Il pallone in rosa, qui a Bari, non rotola più come una volta. La Pink Bari, una sorta di icona del calcio femminile, è ripartita dalla C dopo gli anni felici della Serie A e la cessione del titolo alla Ternana, oggi in B. Alessandra Signorile, ancora un punto di riferimento per il football delle donne, non demorde. Le sue «pinkine» vanno avanti, nonostante tutto. Già, nonostante tutto, Perché sfogliare il libro dei ricordi, non può non provocare dolori e dispiaceri.
«Massima attenzione verrà poi riservata al calcio femminile, allo scopo di riunire sotto la medesima realtà uomini e donne, maschietti e bambine che vorranno avvicinarsi a questo magnifico sport». Questo c'era scritto nella lettera inviata da Aurelio De Laurentiis a Decaro. Alessandra Signorile, ricorda?
«Non solo era scritto nella lettera, ma fu un inciso dell'avv. Grassani, legale del Napoli che accompagnò Aurelio De Laurentis in conferenza stampa: disse esplicitamente che i De Laurentis avrebbero sostenuto la Pink Bari, allora in serie A e incluso il calcio femminile in tutte le attività della nuova società».
Illuse e abbandonate?
«Venivamo già da anni duri con proprietà traballanti e inefficaci, i DeLa sono subentrati con le stesse logiche che fino a quel momento avevano regolato i rapporti tra calcio maschile e calcio femminile in città. Illuse e abbandonate non direi: eravamo arrivate in alto con le sole nostre forze ed eravamo abituate a non aspettarci nulla quindi a parte la delusione perché ancora una volta non sarebbe cambiato nulla abbiamo continuato per la nostra strada. Era uno specchietto per le allodole, come altre dichiarazioni e promesse fatte, alcune foto al San Nicola, qualche maglia bianco rossa poi ognuno pensava a se stesso».
Si è mai chiesta il perchè?
«Perché il calcio femminile tutt'ora non ha un ritorno economico. Il coinvolgimento dei club maschili a livello nazionale ha funzionato solo al nord, dove abbiamo club storici come Juventus, Inter, Milan, Roma, Fiorentina, club per i quali un investimento di 5/6 milioni (oggi in serie A), in bilanci già in perdita, come direbbe il presidente Aurelio, non inficiano i conti, club che si confrontano giornalmente con i colleghi europei dove il calcio femminile è già oggi una realtà, con stackolder propri, diritti TV di rilievo e federazioni che continuano ad investire per la crescita».
Eppure agli inizi sembrava che tutto potesse andare per il verso giusto.
«Sì all'inizio sembrava che potesse funzionare, il Bari nel 2018 salvato dalla famiglia De Laurentis, con a capo il figlio Luigi, ripartiva dai dilettanti e la Pink Bari era in serie A. Era anche un connubio che avrebbe potuto funzionare, la massima serie per le donne e gli uomini impegnati nella risalita. Ma ben presto si è capito che tutti gli sforzi economici sarebbero stati riservati solo a loro, bisognava risalire in fretta, non ci si poteva distogliere da questo obiettivo. La femminile eri lì e poteva continuare come aveva sempre fatto».
Quante volte ha visto o sentito i DeLa?
«Credo di aver incontrato il presidente Luigi De Laurentis solo una volta, quando ci ha concesso di giocare al San Nicola con la Roma. L'incontro è stato presso Palazzo di città alla presenza dell'allora sindaco Antonio De Caro. Altre volte ho parlato con il responsabile del settore giovanile e il segretario generale, quando ancora speravamo di poter collaborare per lo sviluppo del calcio giovanile».
Ma la Pink ha provato a far sentire la sua voce?
«Sì la Pink ha provato a far sentire la sua voce, denunciando il mancato rispetto delle promesse e delle manifestazioni di intenti proclamate dalla società al momento dell'acquisizione, ma nessuno ci ha ascoltato. Il Bari cresceva, i tifosi erano contenti, la promozione in serie A si avvicinava. Quanto poteva essere importante che i DeLa si preoccupassero della Pink? Infine, le donne possono anche non giocare a calcio o se proprio vogliono possono farlo in campetti di provincia. Anche voi della stampa avete aspettato la quasi retrocessione per cercare di capire cosa non ha funzionato e cosa non funzionerà».
