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Il commento

Primo maggio: quel che resta del giorno dedicato al lavoro

Primo maggio: quel che resta del giorno dedicato al lavoro

Non è un caso che questo giornale – in occasione del ritorno alle stampe – abbia messo in primo piano un reportage sulla condizione dei lavoratori immigrati, “normalmente” accampati nelle baracche di Borgo Mezzanone

01 Maggio 2022

Roberto Voza

Inizia oggi la collaborazione con il nostro giornale di Roberto Voza, professore ordinario di Diritto del lavoro e Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza nell'Università di Bari.

Non è un caso che questo giornale – in occasione del ritorno alle stampe – abbia messo in primo piano un reportage sulla condizione dei lavoratori immigrati, “normalmente” accampati nelle baracche di Borgo Mezzanone. Una condizione di vita che non fa più notizia – diceva qualcuno all’autrice dell’inchiesta – come non fanno notizia altre facce dello sfruttamento del lavoro. Eppure – come scriveva Oscar Iarussi nel presentare quel numero – per condurre lontano lo sguardo occorre guardare da vicino le cose. Pensando alle cose più recenti, il Covid è stato un potente rivelatore di fragilità sociale, oltre che sanitaria. Nei tremendi fotogrammi della pandemia c’è stato il blocco delle attività (il dramma di molti commercianti, artigiani, liberi professionisti, ecc.). C’è stato pure il lavoro che non si è fermato: il lavoro di cura, ma anche attività come il trasporto di cibo e altri beni, in cui è evidente lo scarto tra l’essenzialità della prestazione e il suo valore di scambio. L’emergenza sanitaria le ha solo rese più visibili: sono attività a bassa remunerazione, spesso sbriciolate in una catena di lavoretti. Ne sanno qualcosa gli autisti free-lance dell’ultimo film di Ken Loach (Sorry We Missed You): formalmente imprenditori di sé stessi (“non lavori per noi, lavori con noi”, si sentono dire nel colloquio di assunzione), ma in realtà controllati da congegni informatici che si impadroniscono del loro tempo. Chiamarla gig-economy è solo un vezzo lessicale, che non cambia la sostanza. Infatti, dietro il prodotto immesso sul mercato attraverso l’intermediazione delle piattaforme digitali si celano prestazioni a tutti gli effetti lavorative: in Italia, la punta dell’iceberg (o, se si preferisce, la figura social-tipica) è rappresentata dai riders, i più visibili tra i gig-workers. Ma è veicolato da piattaforme digitali (e, ancora, poco considerato) anche il lavoro interamente prestato nell’agorà virtuale della rete. Balza agli occhi pure il repentino processo di remotizzazione imposto da esigenze di protezione della salute pubblica. Abbiamo conosciuto il lavoro da casa, che può essere tutt’altro che smart, se prestato in condizioni di necessità (a volte, quasi in ‘cattività’) e non per soddisfare esigenze di conciliazione vita/lavoro né di miglioramento della produttività. Sapremo fare tesoro delle insidie e delle opportunità? È bene chiederselo, anche perché la stessa impresa si presta a processi di dematerializzazione favoriti dalla combinazione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Oggi, vecchi e nuovi bisogni di protezione sociale scavalcano i confini del lavoro tradizionalmente protetto. E le risposte da fornire potranno pure essere nuove e più sofisticate. Ma le domande sono sempre quelle di una volta. Quale lavoro merita protezione? Quale protezione merita il lavoro? Intanto, favorire l’instabilità del lavoro (in entrata e in uscita) non può servire ad aumentare il volume totale dell’occupazione, ma – al massimo – a mutarne la qualità. Non a caso, i dati dell’Osservatorio INPS sul precariato ci dicono che – nel 2021 – su 7.167.566 nuovi rapporti di lavoro (compresi “quelli in capo ad uno stesso lavoratore”) ben 5.700.100 sono stati attivati mediante forme contrattuali temporanee (lavoratori a termine, stagionali, in somministrazione e intermittenti). Aggiunge il documento che “su base biennale particolarmente rilevante risulta la crescita dei contratti diversi dal tempo indeterminato” in 5 regioni, tra cui la Puglia. Sul fronte del reddito non c’è bisogno di scomodare le statistiche sull’andamento delle retribuzioni in Italia negli ultimi 30 anni. C’è bisogno di fare qualcosa di concreto e non può che essere – al momento – una legge sul salario minimo, che sappia valorizzare e sostenere la contrattazione collettiva, rimediando alle debolezze del sistema. Nel suo giorno di festa è bene ricordare che rimane il Lavoro il principale strumento di contrasto all’emarginazione sociale ed economica. Non il lavoro purchessìa, ma quello che in cui riceva adeguata tutela il bisogno di sicurezza della persona che lavora rispetto ai rischi del mercato: nella salubrità dei luoghi, nel contenimento dei tempi, nella stabilità dell’occupazione, nell’adeguatezza del reddito che se ne trae, nella immunizzazione dalle circostanze che ne impediscono lo svolgimento (malattia, gravidanza, infortunio, ecc.). La tutela del lavoro è una questione di democrazia, di distribuzione di quella quota di potere sociale e di dignità, che consente a ciascuno di essere libero.

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