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Michele Scoppio: «Così l’eolico offshore ribalta la solita piramide Nord-Sud»

Michele Scoppio: «Così l’eolico offshore ribalta la solita piramide Nord-Sud»

 
leonardo petrocelli

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Michele Scoppio (Hope): «Così l’eolico offshore ribalta la solita piramide Nord-Sud»

L'ingegnere pugliese e Ceo del Gruppo Hope tra i principali player nel mercato delle rinnovabili: è possibile una rivoluzione industriale. La Puglia già corre

Martedì 06 Gennaio 2026, 10:15

10:43

Ribaltare la «piramide», trasformando le periferie, a cominciare dal Sud, nel primo motore di sviluppo energetico d’Italia e d’Europa. È una grande sfida quella che immagina Michele Scoppio, ingegnere pugliese e Ceo del Gruppo Hope, tra i principali player nel mercato delle rinnovabili con particolare attenzione all’eolico offshore flottante. «La nostra è una realtà giovane, operativa da poco più di 4 anni - racconta Scoppio, autore anche del volume Un mare di opportunità (Laterza, 2025) e già segretario generale di Aero - ma forte di oltre 25 anni di conoscenza del settore che oggi riversiamo nella costruzione dei nostri impianti».

Scoppio, perché l’eolico offshore potrebbe rovesciare la piramide Nord-Sud in Italia?

«Non solo in Italia. Siamo di fronte all’opportunità di una nuova rivoluzione industriale che potrebbe mettere in discussione la centralità della Mitteleuropa a favore delle periferie. Quindi il Sud del Mediterraneo, in particolare il Sud Italia, grazie alla presenza del sole e di un discreto vento, e il Nord Europa, tradizionalmente molto ventoso».

Una nuova geopolitica disegnata dall’energia, quindi.

«Tradizionalmente, gli equilibri geopolitici sono sempre stati determinati dalla disponibilità di fonti energetiche. Basti pensare allo sviluppo del Settentrione d’Italia trainato dall’idroelettrico. Ora, grazie a sole e vento, l’energia è al Sud e bisogna avvicinare domanda e offerta. Cioè generazione e consumo. Così il Mezzogiorno si potrà qualificare come hub di energie e competenze».

Il Sud, d’accordo. Ma la Puglia in tutto questo?

«Può giocare un ruolo di primo piano proprio in virtù delle sue caratteristiche, diverse da quelle delle altre Regioni. Penso alla presenza di una popolazione di 4 milioni di persone, un dato notevole, ma anche alle infrastrutture, migliori che altrove. La Puglia ha già un ruolo strategico».

Queste sono precondizioni, ma ci sono elementi tangibili che la collocano, già oggi, in pole?

«Guardi, la Puglia è prima per insediamento di impianti eolici, prima per gli investimenti che sia Enel che Terna immaginano per lo sviluppo delle reti, seconda per impianti fotovoltaici. Può davvero diventare un hub tecnologico e di competenze».

Questa nuova rivoluzione industriale che impatto potrebbe avere sull’occupazione?

«Rimanendo sull’eolico offshore, la gran parte della supply chain (la catena di approvvigionamento, ndr) che si rende necessaria per la realizzazione di queste infrastrutture, è presente nel nostro territorio nazionale».

Le turbine eoliche non vengono prodotte in Italia...

«Vero, ma tutto il resto sì. Circa il 70% dell’investimento complessivo si riferisce a tecnologie italiane. Penso ai cavi, alle infrastrutture elettriche, ai floaters cioè alle piattaforme galleggianti che di fatto sono medie navi, natanti. Possono essere costruiti nella nostra cantieristica navale».

Prendiamo un impianto e traduciamolo in posti di lavoro...

«Per la realizzazione di un impianto da un GigaWatt (GW) stimiamo possano essere creati tremila posti di lavoro nel periodo di realizzazione e circa 500 nell’attività di gestione e manutenzione nei trent’anni successivi».

Altro passaggio strategico: il rientro dei cervelli.

