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Arresti domiciliari

Latiano, uccise il figlio
il gip lo manda a casa

Il fatto avvenne il 26 luglio dopo una colluttazione notturna nel garage: Cosimo Di Cataldo sparò sei volte contro il giovane

tribunale brindisi

La sera del 26 luglio scorso il 33enne Antonio Di Cataldo era pieno di alcol quando andò a casa dei genitori, a Latiano, minacciando di dare fuoco a tutto, gridando e fuori di sé diede uno schiaffo alla madre. L’epilogo fu tragico. Il padre Cosimo, 58 anni, lo uccise con sei colpi di arma da fuoco.
Accusato di omicidio volontario, ieri l’uomo ha lasciato il carcere. La gip Paola Liaci, dopo avere letto l’esito delle perizie del medico legale Antonio Carusi, ha accolto la richiesta del difensore di Cosimo Di Cataldo, avv. Giancarlo Camassa, di attenuazione della misura cautelare, concedendo gli arresti domiciliari. Richiesta alla quale non si è opposto il pm Francesco Carluccio.
Cosimo Di Cataldo l’altro pomeriggio, quando è arrivato nella sua abitazione, è andato nel garage, si è steso per terra, nel punto in cui morì il figlio, e lì è rimasto per diverse ore.
«Ho sparato… sparato… sparato. Ho ucciso mio figlio», ha sempre ripetuto sin dal momento in cui si consegnò ai carabinieri. «Ho sparato quando è sceso nel garage per dare fuoco alla casa dove c’erano mia moglie e l’altra figlia. Lui gridava, dava calci alla porta…». Aveva sparato con un revolver detenuto illegalmente dal figlio.
Aveva sparato per rispondere al pericolo di un figlio fuori di sé, in preda all’alcol, che inveiva contro i genitori perché, a suo dire, alla figlia avuta con una donna che vive lontano da Latiano, non avrebbero dato niente. E pretendeva i soldi che il padre aveva incassato come caparra per la vendita di un terreno. Quella sera Antonio era tornato a casa verso le 23. La madre e la sorella dissero ai carabinieri che aveva una pistola nella cintola dei pantaloni. Doveva fare la doccia e quindi aveva lasciato indumenti e arma. Mamma e figlia corsero a svegliare Cosimo, il quale andò nel bagno per cercare di far ragionare Domenico senza però riuscirci.
Il dramma si consuma nel garage. Domenico, finita la doccia, si riveste. Era furioso e tira un ceffone alla madre. Grida e minaccia di bruciare tutto se non gli avessero dato il denaro. Va nel garage e il padre, secondo la sua versione, cerca di convincerlo a lasciare la pistola e l’accendino con il quale vuol dare fuoco al Motoape e alla benzina che stava lì.
«Quando si è avvicinato gli ho preso la pistola – dichiara Cosimo Di Cataldo -. Lui l’ha afferrata per la canna…». Poi cominciano ad echeggiare i colpi. Tutti da distanza ravvicinata: tre alla testa, due alle spalle e uno ad un braccio. Subito dopo chiama i carabinieri ai quali consegna se stesso e l’arma. «Ho ucciso mio figlio», dice mentre il pianto quasi lo soffoca. Finisce in carcere. Ma non è la cosa che gli importa. La sua condanna, che niente e nessuno potrà cancellargli, è l’avere ammazzato il suo ragazzo, che non era uno stinco di santo: li maltrattava, minacciava perché voleva soldi, sempre soldi. Ma era pur sempre suo figlio.

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