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La riflessione

Covid, guerra e ora il vaiolo delle scimmie: la crisi del mese

Vaiolo delle scimmie, in Italia identificato primo caso

(Foto d'Archivio / Ansa)

Dopo il Covid e la guerra, il vaiolo delle scimmie. Poi? Lo sbarco degli alieni? L’impatto di un meteorite sulla Terra? Le possibilità di scenari estremi sono numerosi.

21 Maggio 2022

Enzo Verrengia

Dopo il Covid e la guerra, il vaiolo delle scimmie. Poi? Lo sbarco degli alieni? L’impatto di un meteorite sulla Terra? L’esplosione di un supervulcano le cui ceneri bloccherebbero i raggi solari provocando una nuova era glaciale? Le possibilità di scenari estremi sono numerosi. C’è un racconto dal titolo La crisi del mese. Ne è autore Ben Bova, un maestro della fantascienza, peraltro di origini italiane. La trama è semplice: i dirigenti di un grande gruppo mediatico si riuniscono ogni mese per decidere un problema da sottoporre al pubblico quale fonte di una crisi imprevedibile. Nessun disegno occulto di controllo delle masse, soltanto la necessità di fare audience e vendere spazi pubblicitari alle tariffe più alte. Sennonché un mese accade che non vi sia niente per creare il panico su larga scala. Niente paura. I dirigenti si accordano per vendere come «crisi del mese» proprio il fatto che non vi sia nessuna crisi, e il fatturato pubblicitario seguita a volare.

Oggi, questo ricorre in ogni dibattito sull’articolazione della vita contemporanea. Ma le tesi complottiste sull’utilizzo strumentale delle grandi crisi a fini di controllo politico non reggono dinanzi a un’analisi non spettacolarizzata del fenomeno.

Scriveva lo studioso C. E. Fritz nel 1961, all’indomani di un biblico terremoto in Cile: «I disastri costituiscono un laboratorio dal vero per valutare sperimentalmente il grado di integrazione, la compattezza e le capacità di recupero di vasti sistemi sociali. Essi sono sul piano sociologico l’equivalente degli esperimenti che in ingegneria vengono condotti per valutare la capacità di resistenza di una macchina sottoposta a stress fisici di estrema intensità».

Nel suo celebre saggio Apocalittici e integrati, del 1964, Umberto Eco dedica un capitolo alla drammatizzazione tendenziosa delle notizie. In Da Pathmos a Salamanca, appare un polemista immaginario, Milo Temesvar. Il quale evoca l’isola di Pathmos, dove San Giovanni avrebbe avuto le visioni di Cristo poi raccolte nel Libro delle Rivelazioni. Questa viene accostata ai dotti di Salamanca, che rifiutarono la tesi di Colombo sulla sfericità della Terra e quindi sulla possibilità di circumnavigarla. Quando però i fatti diedero ragione al navigatore genovese, ne nacque un atteggiamento di rifiuto verso la modifica radicale delle concezioni precedenti apportata dalla scoperta dell’America, analogo al terrore dell’apocalisse predicato da San Giovanni. Concludeva Eco: «Si hanno allora i tecnici dell’Apocalisse, specializzati nel dimostrare che il nuovo orizzonte di problemi è radicalmente equivoco, e che occorre rifarsi ai valori di un tempo per garantire all’umanità la sopravvivenza».

L’apparato delle comunicazioni non fa che mettere in circolo le angosce della comunità. Non solo quella avanzate. Si pensi alle attese apocalittiche diffuse fra altre culture, tra cui il timore del titanico maroso degli aborigeni australiani, mirabilmente rappresentato in L’ultima onda, il film di Peter Weir del 1977.

Il matematico francese René Thom elabora all’inizio degli anni ‘80 la teoria delle catastrofi. Mediante una serie di espressioni algebriche, dimostra il verificarsi di una rottura della stabilità basilare di partenza determinata da un punto critico. È la catastrofe elementare, descritta come la trasformazione dello stato ordinario delle cose.

Jacques Callot, il «pittore dei pezzenti», raffigura nella Fiera dell’Impruneta una folla di derelitti, mostri, buffoni, lestofanti e meretrici. È l’iconografia dell’apocalisse permanente. Non a caso il quadro viene citato da Nino Casiglio, che nel 1979, un anno prima de Il nome della rosa, pubblicò il romanzo La strada francesca. Si riferiva all’arteria che conduceva da Roma alle coste adriatiche, lungo la quale un ragazzo dell’età barocca, che odorava più che mai di fine del mondo, vaga alla ricerca di uno zio fuggitivo dall’Inquisizione. Se ne ricava l’idea di un’apocalisse che impera da sempre e per sempre, senza mai diventare definitiva.

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