Mercoledì 15 Luglio 2020 | 19:02

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A clausura virale sfumata ho pensato di interrogare personaggi pugliesi e lucani. Con l’ausilio spirituale di Dorian, il mio gatto.

 

Mi chiedevo, se incominciassi chiamandola Wladimiro Guadagno, cioè con il suo nome e cognome originari, come finirebbe questa chiacchierata.
«… (pausa di una certa entità). Beh, prima di tutto le ricorderei che non sono più abituata a rispondere all’appello in classe. E poi le chiederei se per caso non lavora all’Anagrafe».

Dalla battaglia per i diritti Lgbt tutto è meno chiaro, anche linguisticamente parlando. Anzi, da Vladimir Luxuria in avanti, visto che lei ha organizzato il primo Gay Pride, a Roma, ‘94.
«Se osserva con maggiore serenità, io direi che è accaduto l’esatto contrario e cioè che è stata portata chiarezza, giustizia, libertà estendibile a tutti, sistemando le cose lì dove, al di là dei pregiudizi, sono sempre state. Non so, lei magari è un cisgender, se per caso non va con i maschi».

Un momento, mi sento ulteriormente disorientato.
«Allora: il cisgender è chi è appagato dal suo sesso di nascita e persegue tale orientamento sessuale. Lei è un cisgender?».

Bah; in un certo senso, può darsi. Anche se, ora che mi ci fa pensare, mi sento diversamente sicuro.
«Beh, comunque ora ha imparato un’altra cosa: se lo è, finalmente sa di essere un cisgender».

Eh sì.
«Ma bisogna fissare un principio: il cisgender non si deve sentire minacciato dalla persona transgendere, o gay, o altro. Io non vivo come un problema il fatto che un altro sia un maschio che desidera soltanto donne. Non so se sono stata chiara».
Io spero di sì. Certo che, Lady Vladimir, percepisco un’aria gaia dalle sue parti, dove taluni la accolsero con scritte quali “Fuori i trans dal Pineto”, e “Luxuria raus”».
«Pigneto: Pi-gne-to».

Eh?
«Come la pigna: quartiere Pigneto di Roma, non Pineto».

Ah, correggo subito allora: Pi-gneee-to.
«Comunque adesso direi che stiamo tutti meglio. L’emergenza coronavirus sembra risolta o quasi. Vivo al primo di una palazzina di cinque piani, il mio terrazzo si affaccia nell’interno del condominio. Prima avevo la compagnia di tre gatti…».

Io ho un exotic shorthair, i suoi sicuro erano felini di strada.
«Invece no, avevo un certosino, un soriano e poi una europea comune nera come una pantera. Al ritmo della disco, black, musica transgender varia, ho continuato a fare ginnastica durante la clausura, nell’appartamento, o andando su e giù come un criceto lungo le scale fino al terrazzo. Ho vissuto la sofferenza della segregazione e l’incubo dell’infezione come tutti quanti. Ho messo mano dopo decenni a carte impolverate, ho finalmente buttato gli appunti universitari. Presa dalla sindrome di Cenerentola ho lustrato casa ascoltando classica che per i servizi mi concentra e mi rilassa. Ho visto comparire per la prima volta sul terrazzino le farfalle colorate. Ho visto il cielo terso d’alta montagna. La natura è rinata e vorrei che non ci lasciasse. Io adoro coltivare piante e le assicuro che il profumo dei miei gelsomini, i colori dei gerani prima della pandemia così non si sono mai rivelati. Però ho attraversato anche momenti brutti veramente. Ho pianto. Il momento più triste è stato la notte di Pasqua. Nel mio quartiere, pieno di locali, animato da una movida incessante, nel silenzio più tetro si sentivano risuonare soltanto le campane. Campane di morte, brutto dirlo, dato che festeggiavano la Risurrezione di Gesù».

