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In Puglia e Basilicata

Il punto

Politica e magistratura quell'equilibrio precario (e oggi c'è lo sciopero)

Tribunale, toga

Più che di una vera e propria riforma dell’ordinamento giudiziario, come enfaticamente qualificata, si tratta di una serie di interventi mirati tesi a risolvere alcune problematiche – e alcune criticità – nell’organizzazione della giustizia italiana e, dunque, nel suo funzionamento

16 Maggio 2022

Sergio Lorusso

Era dai tempi di Silvio Berlusconi premier che la magistratura non «scioperava». Il clima politico e sociale è profondamente mutato, perché allora si temeva l’assoggettamento all’esecutivo, in un contesto di profondo scontro tra poteri, mentre oggi si punta l’indice su alcuni contenuti della riforma dell’ordinamento giudiziario ritenuti lesivi del proprio status da parte di una magistratura fortemente delegittimata da vicende come quella dello scandalo Palamara.

Più che di una vera e propria riforma dell’ordinamento giudiziario, come enfaticamente qualificata, si tratta di una serie di interventi mirati tesi a risolvere alcune problematiche – e alcune criticità – nell’organizzazione della giustizia italiana e, dunque, nel suo funzionamento.

In particolare, si è riportato a 30 il numero dei membri elettivi del CSM, introducendo un nuovo sistema elettorale per la componente togata – a dire il vero piuttosto farraginoso – che ridisegna i collegi nella speranza di eliminare (o quanto meno di attenuare) il peso delle correnti. Se la speranza si trasformerà in illusione sarà la prova sul campo a dirlo. Resta il fatto che il fenomeno correntizio resta culturalmente scolpito. Nato nel 1965 a Gardone con tutt’altri fini – rappresentare il dibattito interno alla magistratura e i vari orientamenti in grado di incidere nell’interpretazione della legge in linea con l’attuazione della Costituzione – si è trasformato in uno strumento di potere decisivo nell’assegnazione degli incarichi.

Un altro punto caldo è costituito dal fascicolo per la valutazione del magistrato, che dovrà contenere dati statistici e documentazione necessari per soppesare l’attività svolta annualmente nell’ambito delle periodiche valutazioni di professionalità da parte del CSM. Vissuto come “punitivo” dai futuri destinatari della novella legislativa e come foriero di carrierismi, burocratizzazione e gerarchizzazione, costituisce il tentativo di superare le distorsioni dell’attuale assetto che, spesso traducendosi in automatismi, riduce lo spazio per il merito. L’ottica è quella di ridare efficienza – che è altra cosa dall’efficientismo – a un sistema giudiziario asfittico. La stessa che ispira la riforma Cartabia del processo penale, attualmente in dirittura d’arrivo. Obiettivo imprescindibile in un Paese come il nostro che costituisce il regno della “giustizia lumaca”. L’importante è non trasformare i magistrati in numeri, guardare alla qualità e non soltanto alla quantità (come del resto le norme fanno).

Ragioni concettuali e sistematiche imporrebbero – che piaccia o no – la separazione delle carriere (previa riforma costituzionale). Se è vero che il nostro è un processo di stampo (moderatamente) accusatorio, se abbraccia la logica del «processo di parti», appare improprio invocare la «cultura della giurisdizione» a difesa dell’unicità delle carriere, come ai tempi del codice 1930, quando – in uno scenario assai lontano dall’attuale, a vocazione tendenzialmente inquisitoria e figlio del regime fascista – il pubblico ministero veniva definito con l’ossimoro «parte imparziale» da Giovanni Leone, il quale giustificò la soluzione poi adottata dall’Assemblea costituente con la natura «anfibia» di tale organo. E questo nonostante posizioni radicali come quella di Giuseppe Bettiol, ad avviso del quale le funzioni del pubblico ministero non dovevano essere «incapsulate» in quelle del giudice ma da queste distinte, ritenendo propria dei regimi totalitari la visione del primo quale «organo di giustizia».

Aver adottato forme tipiche degli ordinamenti processuali di common law, ove tale separazione è netta, non deve far apparire come scandaloso lo scindere – anche sotto il profilo delle carriere – la funzione inquirente da quella giudicante. Un tale approccio, anzi, rappresenterebbe il naturale completamento della riforma del 1988, per molti versi incompiuta. Riservando la massima attenzione, ça va sans dire, a meccanismi che tutelino da interferenze esterne la pubblica accusa nell’esercizio della sua attività.

Non si può negare che la magistratura attraversi un periodo di crisi profonda, dovuta non soltanto a scandali e dossier che hanno ferito il CSM, compromettendo il suo ruolo istituzionale, e alla cui base vi è il pernicioso fenomeno delle correnti, ma anche i guasti e la scarsa efficienza complessiva della macchina della giustizia.

La conseguenza?

Una perdita di credibilità crescente e inarrestabile, tanto che gli indici di gradimento della magistratura da parte dell’opinione pubblica sono ormai in caduta verticale ed equiparati a quelli della negletta politica. In questo contesto, più che alimentare sterili contrapposizioni, occorrerebbe potenziare quel precario equilibrio tra funzioni dello Stato.

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