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Dobbiamo attrezzarci per una vita da precari

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Domani in Giappone dovrebbero prendere il via le Olimpiadi. Il condizionale è d’obbligo visto il moltiplicarsi dei contagi fra atleti e addetti ai lavori, nonostante le rigide misure di prevenzione. Gli stessi organizzatori non hanno escluso un clamoroso annullamento, anche all’ultimo minuto. È difficile che accada, non perché la situazione non sia critica, visto che sul piatto della bilancia c’è anche l’aperta ostilità del popolo giapponese, che i Giochi potrà vederli solo in televisione, ma perché andrebbe in fumo il gigantesco business economico, ormai il vero motore di manifestazioni di questo genere. Non si può dimenticare che Tokyo 2020, come recita il nome, era evento che doveva celebrarsi l’anno scorso alla pari dei campionati europei di calcio, ugualmente targati 2020. Se non vi fossero stati i miliardi di dollari di contratti pubblicitari e diritti tv entrambe le manifestazioni sarebbero state probabilmente cancellate, con buona pace degli atleti, le cui ragioni nella ciclopica macchina degli affari contano ben poco.

Con ostinazione gli Europei di calcio sono stati giocati e noi italiani, visto come è andata, non possiamo lamentarcene. Però sarebbe stato più giusto saltare l’edizione visto che, a rigor di data, si stava compiendo un piccolo grande inganno e vista anche l’onda moltiplicatrice dei contagi che da quelle notti magiche – o forse tragiche – si sta riversando sulle città: dalle nostre a quelle di mezza Europa. Per giustificare eticamente la scelta di posticipare campionati e Giochi abbiamo utilizzato il termine resilienza, ovvero la capacità di alcuni materiali di resistere agli urti senza spezzarsi, metafora per altro ampiamente usata in questi tempi pandemici, proprio per indicare lo spirito di opposizione alla dittatura del virus.

Ecco, il punto è proprio questo: fino a quando saremo capaci – nello sport come nella vita quotidiana – di essere resilienti? Molti scienziati, fin dagli inizi della pandemia, hanno profetato che avremmo dovuto imparare a convivere con il virus. La portata di tale affermazione ancora oggi non è ben chiara. Convivere non significa soltanto viverci insieme, significa soprattutto adattare la nostra vita ai suoi capricci. Di qui la necessità di riconsiderare il nostro stile di vita, ovvero la società, in maniera più ampia e guardando a un arco temporale ben più lungo.

Secondo la felice espressione di Zygmunt Bauman la società contemporanea era stata definita come «liquida». Un concetto ben accettato sia tra gli studiosi che tra la gente comune in quanto di chiara evidenza. La modernità liquida, per dirla con le parole del sociologo polacco, è «la convinzione che il cambiamento è l'unica cosa permanente e che l'incertezza è l'unica certezza». Con il Covid non siamo più di fronte al cambiamento costante, ma di fronte alla precarietà. Ogni azione, idea, progetto umani sono gravati da un’alea sostanziale. Dalle più minute azioni quotidiane, come andare a fare la spesa, ai più complessi progetti industriali e finanziari, non sappiamo se domani davvero potremo realizzarli. Il lavoro precario, che tante battaglie sindacali e politiche ha alimentato, rischia di diventare la condizione generale. E non c’è dubbio che ogni situazione di precarietà è nemica – non solo in termini logici – della stabilità e quindi del progresso. Per certi versi sembra materializzarsi lo scetticismo di David Hume quando sosteneva che il fatto che il sole sorga ogni mattina non vuol dire che sorgerà anche domani. Ogni nostra certezza da un anno e mezzo a questa parte è vincolata all’andamento della pandemia. Lavoro, scuola, viaggi, matrimoni, benessere, affetti e ogni altro ambito è caduto sotto la giurisdizione sanitaria, con virologi ed epidemiologi divenuti i nuovi sacerdoti di una democrazia sospesa, rectius, precaria.

Tutti, e quindi anche i nostri politici, siamo stati tratti in inganno dall’ottimismo, dalla fiducia nei mezzi della scienza e abbiamo creduto che all’inizio della scorsa estate fosse tutto finito. Abbiamo invece nelle carni e nell’anima le ferite profonde che i nuovi assalti del Covid hanno provocato nelle persone, ma anche nel tessuto economico e sociale. Oggi siamo più cauti, anche se nella sostanza stiamo ripercorrendo lo stesso stretto sentiero dell’anno scorso, senza mai alzare gli occhi da terra per vedere qual è la meta. Se lo facessimo ci accorgeremmo che la meta in realtà non c’è, è fluttuante, la vediamo e poi tutto a un tratto scompare. In realtà non è la meta che si muove, siamo noi che perdiamo punti d’appoggio certi e cominciamo a vivere un conflitto interiore insanabile: da una parte l’esigenza innata di avere certezze e riferimenti sicuri, di riuscire ad affermare volontà e diritti; dall’altra la precarietà di ogni scelta che mette e rimette tutto in discussione ogni giorno. Basta chiederlo ai ragazzi andati a Dubai per studiare o per le vacanze e che si sono trovati reclusi in un albergo. Basta chiederlo a chi si muoveva per il mondo scendendo e salendo dagli aerei e ora si deve accontentare di webinair a colazione pranzo e cena. Basta chiederlo a quei giovani che hanno studiato per anni e che si laureano sì, ma quasi in clandestinità, solo con due persone ammesse in aula. Basta chiederlo a quegli atleti che si erano preparati per quattro anni nella speranza di disputare un’olimpiade, miserrima ricompensa a una vita di sacrifici e sudore, e poi hanno dovuto allungare ancora di un anno. Oggi sono più vecchi, forse anche più maturi, ma certamente più logori, e non sanno neppure se quest’anno sarà quello buono, anche se sono già a Tokyo.
Sarà difficile convivere con il virus, perché dobbiamo ristrutturare la nostra esistenza sul concetto di precarietà, con il riaffiorare di tutte le incertezze e quell’atavica insecuritas che ci portiamo dentro. Alla fine sarà anche una lezione alla nostra superbia, allo strapotere della tecnologia che ci fa illudere di dominare l’universo, tanto da poterci permettere gite spaziali, come il fuoriporta a Pasquetta. Sarà molto dura accettare la precarietà come nuovo carattere distintivo della società, ma molto probabilmente è inevitabile e a ben poco potranno servire le furbate di cambiare i nomi o i numeri alle cose, come è stato fatto a Tokyo 2020 che – forse – si celebra nel 2021.

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