Cosa prevedono le norme federali?
«Il regolamento impone ancora una filiera femminile completa per le società maschili in serie B, dai pulcini all'Under 17, quindi 4 squadre ed è quello che il Bari fa. Da qualche anno tessera circa 80 ragazzine per adempiere ad un obbligo imposto dalla Federazione, che se non rispettato prevede una sanzione di 10000 euro per ogni categoria oltre il mancato accesso ai contributi eventualmente destinati allo sviluppo ed alla promozione del calcio femminile. 80 tesserate per una città con circa 320.000 abitanti credo che renda l'idea dell'impegno del Bari nel calcio femminile».
Perché avete deciso di interrompere il vostro percorso che era diventato un punto di approdo per tante ragazze non solo baresi, ma del Meridione?
«Al termine della stagione sportiva 2021/2022 abbiamo deciso di fermarci perché non più in grado di sostenere l'impegno economico che il calcio femmile richiedeva. La crescita del movimento femminile, che per fortuna c'è stata, ha portato il professionismo per la serie A e ingaggi sempre più importanti per le altre categorie. I costi per le infrastrutture sportive sono aumentati, così come tutti i servizi che avevamo sempre messo a disposizione per i nostri settori giovanili (alloggi, scuole, assistenza sanitaria e formatori), fiore all'occhiello della società, che per ben 4 anni, dal 2018 al 2022 è stata tra le quattro società a giocare le Final Four Nazionali con Juventus, Inter e Roma (unico club dilettante)».
Pensa che la connessione tra maschile e femminile possa essere il futuro? Oppure la vicenda di Bari insegna che sono due mondi per ora separati che difficilmente si incontreranno?
«Quando la Federazione ha puntato su questo modello credevo fermamente che fosse l'unica soluzione possibile, però se guardiamo il nostro paese è evidente che anche lo sviluppo del calcio maschile non è omogeneo sul territorio. I club titolati e vincenti sono per lo più al Nord, il Sud fa fatica anche nel maschile, la doppia velocità, per quanto i governi cerchino di sconfiggerla, esiste. Al Sud bisognerebbe puntare maggiormente sulle società femminili esistenti, come incubatori d'impresa, anzi acceleratori d'impresa e vedere se, nelle giuste condizioni, possono diventare delle società di prima categoria. Per far questo occorrono investimenti, strutture e formazione».
Come valuta la percezione del calcio tra le ragazze baresi e, se vorranno salire di livello, dove andranno ora che la Pink non c'è?
«Le giovani pugliesi sono tenaci e caparbie, iniziano a giocare nei settori maschili per poi raggiungere le società femminili anche distanti km se vogliono veramente giocare e crescere. Le famiglie sono molto più disponibili di 20 anni fa. Quindi non sono preoccupata per loro, chi di loro si impegna e crede fortemente nel voler fare la calciatrice riuscirà ad emergere. E poi la Pink Bari c'è sempre e per il momento è in serie C ma mai dire mai. La nostra partnership metodologica con la Juventus continua ed è proprio di qualche giorno fa la notizia che la giovanissima Mallardi, trasferita a Torino 3 anni fa, ha firmato il suo primo contratto da professionista».
Se il Bari dovesse cambiare proprietà, secondo lei ci sono ancora i presupposti per creare un connubio con la vostra conoscenza ed esperienza nel settore oppure è un capitolo chiuso?
«Se il Bari dovesse cambiare proprietà, cosa che certamente accadrà nel 2028, salvo nuove deroghe federali ad hoc, tutto potrebbe accadere, credo che non ci manchi la competenza per avviare nuovi progetti. Ma per quanto sognatrice sono anche pratica, e senza attendere il 2028 credo che le istituzioni e l'amministrazione comunale possano sin da subito dare segnali positivi per la squadra femminile della città. Bisogna passare dalle dichiarazioni di intento ai fatti, sostenere la nostra crescita e sviluppo sarebbe dare un seguito visibile alle pari opportunità nella nostra città, vorrebbe dire affermare che le donne hanno realmente lo stesso valore degli uomini e le stesse possibilità».
















