderà il meccanismo ai trasporti, al riscaldamento degli edifici e ai piccoli produttori. L’obiettivo finale è quello di ridurre le emissioni nette di almeno il 55% entro il 2030, considerando come parametro iniziale i livelli del 1990.
La Meloni da Bruxelles ha invocato una profonda revisione di questo meccanismo che la tecnocrazia europea continua, invece, a difendere. Ridurre l’impatto di questo meccanismo sulle imprese e, quindi, anche sui cittadini non è affatto semplice, ma una logica compensativa va ricercata. A tutti costi. L’alternativa a tutto ciò è la penalizzazione del sistema produttivo con ricadute evidenti sui consumatori e sull’economia.
Su Ets ci sono state divergenze di veduta tra l’Italia e la Commissione europea. Ursula von der Layen difende ETS, ricordando che questo meccanismo ha permesso di ridurre finora emissioni del 39% e che i settori che l’hanno usato hanno aumentato il fatturato del 71%. Vedremo come andrà a finire e cosa riuscirà a spuntare il nostro Paese nella trattativa con Bruxelles, anche alla luce del ruolo che si è ritagliata la Meloni: gode di un prestigio internazionale e può far affidamento sulla sua capacità di tessere relazioni diplomatiche dentro e fuori l’Unione Europea.
Sul tema dell’energia Confindustria è in prima linea già da diversi mesi. Il decreto energia «per noi è indispensabile per essere competitivi in un'Europa dove purtroppo non esiste un mercato unico dell'energia» ha ribadito qualche giorno fa il numero uno di viale dell’Astronomia Emanuele Orsini, spiegando che a causa dei costi alti dell'energia «imprese e anche multinazionali non scelgono il nostro Paese o addirittura preferiscono recarsi fuori dall'Italia». È una prospettiva che non possiamo permetterci, specie considerando l’importante azione che Confindustria Imprese Estere (ex ABIE) sta portando avanti non solo per trattenere in Italia le multinazionali che hanno già investito nel nostro Paese, ma anche per attrarne di nuove.
Come si può notare, il tema del contrasto al caro energia non solo costituisce un’importante leva economica in favore del ceto medio, posto al centro dell’attenzione dal potere esecutivo, ma anche uno strumento di politica industriale. È anche in questo modo, infatti, che si garantisce la competitività delle imprese: questione che rappresenta, insieme ad altre strade, la pre-condizione per assicurare crescita e benessere di un Paese.
Sarà l'Arera, l’Autorità di regolazione per l'energia, con uno o più provvedimenti da adottare entro il 28 febbraio prossimo, a definire le modalità secondo cui ridurre per il 2026 oneri e ulteriori componenti tariffarie di trasporto e distribuzione del gas naturale ai clienti finali, limitatamente ai consumi superiori a 80.000 smc/anno. La bozza del decreto indica che sarà promossa la concorrenza nel mercato nazionale del gas naturale all'ingrosso e che si provvederà alla sua integrazione nel mercato europeo. Per farlo l'Arera introdurrà «un servizio di liquidità» entro un limite massimo di spesa di 200 milioni di euro che prevede «la sottoscrizione di contratti tra l'impresa maggiore di trasporto di gas naturale italiana» ovvero Snam e operatori selezionati tramite procedure competitive. Si tratta di operatori che avranno il diritto di ricevere un premio e l'obbligo di formulare offerte di vendita sui mercati a prezzi specifici.
I 200 milioni saranno attinti dalle risorse provenienti dalla vendita da parte dell'impresa maggiore di trasporto di gas naturale, secondo i termini e le modalità definiti proprio da Arera. L'Autorità entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto presenterà al Ministero dell'Ambiente e della sicurezza energetica una proposta per la piena integrazione dei mercati del gas naturale.
Il provvedimento prevede misure urgenti per la riduzione della cosiddetta componente Asos (oneri di sistema) delle bollette elettriche e il sostegno alle utenze non domestiche, ma anche disposizioni per promuovere la contrattazione di lungo termine della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili da parte delle imprese, al fine di ridurre gli oneri di sistema derivanti dalle bioenergie e gli oneri del gas naturale per la produzione di elettricità.
Il provvedimento prevede, altresì, misure urgenti per la connessione alla rete degli impianti alimentati a fonti rinnovabili, per il potenziamento di infrastrutture di interconnessione elettrica con l'estero e per la competitività delle imprese e la decarbonizzazione delle industrie, come si evidenziava in precedenza.
È anche con queste misure che il Governo mantiene l’impegno assunto, dimostrandosi sensibile verso imprese e cittadini.









