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Rotti i sigilli, uno su tutti gli abiti, colpì nonna Lella che si precipitò in camerino e poi fece la passerella come una indossatrice consumata, sotto i riflettori caldi del negozio. Lello insofferente fissava l’orologio che sembrava incantato. La seguì come un segugio dopo aver rimosso la farsa dello sconticino e dell’esclusiva sul modello.
Passeggiando per via Sparano, la nonna chiese a compare Lino, taciturno più del solito, che cosa lo contrariava e lui secco le rispose: “Devi fare la mamma della sposa non l’uovo di Pasqua!”. Fecero la strada di ritorno guardandosi in cagnesco. Il matrimonio di Margherita fu indimenticabile, così pittoresco, così pacchiano, ma così in sintonia col mese di febbraio da essere fonte d’allegria per i convenuti. Il cielo era plumbeo e sembrava covare pioggia, ma lo sguardo dei presenti erano tutti per Lella e consuocera. Avevano entrambe lo stesso abito sgargiante ed esclusivo! Compare Lino accompagnando la sposa all’altare, non riuscì a trattenere le lacrime. Nessuno seppe se per l’emozione, l’imbarazzo o la malinconia. Margherita l’unica figlia non completò mai gli studi, insieme a Francesco salì su un treno della speranza verso terre assetate di manovalanza. Parteciparono all’evento, il commendator Ettore Colonna e consorte, il quale ricordando i vecchi tempi chiese al caro Lino il motivo delle sue dimissioni. “Pasqualino caro, quanta acqua è passata sotto i ponti dell’Ofanto? È un piacere per me rivederti. Eri il mio uomo di fiducia. Sempre ligio al dovere. Perché tu e Lella deste le dimissioni? In cosa sbagliammo, se sbaglio ci fu? E, se errore commettemmo, perché non veniste a parlarne? Avremmo trovato ogni accomodamento per voi!” “Nessun problema dottore e che avevamo bisogno di fare altro” “Eri così attento a tutto. Dopo di te, caro Lino, nessuno è stato in grado di gestire i miei cavalli e cani da caccia. Credevo amassi gli animali!”. “Appunto dottore, io amo moltissimo gli animali ed è per questo che non tolleravo la vostra passione per la caccia”.
“Dietro l’uomo rude si nasconde un cuore tenero?” Chiese ridendo il commendatore, aggiunse: “A te affidavo il mio cavallo preferito. Ricordi, quando ogni 17 gennaio, andavamo a far benedire gli animali?” “Sì. Il giorno prima li lavavo con lo spazzolone e pulivo ogni unghia col nerofumo delle caldaie. Preparavo selle, guinzagli e gualdrappe. Andavamo sotto u uarche de Sand Andé a Via Re Manfredi, sotto il fortino e poi, dopo la Messa, da Calandriidde, vicino alla Basilica di San Nicola. Si ricorda quella volta che venne anche Lella e sua moglie alla benedizione degli animali? Andammo subito dopo in piazza del Ferrarese, vicino all mercato coperto, al chiosco di Beppe Viola a bere l’orzata buona. Che tempi!”. “Ti ricordi i fratelli Moschetti? Quelli con i capelli ricci, bassi e grassottelli che giravano per Bari vecchia deliziandoci con i loro clarini? Chissà che fine avran fatto? Che atmosfere! Tempi passati. Bei tempi quelli di Villa Ombrosa!”. “Si ricorda. Accendevamo i falò e noi i suoi ragazzi facevamo i salti fra le fiamme per apparire coraggiosi”. “Io vi osservavo dal mio studiolo. Sembravamo una grande famiglia!”. “Il 17 gennaio si festeggiava Sant’Antonio Abate patrono degli animali, ma per noi cominciava il Carnevale”.
“Ti ricordi Lino, quando facemmo il funerale a Rocco per le vie della città vecchia?”
“Sì. Il fantoccio con la carota tra le gambe, responsabile di tutti i nostri guai. Rino il nostromo vestito a femmina faceva la vedova che gridava disperata. Lo portammo in spalla, mentre Censino, vestito a prete, benediceva tutti con uno scopino intinto in un vaso da notte.
