L’empatia è mancata. Ed è mancato il rispetto. E, quindi, è mancata l’educazione familiare che dà l’imprinting. Perché empatia e rispetto sono gli ingredienti che nutrono, col latte materno, le relazioni precoci, quelle che si instaurano fra genitori e figli venuti al mondo. Quando questi ingredienti mancano, la partita educativa successiva, quella che svolge la scuola, diventa difficilissima.
Questo insegna la triste storia di Abanoub Youssef, per tutti Aba, che, nutrito a pane e amore, rispettava i suoi genitori, andava bene a scuola e che, dopo la scuola, coltivava il sogno di diventare elettricista. Sogno spezzato da Atif, un anno meno di lui, cresciuto invece a pane e convinzione che normalità è andare in giro con una lama di 25 centimetri in tasca. Aba è morto per un futile screzio e per una lama di 25 centimetri conficcatagli nel fianco sulla soglia dell’aula.
Quindi prima ancora di chiederci perché Atif ha ucciso Aba, chiediamoci: perché Atif si ritrovava con quella lama in tasca? Perché l’altro ieri a Milano Lambrate un quindicenne si ritrovava una roncola nello zaino, estratta nel corso di un litigio con conseguente ferimento di coetanei? Insomma: il fenomeno «lame» nelle tasche degli adolescenti è molto oggettivabile. E i dati ci parlano di una realtà non più giustificabile con i soli argomenti psicopedagogici preventivi del disagio giovanile.
Circa 87 mila studenti tra i 15 e i 19 anni, pari al 3,5 % degli iscritti alle scuole superiori, hanno usato un coltello in ambito scolastico per intimidire o ferire qualcuno. Nel 2018 la percentuale era dell’1,4 %. Un altro significativo dato attesta che il problema ormai esonda il rapporto fra pari: il 3,6 % degli studenti ha dichiarato di aver colpito con un coltello anche un insegnante. E, dunque, dietro la storia triste di Aba e Atif non si nasconde solo il nulla terrificante del vuoto esistenziale. Non bastano più le giustificazioni cliniche del fatto che gli adolescenti hanno meno fattori inibitori. Accanto a queste ragioni ve ne sono altre, da taluni forse più difficili da ammettere. C’è spesso anche una subcultura che giustifica, agli occhi di un bambino che cresce e che tocca tutto ciò che vede, il possesso di una lama. Subcultura rafforzata dalla sensazione di impunità, lì dove il contesto manchi di misure repressive che incidono sul risveglio del senso della responsabilità individuale.
Nessuno nega che l’abbassamento dell’età della punibilità e l’aumento delle misure di controllo non producano, da soli, una riduzione stabile delle condotte violente. Ma disagio e devianza sono due cose molto diverse che richiedono «trattamenti» diversi. Compreso l’uso di tornelli e metal detector previsti da un qualunque protocollo istituzionale che voglia seriamente affrontare il problema senza girarci intorno.
Prima lo capiamo, meglio è.
















