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L'opinione

Società incapace di costruire la propria identità

Società incapace di costruire la propria identità

L’odierna società sembra non sia capace di costruire il proprio presente, la sua identità: è vecchia. È necessario avere memoria, sì, conoscere le tradizioni, la storia, ma non vivere di passato

14 Settembre 2022

Alessandra Peluso

Osservando alcuni aspetti relazionali stupisce la morfologia rigida, fuorviante, ancorata al passato che coniuga un presente anomalo. Che il significato, l’essenza dei ruoli sia ancora da comprendere è un dato spesso incontrovertibile. Questo accade innanzitutto perché ciò che dovrebbe cambiare è la forma mentis di ciascun individuo che diventa parte di un modus operandi caratterizzato da pregiudizi e stereotipi da eradicare.

L’odierna società sembra non sia capace di costruire il proprio presente, la sua identità: è vecchia. È necessario avere memoria, sì, conoscere le tradizioni, la storia, ma non vivere di passato, non si può persistere nelle profondità senza mai risalire in superficie: aspetto che denota una falla enorme anche in ambito economico e che non si riesce ancora a risolvere. Vivere di passato corrisponde a sopravvivere nel dominio. Si disvela in modo prepotente la necessità a prevaricare l’altro, a controllarlo: devo affermarmi, quindi ho bisogno di impormi, con ogni mezzo.

Si tratta di una caratteristica dell’essere umano, spesso appartenente al genere maschile, che si impone tanto nelle relazioni affettive quanto in politica. Assistiamo a politici che nel terzo millennio parlano di marxismo, totalitarismo, di fascismo o comunismo, di Berlinguer, di Almirante solo come pretesti ideologici e che denotano una politica ameba. I «professionisti della politica» appaiono senza identità. Non sono abili a costruire la loro storia, di fare la Storia, hanno bisogno di ancorarsi a qualcosa che è stato in virtù di un presente nullifico: privi di idee, di progetti, di valori. Adottano slogan validi per una contingenza elettorale.

Ma un uomo che vive di solo passato senza una propria struttura architettonica, visione, né è abile a costruire un solido presente è già morto: è incompleto, vive un tempo al di fuori del tempo che intanto passa, lo sovrasta. Cambiano le tecnologie, il diritto si modifica, ma non le ideologie che sono state causa di una «banalità del male» (Arendt). Questo modo vetusto di vivere al passato e nel passato remoto si ripercuote finanche in ambito culturale, economico: e balza alla mente l’espressione cruciale del Machiavelli, «gli uomini sono uccelli di rapina». Si sfrutta l’altro, lo si colonizza, annulla, fino all’autodistruzione. D’altronde la nostra è stata anche una terra di colonialismi. Ma questo è il destino di una società statica. Dov’è lo scambio? La reciprocità? L’interazione sociale per essere tale deve arricchire entrambi gli attori sociali. È stato smarrito il momento essenziale che contraddistingue l’umano: lo «scambio». Prevale una cultura del «dominio» e riguarda per lo più il sesso maschile. È un virus che ha infettato il Dna dell’umano depauperandolo della ragionevolezza, che lo contraddistingue dalle altre specie viventi; d’altro canto, anche le guerre sorgono per questioni di «dominio». La responsabilità è di tutti. Non si educano i propri figli al rispetto dell’altro, al rispetto della donna, alla relazione, a ciò che si chiama educazione e che diventa dagli anni dell’adolescenza in poi: «e- ducare», vale a dire condurre l’altro verso una meta, imparare la giusta direzione e «diventare ciò che si è», riuscire così a ottenere il riconoscimento nella società, manifestarsi per ciò che si è e non si vorrebbe essere anche nelle relazioni affettive: soggetti aggressivi, violenti, legati a un passato di dominatori e dominati, a una propulsione a imporsi per affermarsi. In altre parole, se l’io si impone sull’altro, lo schiaccia, lo annulla per affermarsi non si afferma con l’altro: cambiando per l’appunto la preposizione muta anche il significato della relazione che nel primo caso è naturaliter assente, nell’altro emerge ed entrambi nella reciprocità crescono ed è in questo modo che la società si evolve, progredisce. Peraltro, la dicotomia del dominio è artefice di un’assenza di cultura, di un imbruttimento comunicativo, di una penuria formativa atta a creare un pensiero critico obiettivo.

Giunta a tal punto invito i lettori a prendere in esame tali considerazioni come parte di una filosofia della relazione che si dovrebbe insegnare non solo negli organismi scolastici, ma anche universitari; ad esempio, in alcune Facoltà è già materia d’insegnamento. In definitiva, una Gesellschaft che possiede una memoria distorta, ha una visione erronea di sé e non è capace di proiettarsi nel futuro, arretra. Non avanza. Invecchia. Muore.

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