Si rideva quando la vedova chiedeva al defunto: chi avrebbe piantato la carota? Si ricorda, lo mettemmo su un traino e la gente lo seguiva con la bastenache tra le mani. Uomini vestiti da donna e donne vestite da uomini”. “Preferivo il funerale di Rocco al veglionissimo della stampa al teatro Piccini. Era bello aspettare la mezzanotte di quel mondo al contrario e poi il giorno dopo, col capo chino per le ceneri. In testa al rito funebre un gonfalone scherzoso. Tutto appariva buffo, anche le cose più tristi finivano coll’essere ridicolizzate e bruciate”. “Commendatore, quelli come voi, appartengono alla Bari bene, voi dovevate andare a sfilare per via Sparano e corso Emanuele con le carrozze e gli abiti a maschera sfarzosi, sempre pronti a lanciare coriandoli e confetti”. “Ci sono strane attrazioni, difficili da spiegare. Ti ricordi Angelina la cuoca? A lei chiedevo di preparare per l’ultima domenica di Carnevale la pizza di ricotta e per la sera dell’ultimo giorno di carnevale le facevo preparare le cime de rape verde verde cu lemone, u calzìngiidde de ricotta ascuguande e la lambasciune”. “Vede, siamo tutti un po' strani!”. “È il Carnevale con i suoi carri navali, con le sue radici pagane, affamate di carne e abbondanza, di follia repressa a dar sfogo alle nostre assurde, paure!”.
La campana stonata della chiesa madre volse lo sguardo dei due verso le cupole grigie tra le quali era steso un arcobaleno. La consorte del commendatore gli ricordò che avevano un pranzo con i soci del circolo della vela. L’autista aveva messo in moto la loro nuova auto. Loro raggiunsero gli ospiti in sala per i festeggiamenti. Compare Lino, tornava sempre più spesso a ripensare ai tempi che furono e all’arcobaleno, silente preludio di nuovi giorni da colorare. Diventava malinconico e beveva pessimo vino, di nascosto alla moglie. Compare Lino e nonna Lella erano parte del nostro teatrino quotidiano. Li vedevamo passare mentre si affrettavano dondolando. Compravamo da loro verdura e ascoltavamo aneddoti della loro infanzia ricca di sogni. In cima al palazzo rosa dove abitavamo vi era, dietro il pianerottolo, un lungo corridoio, proscenio delle nostre emozioni, avvolto nel lucore delle luci di febbraio, galleria di mascherine fatte col cartoncino. Giocavamo su coperte con i pastelli colorati e le forbici arrotondate, disegnando modelli per marionette di pannolenci sui panorami dell’infanzia. Danzavamo lieti, immedesimandoci in epoche di dame e cavalieri, di Pacchianella e lo Scemo col cappello di carta. Il teatrino dei burattini con cui giocavamo sotto piogge di stelle filanti, parlavano di compare Lino e nonna Lella. I travestimenti, le maschere ci rendevano dolcemente malinconici. Sul piatto del giradischi, un brano di Caterina Caselli e il «Vesti la giubba» più conosciuta come «Ridi Pagliaccio» di Ruggero Leoncavallo. Pensavamo a Lino tradito dalla vita, al clown tragico che sostiene ruoli comici senza mostrare turbamenti, vivendo il dramma personale dietro un sorriso. Nonna Adriana esclamava: “I bambini sono inconsapevolmente felici!”.
Ma è pur vero che ogni età ha i suoi pesi e le sue gioie. Noi ingenui, amavamo far scherzi e ridere senza offendere, passare in letizia i giorni freddi, corti e grigi. Avevamo polveri urticanti, avevamo fialette puzzolenti che gettavamo addosso ai poveri malcapitati che, ci riempivano di improperi.
Oggi osservo, dai vetri rigati dalla pioggia, i bambini vestiti a maschera, trascinati genitori impazienti, pronti a farli salire sul carro della falsa allegria come diavoletti, come comparse di un mondo dionisiaco che si dissolve strombazzando tra le nebbie sui campi della vite spoglia.

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