È un ragionamento a imbuto quello che offre Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, oggi a Bari per la prima tappa al Sud della mobilitazione in favore del Made in Italy. Si parte dalle categorie generali, cioè la difesa delle produzioni italiane, le «follie» di Bruxelles, le clausole degli accordi internazionali, per poi «stringere» su problemi dirimenti per la Puglia e il Mezzogiorno. A cominciare dalla crisi dell’olio e dal dramma della Xylella.
Presidente Prandini, iniziamo dalle premesse: la sovranità alimentare del nostro Paese è minacciata?
«È sicuramente sotto pressione ma siamo convinti che se avremo coraggio come sistema Paese l’agricoltura e l’agroalimentare potranno essere un volano economico strategico. Non perché l’Italia non sia in grado di produrre cibo di qualità, anzi. È in pericolo perché le regole del mercato europeo consentono l’ingresso di prodotti che non rispettano gli stessi standard richiesti ai nostri agricoltori. Quando l’Europa permette di importare cibo ottenuto con fitofarmaci vietati, con costi sociali e ambientali più bassi e senza trasparenza sull’origine, si mina la sovranità alimentare, si mette a rischio la salute dei cittadini consumatori e si colpisce il reddito delle imprese agricole. Per tutto questo stiamo attraversando l’Italia con le nostre assemblee, che in pochi giorni hanno visto coinvolti oltre 20mila agricoltori, e che ora arrivano al Sud a Bari dove l’agricoltura rappresenta un comparto chiave. Diamo vita a un sistema che vale 707 miliardi di euro e 4 milioni di occupati».
Quali sono i principali nodi critici e quanto ne risente il Mezzogiorno?
«I nodi sono chiari: importazioni senza reciprocità, prezzi agricoli compressi sotto i costi di produzione, filiere sbilanciate e controlli insufficienti. Il Mezzogiorno ne risente più di altri territori perché è frontiera fisica delle merci extra Ue e perché concentra produzioni strategiche come grano duro, olio e ortofrutta. Qui il dumping estero non è un tema teorico, ma una minaccia quotidiana a reddito, occupazione e tenuta sociale. Dobbiamo difendere il Made in Italy e trasformare il Mezzogiorno in una grande piattaforma economica e logistica per l’export».
La protesta contro il Mercosur continua: cosa non va nonostante le garanzie politiche?
«Intanto ribadisco un concetto: noi siamo assolutamente favorevoli agli accordi di libero scambio. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Noi vogliamo confrontarci ad armi pari sul mercato. Quello che chiediamo, di qualsiasi accordi si tratti e con qualunque Paese del Mondo, è una reciprocità reale e un sistema di controlli efficace. Le stesse regole imposte ai nostri produttori devono valere per chi vuole vendere in Europa. Altrimenti subiamo una insopportabile concorrenza sleale. Siamo contrari ad accordi dove l’agricoltura sia trattata come merce di scambio come avveniva 30 o 40 anni fa. Non commettiamo l’errore di pensare che tutto sia legato al Mercosur, il ragionamento è più ampio e sottile».
Gli accordi con Giappone e India hanno avuto una accoglienza diversa. Perché?
«Perché in quei casi c’è una maggiore attenzione alla qualità, alle indicazioni geografiche e al valore del Made in Italy. L’internazionalizzazione è nel Dna di Coldiretti, ma funziona solo se le regole valgono per tutti e, ripeto, non si apre la porta a concorrenza sleale. Non tutti gli accordi sono uguali: quelli che premiano la qualità sono un’opportunità, quelli che favoriscono il dumping sono un rischio mortale».
Alla fine della giostra, l’Unione europea è nemica dell’agricoltura italiana?
«L’Europa non è un nemico e durante le nostre proteste abbiamo sempre detto che non è questa l’Europa che vogliamo. Non è l’Europa della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati che hanno perso il contatto con la realtà agricola e dell’economia reale e per l’agricoltura questa miopia ha portato a proporre dei tagli mortali alla Pac. Quando si aprono i mercati senza tutele, si riducono le risorse della Pac o si impongono obblighi ideologici scollegati dalla sostenibilità economica delle imprese, si danneggiano agricoltori e cittadini. L’Europa non può puntare alla desertificazione produttiva interna, è una follia».
Però le risorse della Pac sono state confermate e aumentate: è un segnale positivo?
«Dobbiamo dire grazie al nostro Governo e in particolare modo al ministro Lollobrigida e alle mobilitazioni che abbiamo fatto in Italia e a Bruxelles con migliaia di soci agricoltori se oggi abbiamo recuperato 10 miliardi. Abbiamo fatto fare marcia indietro alla presidente Von der Leyen, un segnale importante e non scontato. Ma ora conta come quei fondi verranno utilizzati. Servono strumenti per la stabilizzazione del reddito, per gli investimenti e per la competitività. Pretendiamo semplificazione e taglio di quella burocrazia che soffoca i nostri produttori. I soldi devono arrivare davvero alle imprese agricole e sostenere chi vive di agricoltura».
A queste latitudini è cruciale il problema dell’olio fra concorrenza sleale e calo della produzione. E ora c’è il rischio di un raddoppio delle importazioni a dazio zero dalla Tunisia...
«Siamo nettamente contrari. Sarebbe un colpo durissimo all’olivicoltura italiana, già messa in ginocchio da crisi produttive e fitosanitarie. Importare più olio a basso costo, prodotto con regole diverse dalle nostre, significa spingere i prezzi sotto i costi di produzione e incentivare il dumping. Serve invece difendere l’olio italiano con controlli, trasparenza e valorizzazione dell’origine».
Ragionare di olio vuol dire anche ragionare di Xylella: favorevoli a un Commissario Straordinario?
«Servono meno incertezze e più decisioni operative, perché il tempo perso ha già avuto costi enormi per i territori e le imprese. Allo stesso tempo è indispensabile una forte sburocratizzazione e semplificazione delle procedure per accedere ai fondi destinati alla rigenerazione, agli espianti e ai reimpianti. Chiediamo un vero piano nazionale che punti al sostegno al reddito, alla ricerca scientifica e alla semplificazione amministrativa».
Infine, la transizione green. Una sorta di croce e delizia. È vero che il mondo agricolo è protagonista del cambiamento ma come la mettiamo quando i pannelli solari costringono all’espianto di migliaia di alberi?
«Siamo favorevoli alle energie rinnovabili, ma non contro l’agricoltura. La transizione non può trasformarsi in consumo di suolo agricolo e distruzione del paesaggio. I pannelli vanno su tetti, capannoni, aree industriali dismesse e strutture agricole, non su terreni fertili o al posto degli ulivi. Con il Pnrr oltre 20mila imprese agricole hanno investito per il fotovoltaico sui tetti portando 2 gigawatt in più di energia al Paese. Siamo protagonisti della transizione, perché ambiente, energia e produzione agricola devono stare insieme, non uno contro l’altro, per evitare speculazioni dove gli agricoltori diventino delle vittime col risultato dell’abbandono delle aree coltivabili. Dobbiamo distribuire in modo equo il valore all’interno della filiera dove i nostri imprenditori devono avere un giusto reddito economico».
