Certo che con questo Gesù siete abbastanza fissati. Nichi Vendola, gli altri, lei che si è convertita da più di tre anni. Che ci trovate?
«Per me è stato un ritorno. Facevo il chierichetto a Foggia. Frequentavo assiduamente la parrocchia di Santo Stefano, insegnavo catechismo, sa? Poi, quando ti senti rifiutata dalla tua Chiesa che fai? Divenni pertanto buddista. Finché incontrai Don Gallo, altri sacerdoti illuminati che mi hanno accolta, che mi hanno spiegato. Oggi prego, vado a messa a Sant’Elena, qua nel mio quartiere, dove fu ambientato Roma città aperta con Aldo Fabrizi che fa il prete e Anna Magnani».

Mastoplastica, rinoplastica: ha ripensato in quei giorni all’intervento di adeguamento di genere mediante vaginoplastica?
«Sì ma concludendo che sto bene così, dicendo a me stessa: non lo farò mai. Volevo operarmi, ma dopo avere assistito all’intervento chirurgico a Napoli mi sono tirata indietro. Ho detto: meglio fermarsi. Ognuno deve spingersi là dove sente di dover arrivare. Non oltre».

Da quanto non vede la città natale?
«Da tanto e ovviamente ancora non posso tornarci. Ma ho mantenuto i contatti con mio padre Antonio, con mamma, Michela, dopo averli sottoposti a un corso accelerato di computer. Abbiamo fatto giochi di società tra parenti, zii, cugini, sa, noi siamo tanti, con le mie due sorelle che vivono a Roma, con l’altra a Milano, con mio fratello Glauco che fa il contabile a Foggia per Rosso Gargano».

Diamine, ottimi pomodori pelati.
«Sì, della nostra terra. Ma soprattutto, grazie alla lunga pausa, ho raccolto, scovato le mie foto di scena e private della giovinezza, dell’infanzia in Puglia, che non ricordavo neanche. E sull’onda di questa emozione sono tornata mentalmente alla terra di origine. Più che mai quando nell’occhio del ciclone coronavirus sono entrati, additati come reietti, gli anziani delle case di riposo. Allora Roma si è unita a Foggia e il passato ha fatto un tutt’uno disperato con i miei anni di formazione. Vicino a casa mia, via Antonio Cesare Carelli, c’era e ancora esiste la RSSA Maria Grazia Barone. E io quando portavo la mia barboncina Dolly a fare i bisogni, mi fermavo sempre nei giardinetti con gli anziani; e sulle panchine, confidandoci, raccontando, univamo le nostre solitudini: la loro, di dimenticati, la mia, di quindicenne emarginato, deriso per la sua diversità».

La discriminazione esiste anche tra le categorie stesse della diversità, fra nazionalità di immigrati sbarcati. Il razzismo è natura umana.
«Lei cita chi è stato infettato dal medesimo veleno di chi lo ha ferito. Non vedo perché dovremmo prendere esempio dalle mele marce. Poi, essere lesbiche o trans non significa mica essere santi».

Parlo anche di lei: nel suo singolo dell’anno scorso, «Sono un uomo», intona frasi razziste contro il comune eterosessuale.
«E qua si sbaglia. Parlo del maschio ossessivo, tutto muscoli e machismo brutale. Altra cosa sono gli eterosessuali».

Ma nel suo ruolo stesso c’è contraddittorietà. Paladina impegnata per i diritti e al contempo opinionista dei peggio reality. Si sente un po’ una maschera integrata nel sistema consumo come Louis Armstrong?
«Da una vita sono nello spettacolo. Prima delle serate romane della Muccassassina organizzavo feste, recitavo in spettacoli en travesti al Dirty Dixy Club in via Manzoni, prima e unica discoteca gay-friendly di Foggia. Alla Taverna del Gufo, dove si fece le ossa il mio concittadino Renzo Arbore, cantavo anche brani brit-pop con ai cori mia sorella Laura. Quindi se qualcuno oggi mi chiede, per professione, di partecipare a una certa trasmissione, lo faccio. Questo si chiama lavoro. Quello si chiama impegno politico sociale».

E invece io le dico che se continua così, dalla sinistra alternativa, finirà candidata con Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia, se le garantirà i diritti per i quali si batte.
«È più facile che io resti incinta, mio caro».

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