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CINEMA PUGLIA

Quanti ciak di Francesco Rosi nello splendore di Gravina

Nel ‘67 Sofia Loren e Omar Sharif. Poi sarebbero arrivati Volontè e tutti gli altri

Quanti ciak di Francesco Rosi nello splendore di Gravina

«C’era una volta» un regista di nome Francesco Rosi, “incapace” di tenere le sue pellicole lontano da Gravina, tanto da eleggere la città del grano e del vino a location privilegiata di due suoi capolavori: «C’era una volta» (1967), appunto, e «Cristo si è fermato a Eboli» (1979), e restituirne la grandezza dei panorama mozzafiato anche in qualche ciak di «Tre fratelli» (1981). Nel primo lavoro, una favola napoletana che trae spunto dalle novelle del Pentamerone di Giovanni Battista Basil (noto anche come Lo cunto de li cunti), sono tre le icone del cinema internazionale che offrono il volto e la magistrale interpretazione alla storia di un amore messo a dura prova da sortilegi e profezie: Sofia Loren, Omar Sharif e Dolores del Rio.

L’innamoramento tra il principe spagnolo Rodrigo e la popolana Isabella Candeloro, abilissima in cucina, tanto nella preparazione delle pietanze quanto nella pulizia delle stoviglie, e altrettanto capace di inventarsi piccoli espedienti per rendere più agiata la sua esistenza, si snoda principalmente nella masseria «Pellicciari», a ridosso della stazione «Pellicciari».

Tra i figuranti, nel doppio ruolo di comparsa e operaio impegnato negli allestimenti scenici, c’è Beniamino Gismundo, classe 1936, fratello del professor Michele, 71 anni, già docente e cultore della storia locale. È proprio Beniamino, ex bracciante, a raccontare «il frenetico lavoro del regista e i numerosi attori, letto con stupore dai cittadini non abituati a una simile quotidianità. Memorabile è la scena in cui nessuno riusciva a strappare l’anello dal dito di Sofia Loren, fino a quando un umile contadino gravinese, per lavoro dalle parti della masseria, sicuro della sua forza, decide di provarci. E ci riesce. La macchina da prese accesa anche in quel momento, filmò l’uomo alle prese con il gioiello “stregato”, tanto che grazie alla felice conclusione della scena il contadino diventò attore». L’«infiltrato» gravinese, infatti, subentra nella parte finale del film: il principe Rodrigo non potendo sposare una popolana, la eleva al rango di principessa dell’immaginario feudo di Caccavone e, per riuscire a prenderla in moglie, escogita una competizione: tra varie pretendenti di sangue blu, solo colei che romperà meno piatti durante il lavaggio potrà convolare a nozze. Tra le aspiranti, la malvagia principessa di Altamura, con l’aiuto di un anello tagliente, contribuisce alla rottura di quattro piatti di Isabella. La povera ragazza, mortificata e col cuore affranto, prima fugge via poi, presa da un sentimento di rivalsa, torna a Palazzo per smascherare la rivale. Ad aggiungere dettagli sulla location è Michele Gismundo: «La masseria era una delle fermate della ferrovia Calabro Lucana, oggi FAL, di proprietà della consorte dell’agrario Michele Capone Spalluto; in quegli anni fu meta di numerosi visitatori, tutti contadini e braccianti di Gravina, per assistere alle riprese del film e soprattutto per vedere da vicino la grande e bella attrice Sofia Loren. Qualche anziano del paese, con cui ho parlato negli anni scorsi, ricordava che le comparse in quel film furono ben pagate e vissero le settimane in cui fu girata in città la pellicola con una consapevolezza nuova: il dopoguerra era alle spalle e i momenti di modernità e benessere sociale si affacciavano anche a Gravina».

La stessa stazione Fal, in via Madonna della Grazia, con tanto di scritta «Eboli» lì dove oggi compare «Gravina», ha fatto da cornice anche alle prime scene del film «Cristo si è fermato a Eboli», tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi. Quest’ultimo, pittore, scrittore e medico, nel 1935, per la sua ideologia antifascista viene condannato al confino ad (Aliano), in Lucania, un paese sperduto, dove Cristo non è mai sceso a portare la sua redenzione. Le memorie di quest’anno difficile, ma indimenticabile, sono interpretate da Gian Maria Volontè che, arrivato in stazione su un treno a vapore, scortato dai Carabinieri, percorre anche il vecchio sottopassaggio, rimesso a nuovo negli anni scorsi. Ad attenderlo, le terre desolate di «un altro mondo», quelle della Basilicata. «Gravina, cerniera con la Lucania, era caratterizzata da una società semplice, cioè contadina e arretrata immersa nei tuguri abitativi quali rioni Piaggio e Fondovito, molto simili al Sassi di Matera- aggiunge Michele Gismundo- Per questo il regista non fa fatica a prendere in prestito la città del grano e del vino in più parti del film».

Matera e Gravina sono ancora oggi due città unite da una affinità ideale e paesaggistica, rinate negli anni sotto il segno dell’unicità di quell’habitat rupestre, divenuto simbolo di riappropriazione dell’identità collettiva.

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