Martedì 04 Ottobre 2022 | 11:40

In Puglia e Basilicata

Il punto

La terra è in agonia nell’anno più caldo: inizi la rivoluzione

siccità nei campi

Il caldo anomalo, la siccità, le alluvioni, i ghiacciai che scompaiono e gli altri fenomeni sotto gli occhi di tutti mostrano quanto il pianeta sia malato e quanto sia urgente curarlo, per la semplice ragione che non ne abbiamo un altro.

11 Agosto 2022

Michele Partipilo

Il noto geologo Mario Tozzi è stato fin troppo chiaro: il 2022 non è l’anno più caldo degli ultimi due secoli, ma il più fresco dei prossimi che verranno. Menagramo? Pessimista? Terrorista mediatico? Alla luce di quanto sta accadendo e dei dati scientifici disponibili si direbbe proprio di no. Ma nell’affermazione di Tozzi va colto un altro aspetto, forse meno evidente: il rovesciamento della prospettiva, il cambio di paradigma per organizzare la resistenza. Ed è questo l’aspetto più difficile da accettare.

Il caldo anomalo, la siccità, le alluvioni, i ghiacciai che scompaiono e gli altri fenomeni sotto gli occhi di tutti mostrano quanto il pianeta sia malato e quanto sia urgente curarlo, per la semplice ragione che non ne abbiamo un altro. L’uomo è l’unico essere vivente che nel corso dei millenni sia riuscito ad adattarsi alle condizioni di vita più estreme e, nella parte finale di questa affascinante avventura, addirittura a modificarle. Dunque può farcela a salvare la Terra e se stesso, deve solo volerlo e agire di conseguenza.

I rimedi sono a brevissimo, medio, lungo e lunghissimo termine. Il primo fattore da considerare – come hanno capito pure i vip che frequentano Courmayeur – è l’acqua. Ce ne sarà sempre di meno e quindi bisogna imparare ad accumularla e utilizzarla meglio. Gli agricoltori in lacrime davanti alle risaie polverose sono il manifesto dell’incapacità a cambiare. Perché chi ha una coltivazione così idrovora non ha pensato di realizzare invasi, riciclo di acque reflue, ottimizzazione dei metodi di produzione? Perché da quelle parti - Novarese e Vercellese - c’è abbondanza di acqua. Falso, c’era abbondanza di acqua: da almeno un ventennio gli esperti si sgolano a dire che va finendo. Quest’anno è finita.

Per fortuna c’è anche chi si muove per tempo utilizzando e sperimentando sistemi computerizzati di irrigazione a goccia che riducono enormemente il consumo idrico.

Bene, si favoriscano e si diffondano questi progetti per un territorio che sarà sempre più sitibondo. Si riscopra la logica dell’accumulo. Puglia e Basilicata hanno costruito invasi e acquedotti per utilizzare d’estate quel che è abbondante d’inverno, lo facciano anche altre regioni, ma evitando ostruzionismi e campanilismi stile De Luca, il governatore della Campania. S’impari anche dal passato: fino a 50 anni fa nei paesi c’erano le neviere, dove si raccoglieva la neve dell’inverno perché refrigerasse i cibi d’estate. Con le tecnologie oggi disponibili, quanto si può imparare da quell’esempio geniale? Eppoi gli sprechi: è mai possibile che gli autolavaggi debbano consumare acqua potabile? È mai possibile che pomodori, viti e olivi debbano essere innaffiati con acqua potabile, come del resto prati, serre e giardini? È mai possibile che l’industria debba utilizzare acqua potabile? La sola Ilva per «raffreddare» l’acciaio continua a usare in larghissima parte acqua da bere: erano quasi 17 milioni di metri cubi nel 2005, oggi dovrebbero essere circa 10 milioni. Per avere un’idea, la diga di Occhito – principale invaso per la Puglia – contiene al massimo della capienza 250 milioni di metri cubi.

Non servono solo i grandi accordi internazionali per ridurre l’impatto ambientale della cosiddetta «civiltà». Serve anche e soprattutto un radicale cambio di mentalità e abitudini. Non un passo indietro, ma un riequilibrio dei ritmi di vita rispetto alle risorse disponibili. Fino a qualche mese fa l’aggettivo sostenibile monopolizzava ogni discorso pubblico, oggi è scomparso. Il primo passo è il recupero di un’esistenza più lenta, perché velocità vuol dire enorme dispendio di risorse. Traduzione: meno aerei e più treni, meno auto e più biciclette; meno consumi non indispensabili più responsabilità, a cominciare dall’uso dei social e di internet. È stato calcolato che in un anno ciascuno dei circa 5 miliardi di iscritti a un social inquina come se facesse un viaggio di 535 chilometri in auto. E quanta energia divorano le centinaia di migliaia di server che fanno funzionare la Rete? Secondo le stime, quanto l’intero traffico aereo globale quando era a pieno regime nell’era precovid. I soli video scaricati da Netflix producono un inquinamento pari a quello dell’intera Spagna. Se vogliamo vivere noi e conservare la Terra per i nostri nipoti dobbiamo programmare qualche rinuncia. Un buon libro o una partita a carte fra amici, come nell’era pre-Internet, fanno stare meglio, fanno uscire dal cinismo in cui siamo precipitati e fanno risparmiare gas e petrolio.

L’anno più caldo deve diventare caldissimo di cambiamenti sociali, politici ed economici. O si compirà questa rivoluzione oppure rassegniamoci ad assistere all’agonia della nostra unica, grande, madre Terra. E gli assassini siamo noi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725