Domenica 24 Marzo 2019 | 05:45

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Mi piace il presepio
e lo faccio così

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di MICHELE MIRABELLA

In tanti ricordiamo, Nannillo Cupiello, passato alla celebrità per una battuta pronunciata in Natale in casa Cupiello, capolavoro di Eduardo: «A me non mi piace il presepio».

Più che pronunciata, era biascicata in un borborigmo di livore screanzato dal figlio scioperato e gaudente e, poi, proclamata come una sfida dispregiativa. E lo sprezzo del Presepio riassumeva la iattanza e la pigrizia mentale dello scansafatiche accidioso e parassita. Sotto l’egida di questo genere di personaggi che non ingombrano solo i palcoscenici, ma città, paesi, nazioni, si arruolano da sempre molti stupidi sfiancati da un insopportabile snobismo attivato dal complesso dei provinciali che non riescono a comprendere che la Provincia è il sale della cultura italiana. »A me non mi piace il presepio», avvertono i caporali di tutte le estrazioni sociologiche quando pretendono altezzosamente di infliggerci il loro ego frustrato. Ma, per fortuna ci sono caporali e ci sono uomini. Avvertenza: a me i caporali, quelli in uniforme che servono il Paese, piacciono come mi piace, moltissimo, il Presepio. Non mi piacciono i caporali capibastone, gli infimi che, in forza dell’impiego, pretendono di comandare, imporre, proibire e criticare.

Una folla di «caporali» arabi tumultuanti ha demolito rabbiosamente per odio intollerante, in una grande città del nord Europa, un albero di Natale che riparava sotto rami e festoni colorati la mangiatoia del Bambino Gesù. Nessun libero pensatore ha mosso un dito per fermare questi Arabi islamisti che non hanno letto il Corano. Sì, altrimenti saprebbero che in quelle pagine si narra della venerata nascita di Gesù con varianti interessanti per chi voglia applicarsi all’amicizia tra le genti. Ma a questi teppisti «non piace il presepio».

«A me non mi piace il presepio» non lo dice di certo tale Bader bin Abdalá bin Mohamed bin Farhan al Saud, principe saudita, arabo e, presumo, maomettano, che ha letto il Corano e che ha comprato per 450 milioni di dollari, l’opera di attribuzione leonardesca Salvator mundi. Probabilmente la vuole mostrare, giustamente, nel grande museo saudita che sta per aprirsi. È il Cristo che salva il mondo il cui emblema, una sfera rotonda di cristallo, di perfezione stupefacente, tiene nella mano sinistra. Tutto il mondo. E il principe arabo lo sa e si lascia benedire con quella mano destra che ci benedice tutti. Anche i caporali.

Non piace il presepio neanche a quei «caporali» direttori scolastici e presidi che proibiscono addirittura, che il poetico artigianato gioisca nei corridoi degli edifici scolastici. Le loro «grida», un poco vigliacche, avvertono che si vuole, con il tetro proibizionismo laicista, rispettare tutte le altre religioni. Tutto questo senza interpellare «le altre religioni» o gli atei che studiano nelle loro scuole.

Ho messo in opera, dunque, il presepio. Quest’anno l’assetto strutturale è pianeggiante e solo qua e là collinoso, un poco brullo con qualche zona sabbiosa, ma con un laghetto con fontana e vasca circondata da palme noncuranti della presenza, poco più in là, di abeti dolomitici che non ci azzeccano niente ma fanno tanta scena. E ho messo molte arance che danno colore gioioso.

Non manca niente in un tripudio sincretistico di figure d’ogni provenienza: i pastori, da quello tradizionale con pecore e abbacchio regolamentare sulle spalle, al porcaro con maialini e scrofa premurosa, alla donna con formaggi e cacicavalli, allo zampognaro: si mescolano allo scrivano ottocentesco, al venditore di libri usati, al fiaccheraio e al cantiniere. Ho aggiunto, quest’anno, il pizzaiolo tripudiante per il recente riconoscimento dell’Unesco alla pizza napoletana. La lavandaia esibisce vicino alla grotta una generosa scollatura che mostra grazie di Dio lavando i panni ruvidi della Luce del mondo. Sono sicuro che questa non rinnegherà la pia governante. Nel presepio non sono graditi i bacchettoni.

Chi vede il mio teatro s’accorge che me il presepio piace. Un critico molto stupido disprezzò la mia Cavalleria rusticana dicendo che sembrava un presepio. Non capiva niente. Lo inventò San Francesco come una pièce teatrale, figuriamoci. Amo anche il presepio regolamentare, s’intende, con tutti i personaggi e i requisiti che la tradizione impone: Sacra Famiglia, bue, asinello, angelo annunciatore di pace.

Ogni anno, io lo aggiorno con nuovi santi pastori stupiti, con pecorelle devotissime, con magi in buona fede, ma anche con ospiti pellegrini dell’attualità e della cronaca. Devo ammettere che m’era più facile prima e, infatti, ancora annovero davanti alla capanna una band di suonatori di Jazz, un duo di scrivani somiglianti a Totò e Peppino e uno zampognaro tale e quale al mio dolce amico Massimo Troisi. Oggi, stante nella cronaca la penuria di nuovi candidati, candidati nel senso del candore dell’innocenza, in grado di assumere un ruolo in pianta stabile tra le pecorelle, scelgo come protagonista il pastore dei pastori: «u’ sckandat». Letteralmente, nel dialetto nostro, sta per «lo spaventato». È, costui, un singolare visitatore che staziona davanti alla grotta con un’espressione sgomenta, orante, con gli occhi sbarrati, le braccia spalancate e la bocca semichiusa in un fonema intelligibile solo dai puri di cuore che sembra esprimere l’atterrita gioia della salvazione annunciata. Non porta niente, né caciotte, né agnellini, né vino, né uova, né, tanto meno, stoffe preziose o spezie: «u sckandat» porta solo il suo stupore di fede e la sua letizia di speranza. Nel Presepe «u’sckandat» è il cittadino onesto, generoso, prodigo con gli ultimi e che offra, magari, le risorse utili a far presepi dovunque. Presepi di altruismo, civismo, giustizia, rispetto per l’ambiente, la cultura, la scuola, la ricerca. Dovrebbe promuoverli lo Stato, questi Presepi. Altro che presidi laicisti e alla moda. Diamoci da fare col candore dello «sckandat» che piace e commuove. Chi vorrà negarsi al pellegrinaggio sarà libero di farlo. Chi vorrà ubbidire all’Adoremus lo farà con gioia. L’Angelo della pace fa l’annuncio per tutti. Anche per Nannillo.

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