Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:50

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Le buone intenzioni
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di MICHELE PARTIPILO

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha deciso di rispettare i tre mesi di tempo previsti dalla legge-delega sulla riforma della giustizia e ha messo mano al decreto legislativo incentrato sulle intercettazioni. L’argomento è fonte costante di polemiche fra magistrati, giornalisti e opinione pubblica. Al telefono siamo abituati a dire di tutto e di più, senza freni e senza mai pensare che potremmo essere intercettati. Non necessariamente perché siamo sospettati di un qualche reato, ma perché lo è il nostro interlocutore.
Le intercettazioni costituiscono una deroga a quel regime di segretezza delle comunicazioni garantito dall’articolo 15 della Costituzione.

Nonostante la riserva di legge e di giurisdizione prevista dal costituente, appare come uno degli articoli più bistrattati. Lo sviluppo tecnologico e le accresciute esigenze di sicurezza - dalla criminalità organizzata al terrorismo - hanno allargato in maniera abnorme l’utilizzo di questo strumento d’indagine. Oggi accanto alle «tradizionali» intercettazioni ambientali (le cimici nascoste da qualche parte) e telefoniche, vi sono anche virus informatici che vengono installati nei telefonini o nei computer (i Trojan) per spiare corrispondenza e movimenti.
Ma non è questo a creare polemiche. Le intercettazioni scatenano uragani di polemiche (altro che Irma) quando diventano di dominio pubblico perché diffuse dai giornalisti. Malaffare, ma anche vicende private e amori galeotti finiscono così in prima pagina. Con il grande limite che le parole trascritte non riescono mai a rendere i toni del discorso. Per cui se si trascrive la frase: «Quello l’ammazzo», non si capisce se è una pericolosa minaccia; solo uno sfogo o un messaggio in codice.
Dopo la fase del «dagli al giornalista», qualcuno si è finalmente accorto che forse qualche Pm esagerava con le intercettazioni. Ipotesi confermata dai costi esorbitanti nei bilanci delle Procure. E a un esame più attento ci si è anche accorti che molto spesso certe intercettazioni - ininfluenti ai fini probatori - erano invece un’invitante esca per far parlare di quell’inchiesta che, altrimenti, non avrebbe dato la visibilità richiesta al magistrato di turno.
La proposta abbozzata dal ministro Orlando sembra spiazzare le posizioni precedenti e prevede che negli atti non siano riportate le trascrizioni delle intercettazioni, bensì il loro «contenuto» e dunque - sarebbe questa l’intenzione del ministro - verrebbero eliminati alla fonte tutti quei particolari che fanno tanto gossip e che talvolta rovinano la vita delle persone, ma che non hanno alcun valore nel processo.
L’ipotesi del «riassunto», cioè della citazione solo del contenuto delle intercettazioni, non è del tutto estranea al nostro ordinamento. L’articolo 114 del Codice di procedura penale differenzia il divieto di pubblicazione di atti, oltre che rispetto alle fasi del procedimento, anche rispetto a contenuto o testo integrale.
Se le intenzioni del ministro appaiono lodevoli, per ridurre alla fonte la tentazione di magistrati e giornalisti di «spiare dal buco della serratura», è immaginabile che però possa creare altri problemi. Se già un’intercettazione trascritta presta il fianco a interpretazioni, quanto un «riassunto» di intercettazioni non sarà condizionato da un’ipotesi investigativa, da un pregiudizio o - come pure può accadere - da uno scopo politico?
L’intuizione del ministro di andare alla fonte del conflitto è esatta. Non si può continuare a ritenere responsabili i soli giornalisti, ai quali qualcuno le carte deve pur darle, ma occorre intervenire sull’intero sistema della pubblicità degli atti. La bozza è animata in questo da buone intenzioni, non a caso cerca di regolamentare anche le nuove forme di «captazione», cioè l’utilizzo dei Trojan. Però ha bisogno di tempo per essere messa a punto in maniera efficace. Soprattutto per sottrarla alle visioni di parte che fino a oggi hanno partorito riforme inconcludenti in tema di giustizia. Non a caso gli arretrati dei nostri tribunali continuano a crescere e nelle carceri i detenuti in attesa di giudizio sono sempre un numero tale (circa 20mila su 56mila) da attirarci gli strali del Consiglio d’Europa.
È vero che i tempi della riforma sono dettati dalla legge-delega, ma è altrettanto vero che si tratta di un momento infelice, giacché la campagna elettorale ormai in pieno svolgimento non potrà certo portare serenità su un tema di per sé scottante. Il governo, nonostante lo scudo della delega, potrebbe andare incontro a imprevisti che potrebbero intaccare tutte le buone intenzioni. Del resto, si sa, la strada delle intercettazioni è lastricata di buone intenzioni.

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