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Altro che liberazione: nel XXI secolo è tornata la banalità del male

Altro che liberazione: nel XXI secolo è tornata la banalità del male

Due «stati» hanno colpito la nostra immaginazione: la condizione di guerra totale e di pace bellica

12 Maggio 2022

Gino Dato

Ed ora che l’armata russa ha ripreso l’offensiva? Ora che il preannunciato proclama del trionfo sul nazismo non ha dispiegato, il 9 maggio, l’ala della vittoria? Riprendiamo a interrogarci: è vicino l’esito del conflitto? Sarà per l’Ucraina il giorno della liberazione o il giorno della capitolazione? Oppure stiamo costeggiando la terra di nessuno di una cronica «pace bellica»? Nella quale i contendenti, al cospetto di un mondo di fatto inerme rispetto a una «distruzione sfrenata», come definisce Biden l’accanimento russo, perpetueranno un soporifero e continuo stato di lotta «contro il male»?

Queste riflessioni investono le menti del cittadino comune, non stretto tra considerazioni di equilibri diplomatici o opportunità di strategia militare.

Ragionare intorno ai possibili esiti serve a tenere alto il livello di consapevolezza di un grave momento che non cessa. E ad allontanare il pericolo che incombe anche nella più atroce delle guerre, soprattutto se guazziamo nella «infodemia»: il momento in cui, di fronte al pullulare di immagini e notizie, subentra nello spettatore inerme, se non la neutralità di giudizio o la condanna, almeno la sopportazione, l’assuefazione, la rassegnazione alle crudeltà.

Nei primi tempi della guerra ci siamo interrogati su dilemmi quasi esistenziali: come mai confondevamo l’aggressore con l’aggredito? Perché non riuscivamo a ristabilire la reale verità di lesi diritto e dignità? E come dovevamo chiamare la vis dell’annessione? Semplici atti di una guerra di aggressione? O crimini di guerra? Oppure ancora, come propendono gli osservatori più severi, dovevamo definirlo come un genocidio, nella sua configurazione specifica: volontà e disegno premeditati di annientare un popolo e la sua cultura? Con il passare delle settimane, e poco alla volta, più che della natura del conflitto, delle cause del suo esplodere, i quesiti si sono acutizzati sull’andamento dello scontro e sul suo esito.

Due «stati» hanno colpito la nostra immaginazione: la condizione di guerra totale e di pace bellica.

La guerra totale è quella che poco alla volta allarga, attraverso forme dirette o indirette, la sua portata, i teatri di svolgimento, le alleanze, i protagonisti e gli stessi obiettivi. La strenue resistenza del popolo e dei soldati ucraini e i fini non dichiarati in entrambi i fronti dei belligeranti fanno propendere per questo esito? Le «spinte schismogenetiche», per dirla con Bateson, il botta e risposta che nascono dalle reazioni tra le due parti ad ogni colpo che ciascuno assesta e replica, ci convincono che la semplice operazione militare, quale era definita da Putin con un ridicolo eufemismo, si palesi per quello che è: sconfinamento e annessione inevitabili, impiego di mezzi e uomini ed estensione su larga scala, anche se blindata, a detta dello stesso presidente, contro la dimensione mondiale.

Ma si affaccia, d’altra parte, anche una diversa tipologia di guerra totale, in una versione per così dire edulcorata e forgiata nell’alveo della civiltà dello spettacolo, che sarebbe preferibile chiamare «pace bellica». Nella definizione che ne dà il sociologo francese Edgar Morin, è quella sorta di schizofrenia per cui, mentre assistiamo agli eventi comodamente seduti in poltrona, la guerra, sul fronte reale, continua a mietere vittime e distruzioni, alimentando le perdite su entrambi i fronti.

In una condizione di neutralizzazione - gli aiuti internazionali foraggiano corridoi umanitari e armamenti bellici che rintuzzano gli attacchi e i loro effetti - che potremmo anche definire paralisi reciproca.

Un apparente equilibrio delle forze conduce alla narcosi delle coscienze. È la banalità del male che si ripresenta in salsa XXI secolo.

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