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Compare Lino e nonna Lella abitavano a Carvenàr (Carbonara di Bari). Venivano a Bari quasi tutti i giorni. Scendevano dal filobus numero quattro alla fermata detta del Padre Eterno con le borse di juta piene di verdura. Sembravano due comodini con le braccia, le gambe grosse e corte. Compare Lino indossava di solito una giacca che somigliava a un cappotto mal adattato alle sue forme. I giorni della festa però cambiava abiti, apparendo agli occhi dei paesani il clown di piazza, con la sua andatura dinoccolata, col suo linguaggio a dittonghi gutturali. Finiva col divenire l’attrazione trascendentale di quanti bivaccavano da quelle parti! I giorni feriali metteva la coppola con la visiera appoggiata sul nasone.
Pensava così di acquisire un‘aria tenebrosa. I peli delle narici erano intrecciati a quelle dei baffi, molto simili a un cespuglio spinoso dal quale spuntava uno stecchino impigliato agli incisivi ingialliti; gialli come la biforcazione delle dita dove appoggiava le nazionali senza filtro. Nonna Lella, sua moglie, indossava un cappotto scuro nel quale sperava nascondere il proprio disagio. Lino e Lella arrivavano alla fermata della piazza del paese, quando era ancora buio, scortati da un branco di cani randagi per i quali avevano sempre qualche boccone, avanzo della cena della sera. Caldo o freddo, inverno o estate, i loro abiti erano sempre gli stessi, quasi fossero una divisa da lavoro. Non davano confidenza a nessuno. A testa bassa salivano sul mezzo di trasporto passandosi le borse piene dei frutti dei loro campi. Volevano essere i primi. Non volevano essere confusi con gli straccivendoli del paese che scendevano davanti al teatro Petruzzelli e poi si disperdevano per le strade della città, chiedendo a gran voce: Robe vecchie?
Dovevano prendere i posti migliori perché soffrivano del mal d’auto. Un po' prima della fermata si sollevavano dal posto a sedere e con un cenno al bigliettaio lo invitavano a grugnire all’autista barbuto, perché frenasse dolcemente e avesse la pazienza di rispettare le loro andature da damigiana. Scendevano lenti, passandosi le borse della verdura e lasciando alle spalle il segno invisibile del loro passaggio in corriera: un olezzo misto di aliti, sudore stagionato, fiori recisi e tabacco! I coniugi avevano molto rispetto per i giorni segnati in rosso sui calendari. Ancor prima che le campane suonassero a festa si alzavano, per agghindarsi. Lei si faceva il segno della croce.
Lui bestemmiava, perché fin da bambino, non aveva mai avuto un giorno per rimanere a letto a contemplare le ragnatele sui lampadari impolverati. Lei si alzava col canto del gallo e subito staccava dalla gruccia l’abito con la naftalina, poi si affrettava a controllare che i pochi capelli rimasti, fossero tutti presenti. Se li arruffava e laccava, mentre lui bestemmiava perché l’aria compressa gli prendeva la gola. Lino seduto al letto canticchiava ironico: “Nella vita ci vuole fortuna… lo sai anche tu…” E Lella cotonandosi i cinque peli, gli rispondeva con sarcasmo accompagnato da voce sottile: “Se Dio ti voleva ricco, povero non ti faceva!”. Lui imprecando esclamava: “Non povero, ma disgraziato. A me sono mancati gli studi. Chi li capiva quelli che parlano come libri stampati! Ogni volta quelli mi hanno fregato”.