«Lo scorso anno la Puglia è scesa sotto i quattro milioni di abitanti perdendo decine di migliaia di “menti”. Questo dovrebbe farci riflettere. Come Gruppo Hope sentiamo la responsabilità di contribuire a invertire questa tendenza anche attirando professionisti e giovani specializzati da altre regioni. Mi piacerebbe che, un domani, fossero i ragazzi della Lombardia a specializzarsi al Politecnico di Bari sulle rinnovabili così come i nostri ragazzi andavano a Torino per l’automotive o a Milano per la cybersecurity».

Ma, rientrando nel merito, perché l’eolico flottante avrebbe una marcia in più rispetto ad altre tecnologie?

«L’eolico flottante consente di sostituire le grandi centrali di produzione termoelettrica: alta produzione di energia senza alcun impatto paesaggistico».

Dunque nessun rischio per l’ambiente?

«Non solo non c’è il minimo impatto sui fondali ma anzi i nuovi processi ci hanno dato la possibilità di conoscerli meglio. In una penisola con circa 8mila chilometri di coste stiamo iniziando a conoscere i nostri mari proprio grazie agli investimenti delle società private che sono partite con gli studi prodromici per la realizzazione degli impianti. In sintesi, l’eolico flottante preserva la vocazione turistica, non interferisce con la biodiversità dei fondali, anzi la preserva, e di solito si stabilisce al di sopra delle zone più profonde».

Veniamo ai progetti del Gruppo Hope, partendo dal più importante: il «Barium Bay», a oltre 40 km dalle coste di Bari e Barletta, in collaborazione con la piattaforma paneuropea Galileo. A che punto siete?

«Abbiamo ottenuto la Valutazione di Impatto Ambientale dal ministero dell’Ambiente nonché il parere favorevole dalla Commissione Pnrr e dal ministero della Cultura. È un progetto da 1.1 GW con 61 turbine da 18 MegaWatt (MW) ciascuna. È in grado di provvedere al fabbisogno di un milione e mezzo di famiglie ed è il più grande progetto flottante autorizzato in Europa. Ora è titolato a partecipare alle aste del Gse (Gestore dei Servizi Energetici, ndr)...»

...aste che però non ci sono...

«Stiamo cercando di sensibilizzare maggiormente il Governo. Il decreto Fer2, quello che sostiene le fonti innovative, è stato licenziato oltre un anno fa. C’è dentro il biometano, il fotovoltaico galleggiante, ma l’unica tecnologia per cui l’esecutivo non ha fatto partire le aste è proprio l’eolico offshore. Pensi che un impianto come quello che stiamo portando avanti ha un investimento previsto fra i 3,5 e i 4 miliardi. È tempo di dare un segnale importante al mondo finanziario e dei fondi».

Invece il progetto «Lupiae Maris» a largo della costa di Lecce e Brindisi, anche questo con Galileo, perché è fermo?

«È stato il secondo a ottenere il parere favorevole della Commissione Pnrr ma c’è stata una espressione negativa da parte del ministero della Cultura. Da un anno e mezzo aspettiamo che si esprima la Presidenza del Consiglio dei ministri che ha potere sostitutivo in caso di conflittualità tra i pareri».

Ma, alla fine, nel percorso verso la nuova «rivoluzione industriale» la politica si rivela un alleato o un ostacolo?

«Negli ultimi anni abbiamo investito tantissimo, spendendo energie e risorse, e strutturando collaborazioni. Stiamo dando il nostro supporto alla prima edizione della fiera delle rinnovabili che si terrà a Bari nel maggio 2026, evento che rientra in quel processo di inversione dei paradigmi. Se la Puglia è la prima regione per contributo a queste tecnologie è doveroso che la fiera si organizzi qui. Devo dire che negli ultimi anni le istituzioni locali iniziano a mostrare una sensibilità diversa. Le opportunità da cogliere sono evidenti a tutti, si tratta di continuare la strada intrapresa con chiarezza e intelligenza».

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