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Lo Scontro tra toghe

Bari, il diritto di tribuna? «Gli avvocati sbagliano ma ora torni il sereno»

Parla Salvatore Casciaro, magistrato barese, già presidente della giunta distrettuale barese dell’Anm, oggi in servizio a Roma e segretario nazionale del «sindacato delle toghe»

Bari, il diritto di tribuna?  «Gli avvocati sbagliano ma ora torni il sereno»

BARI - Il Consiglio giudiziario è una sorta di piccolo Csm a livello distrettuale. Ne fanno parte magistrati togati (alcuni di diritto, altri eletti) e componenti laici (tre avvocati e un docente universitario). Di recente una modifica al regolamento «barese» voluto dai togati ha cancellato il cosiddetto «diritto di tribuna», ovvero la possibilità per i laici di potere assistere alle riunioni senza diritto di voto. Salvatore Casciaro è un magistrato barese stimato ed equilibrato, in passato presidente della giunta distrettuale barese dell’Anm, oggi in servizio a Roma. Soprattutto, è il segretario nazionale del «sindacato delle toghe». Ecco perché il suo è un osservatorio molto privilegiato.

Segretario Casciaro, perché secondo lei i componenti togati eletti del consiglio giudiziario del distretto barese non vogliono il diritto di tribuna?
«Le ragioni sono state espresse nel dibattito in seno al consiglio giudiziario e, a quanto mi consta, sono state enunciate anche in un comunicato della giunta barese dell’ANM che ha evidenziato come si tratti di un tema assai delicato, ove entrano in gioco diversi valori meritevoli di bilanciamento: da un lato l’esigenza di trasparenza dell’azione pubblica, dall’altro la tutela della riservatezza su dati sensibili che possono riguardare la salute o la vita privata dei singoli magistrati del distretto, le cui funzioni giudiziarie, ove vi fosse diffusione anche involontaria di tali notizie, potrebbero subire com’è comprensibile indebiti condizionamenti esterni».

Qual è la posizione dell’Anm?
«Sono questioni dibattute su cui vi sono, com’è naturale che sia, diverse sensibilità. La mia opinione è che il consiglio giudiziario barese ha effettuato una scelta ponderata supportandola con solidi argomenti. Lo stesso CSM nel maggio scorso ha invitato i consigli giudiziari ad effettuare un’attenta valutazione prima di riconoscere il diritto di tribuna stante l’assenza di un dato normativo primario di supporto, il che mi induce a ritenere che il consiglio giudiziario di Bari, nelle sue valutazioni, ne abbia ora tenuto conto. Se posso comprendere l’iniziale disappunto legato al fatto che è intervenuto un mutamento della disciplina regolamentare, mi sembrano nondimeno eccessive le polemiche anche assai aspre che ne sono scaturite. Riporterei la questione nel suo alveo naturale, si tratta di una previsione che era frutto di prassi locale e non di una facoltà riconosciuta dalla legge».

Cosa avviene di così segreto all’interno dei consigli giudiziari al punto che in alcune riunioni non è gradita la partecipazione, peraltro senza diritto di voto, sia dell’avvocatura, sia dell’accademia?
«Davvero nulla di segreto, glielo assicuro. Solo l’esercizio di compiti delicati che incidono sulla vita professionale dei magistrati o su aspetti di possibile rilievo disciplinare per cui la disciplina vigente, frutto di una scelta del legislatore come tale insindacabile, prevede che la riunione sia in “composizione ristretta”».

Ma l’avvocatura è una componente fondamentale della giurisdizione.
«Gli avvocati sono parte fondamentale della giurisdizione ed è prezioso e aggiungerei decisivo il contributo tecnico e valoriale che essi forniscono anche all’interno del consiglio giudiziario in tutte le attività per cui è formalmente prevista la composizione “allargata” dell’organo. Altro è il c.d. diritto di tribuna in relazione al quale vengono in rilievo considerazioni diverse, non ultimo il fatto che proprio quegli avvocati che partecipano alle deliberazioni dell’organo consiliare in composizione ristretta potrebbero essere presenti quotidianamente nella dialettica processuale nelle aule di giustizia».

Considerato che è già prevista la sospensione del diritto di tribuna in casi particolari, quando ci sono ad esempio esigenze di privacy o indagini in corso sui magistrati, l’ulteriore stop non pone di fatto un problema di trasparenza?
«La facoltà di sospensione cui lei allude sposterebbe solo in avanti il terreno della disputa, che verrebbe poi a concentrarsi sui presupposti formali dell’esercizio di quel potere di sospensione. Meglio sciogliere a monte il nodo, senza eludere il problema che va affrontato, a parer mio, tenendo essenzialmente in considerazione la disciplina contenuta nel d. lgs. 25/2006, che non prevede come sappiamo il diritto di tribuna».

Come si concilia tutto questo con il disegno di legge che prevede una introduzione per legge del diritto di tribuna?
«Si concilia proprio per il rilievo che il ddl Bonafede, il cui iter parlamentare è ancora in itinere, vorrebbe introdurre innovazioni nella disciplina in materia, ma non si può pretendere che tali innovazioni allo stato non ancora intervenute, e che potrebbero anche non essere approvate dal Parlamento, siano anticipate da prassi locali».

Gli avvocati parlano di “arretramento culturale”.
«Parlare di “arretramento culturale” mi sembra un modo fuorviante di porre una questione che è essenzialmente tecnica e va esaminata sempre nel rispetto delle diverse posizioni, ma tenendo conto del quadro normativo e dei valori sottesi».

All’interno del Csm i laici concorrono a decidere su carriere, promozioni e trasferimenti dei magistrati. Ciò non avviene nei distretti. Perché?
«Diverso è il caso del CSM, dove i componenti laici che votano sulle valutazioni di professionalità esercitano un ruolo istituzionale di rilievo costituzionale non calato nelle realtà locali, tant’è che non possono esercitare la professione legale durante il mandato consiliare. Per questo trasporre quello schema ai consigli giudiziari, con la previsione addirittura come taluno auspica di un diritto di voto, potrebbe determinare gravi conseguenze. I componenti laici dei consigli giudiziari, chiamati a votare sulle valutazioni di professionalità, sarebbero in tal caso anche coloro che esercitano la professione legale nel distretto del magistrato sottoposto a valutazione, il che potrebbe determinare una commistione dei rispettivi ruoli sul territorio e possibili contraccolpi sull’indipendenza della magistratura».

Ci sono margini secondo lei per ricomporre lo strappo barese?
«Ho prestato servizio per tanti anni negli uffici giudiziari baresi e conosco non solo il valore dei colleghi ma anche l’alto profilo dell’avvocatura e dell’accademia. E’ una comunità giudiziaria che individua nel dialogo e nel confronto sul merito delle questioni, nel rispetto dei rispettivi ruoli, la cifra del suo agire quotidiano. Comprendo l’amarezza del foro, ma sono certo che si potrà riprendere, spero presto, il filo di un sereno confronto istituzionale».

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