Lella lo invitava a muoversi e a non perdersi in chiacchiere inutili. Non voleva far tardi alla messa. “Non vedi che sono quasi pronta? Mi sono già messa il velo nero di pizzo in testa, mentre tu, te ne stai, ancora a borbottare, seduto al letto. Ti devi alzare che è tardi”. “Corri, corri in chiesa, vai dai tuoi preti. Anche loro ci fottono. Conoscono il latino!”. E sbruffando apriva l’anta cigolante dell’armadio, si chinava sul cappello buono e vi passava, delicatamente, un panno. Poi lo provava davanti allo specchietto da barba, quello che pendeva da un chiodo arrugginito, conficcato all’incrocio di quattro piastrelle azzurrine, poste sotto una lampadina dalla luce fioca. Quando aveva piantato il chiodo le mattonelle si erano filate e la moglie lo aveva rimproverato dicendogli che non sapeva fare i lavori domestici. Lo aveva definito un inetto! Un vero affronto per un uomo che fin da bambino aveva fatto cento mestieri pur di sopravvivere. La signora Lella sosteneva che esseri come lui, in casa, era preferibile stessero immobili come spaventapasseri, perché solo così non avrebbero fatto danni.

Gli ricordava, quando protestava: il piatto rotto dell’unico servizio buono, il bicchiere di cristallo scheggiato, il lenzuolo di lino rovinato dalla carbonella messa nel ferro da stiro, senza dimenticare la figura di Sant’Anna che aveva quasi preso fuoco mentre accendeva i lumini a olio. Lella era convinta che, non avevano più avuto figli dopo Margherita, per colpa dei suoi disastri con le lucerne di devozione! E così appena cominciavano a baruffare, la nonna Lella pronunciava le sue litanie arrotate e compare Lino finiva col sollevare le spalle, abbassare il capo e camminare ramingo, in un pollaio senza ossigeno: il patio con pergola profumata di gelsomino, sotto il quale pranzavano d’estate. Curvo, sotto il peso della colpa di aver mancato di rispetto a Sant’Anna, non osava alzare gli occhi al cielo. Sapeva di aver trattato con frettolosa cecità l’icona della patrona dei parti, peggio ancora, aveva votato i comunisti nonostante sui manifesti elettorali era scritto: Ascolta la voce della tua coscienza. Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede. Stalin No. Come spiegare a sua moglie che le parole di Giuseppe Di Vittorio gli erano piaciute assai?
Aveva trovato soluzione alla sua essenza ruspante, standosene il più possibile lontano dalla “Domus” della quale era il padrone, ma chi comandava era l’angelo del focolare: Donna Lella. Ristrutturare il bagno, adattarlo alle esigenze era stata una necessità date loro dimensioni. Avevano fatto metter una porta scorrevole per guadagnare spazio. Le piastrelle, tonalità azzurrina, le avevano fatte scegliere alla loro figlia, che rispetto a loro, così pensavano, aveva gusto e informazioni migliori. Era compagna di classe di gente signorile e, come si dice: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei! Margherita era una ragazza raffinata, sapeva valorizzarsi, comprava abiti di classe senza spendere un patrimonio. Il bagno ristrutturato era il vero salotto della casa rustica, era la camera in cristallo nella quale bisognava muoversi con le pattine e i guanti di velluto. Anche gli arredi erano stati scelti per esaltarlo. Tutto doveva essere perfetto. Se l’ospite, sempre sacro, avesse avuto urgenza di espletare bisogni, si sarebbe trovato davanti un bagno luminoso, anzi firmato, perciò quelle piastrelle filate, per Lella significavano oltraggio, un pugno nell’occhio per chi, entrando con la pipì che gli scappa, le avrebbe notate. Le sarebbe andata di traverso! Compare Lino, aveva tentato di incolpare la lampadina che, col suo calore le aveva crepate, ma la moglie, ancor più irritata, aggiunse alle lamentele che, chi nasce tondo non muore quadro e così, prevenendo la buona volontà del marito, pensò, cosa giusta, far sparire la cassetta degli attrezzi. La donna diede disposizioni alla figlia di cercar un operaio bravo, all’altezza di attaccare un armadietto per i medicinali alla parete e una mensola sotto lo specchio, senza arrecare ulteriori danni allo splendido bagnetto. Lella sapeva benissimo che il fidanzato di Margherita lavorava con un’impresa edile, sperava pertanto di risparmiare sulla manodopera e poter misurare il futuro genero che ancora non si faceva avanti per chiarire le proprie intenzioni.
