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«Scorese batte Scorsese». Sui social si scherzò commentando il «Premio del pubblico BNL» della Festa di Roma attribuito nell’ottobre scorso a Santa subito del cinquantatreenne barese Alessandro Piva, preferito a The Irishman del maestro americano. Un riconoscimento giunto a vent’anni esatti da Lacapagira, il film che rivelò l’autore e che contribuì a trasformare in senso metropolitano l’immagine di Bari fino ad allora quasi letargica, serrata tra le memorie di una magniloquenza perduta e il «Mal di Levante» di cui scrive Franco Cassano a metà degli anni ’90. Vedremo adesso quale accoglienza avrà nelle sale il film di Piva, in programma da domani 9 dicembre a mercoledì 11, secondo la collaudata formula distributiva dei «tre giorni».
Il titolo si riferisce alla storia della barese Santa Scorese, che viveva con la famiglia in un quartiere di edilizia cooperativa a Palo del Colle, dove il 15 marzo 1991 viene accoltellata a morte dal suo persecutore (oggi diremmo stalker), sotto gli occhi impotenti dei genitori. Il padre, all’epoca agente di Polizia, tutt’oggi convive con il rimpianto di non essere intervenuto in maniera più energica - «non per uccidere, ma almeno per spezzare le gambe» all’aggressore - fedele al principio della Legge difeso in divisa: un dilemma tragico e struggente che il film di Piva lascia affiorare con enorme rispetto e un pudore agli antipodi della cifra «televisiva» in auge.

Santa aveva solo ventitré anni e, ricorda sullo schermo la sorella Rosa Maria Scorese, portava nel carattere lo stigma dell’anno di nascita, il cruciale 1968, sotto forma di impegno al servizio degli altri nelle file del Movimento Gen (i Focolari ispirati da Chiara Lubich), e nella ricerca di una dimensione trascendente di cui lascia traccia nel suo diario spirituale. Giovane attivista cattolica, studentessa del «Flacco» e poi di Pedagogia all’università, non esente dai tormenti dell’età e della ragione, era una ragazza schietta, limpida, coraggiosa.
Santa denunciò più volte le molestie e il tentativo di violenza sessuale subiti dallo squilibrato che l’avrebbe uccisa. Questi oltretutto era arrivato a sfidarla, promettendole di smetterla se lei avesse ripudiato la fede. Eppure negli ultimi istanti di vita, al Policlinico di Bari, Santa ebbe parole di perdono per l’assassino. Un destino che è un martirio, quello della Scorese, per la quale la Chiesa cattolica ha avviato un processo canonico di beatificazione attribuendole il titolo di Serva di Dio.
Piva lascia che a ricordarla siano i genitori, i familiari, gli amici del mondo del volontariato, i sacerdoti e i professori che la conobbero bene, mentre l’avvocata Maria Pia Vigilante evoca uno scenario in cui mancavano persino le parole per definire la «violenza di genere» e i reati connessi (ancora oggi, in Italia, ogni 72 ore una donna viene uccisa da un uomo). «Dopo quasi trent’anni - sostiene il regista - la storia di Santa è una vicenda molto attuale, purtroppo».

Il film, che dura poco meno di un’ora, è un magnifico esempio di documentario poetico e militante, mai retorico, grazie al sapiente montaggio delle fotografie di repertorio con le testimonianze odierne. Le une e le altre sono inserite in una trama «geo-sentimentale» di scorci urbani o rurali, e di immagini marittime lungo il litorale barese che Santa amava molto... Apparenti digressioni che in realtà portano al cuore della storia, scandendo lo stile compiutamente cinematografico del racconto, appunto. Senza dimenticare il contributo della bella colonna sonora minimalista del giovanissimo compositore Mattia Vlad Morleo, messosi in luce a «Time Zones» nel 2018.

Santa subito è uno dei dieci titoli prodotti attraverso il «Social Film Fund con il Sud», il progetto finanziato per un totale di 400.000 euro da Apulia Film Commission e dalla Fondazione con il SUD che, guidata dalle intuizioni di Carlo Borgomeo, ha individuato nel cinema e nell’audiovisivo un autentico modello di innovazione sociale nel nostro Mezzogiorno.

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