La signora Lella, aveva, anche chiesto a Nuccia, sua sorella, di essere presente durante i lavori; di supervisionare con discrezione. Le disse: “Mi raccomando tieni gli occhi aperti. L’occasione potrebbe fare l’uomo ladro e l’operaio… approfittare del vaso di fiori. Mi raccomando non lasciarli mai soli, non per niente, tu sai, il maschio prima di essere cacciatore è lupo!”. Nuccia annuendo le aveva fatto capire d’aver compreso e per dissipare ogni diffidenza, aveva, accennato alla fiaba di cappuccetto rosso. E così, galeotto fu il bagnetto, quando Nuccia seduta in poltrona chinò il capo, tra il Ciccio non mi toccare e Ciccio toccami, i due piccioncini si conobbero biblicamente. Il quattordici di febbraio, Margherita comunicò a Francesco che di quell’incontro fugace, presto avrebbero avuto un bel ricordo. Inutili le imprecazioni di Lella contro Nuccia che, al posto di fare il Cerbero a tre teste aveva fatto il ghiro. Si dovette lavorare per le nozze riparatrici. Un fuori programma secondo la tabella di marcia per Lella che, nei suoi progetti aveva in mente l’ammodernamento della cucina. Fu decisa in tutta fretta la data del matrimonio, prima cioè che gli sposini giungessero all’altare in tre. Il paese avrebbe avuto motivi per mormorare! Solo i giorni festivi, il compare metteva il cappello a piccole falde e, sostituiva le sigarette con un sigaro toscano. Il copricapo della festa lo aveva comprato per il giorno di matrimonio di Margherita, la figlia che a differenza loro aveva studiato. L’avevano iscritta, fin dalla più tenera età, all’istituto del Sacro Costato, quello con i due leoni di pietra in Corso Sicilia 389, posto sulla sinistra, prima di arrivare a Bari. Marito e moglie continuavano a identificare l’istituto col nome di Villa Ombrosa, nel cui parco retrostante si erano incontrati.
Da giovincelli erano andati a servizio dal commendator Ettore Colonna, direttore del Banco di Roma, quando e ancora il corso si percorreva con le carrozzelle ed era intitolato: XXVIII ottobre. Per loro Bari cominciava da Palazzo Marino Zippitelli. Venendo dal paese, la scritta in caratteri cubitali, con il nome della città, era ben visibile. Compare Lino, schivo e taciturno, dovendo accompagnare la figlia all’altare non doveva sfigurare, perciò gli toccò andar in centro, sullo stradone dei negozi dell’abbigliamento esclusivo della città barese, per farsi fare un abito su misura e acquistare un cappello. Provò cilindri, bombette e cappelli a falda larga, finché riluttante si abbandonò ai consigli del commesso. “Vedrà con questo cappello farà bella figura. Sarà l’invidia di tutti i presenti!”. Compare Lino a quelle parole voleva scappare, avrebbe preferito la sua coppola, ma la moglie gli lanciò un’occhiata truce. Lino deglutì e uscì dal cappellaio con il copricapo giusto per la sua testa pelata. Gli toccò far da consulente alla moglie. Entrarono nella boutique dei capi esclusivi dove donna Lella eccitata come la bimba per la prima comunione, sottopose il marito al calvario delle 14 stazioni della via crucis.
Quattordici abiti uno diverso dall’altro che non rendevano giustizia ai suoi sogni, finché gli occhi non caddero su uno scatolone ancora imballato. Donna Lella chiese di aprirlo. La titolare spiegò che erano appena arrivati ed erano un’esclusiva nell’esclusiva.

(continua)

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