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Il difficile puzzle che Draghi deve comporre

Le ricette di Draghi spiazzano i dragologi

Sono le ore e i giorni in cui Draghi sta domando questo coacervo di interessi contrastanti, spinte e controspinte

29 Maggio 2021

Gianfranco Summo

Alla fine la soluzione si troverà. La missione impossibile di Mario Draghi è attivare il meccanismo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) tenendo insieme le esigenze di Comuni, Regioni, sindacati, imprenditori e partiti. E non necessariamente in questo ordine di importanza.

La soluzione si troverà, e non può essere diversamente perché l’Unione europea ha acceso i motori: si prepara a raccogliere sui mercati finanziari i soldi per finanziare i progetti del Recovery fund (cioé il Pnrr. Piccola digressione: stiamo parlando del piano economico europeo di rinascita post Covid, si poteva trovare un nome unico e chiaro, buono per tutti e semplice da capire).

All’Italia arriveranno i primi 25 miliardi entro l’estate, e ce ne spettano oltre 200 in tre anni, un bel tesoretto. Ma se l’acconto può arrivare sulla parola, il resto viene finanziato solo a fronte di progetti chiari, identificati e approvati da Bruxelles. E nel frattempo a Roma ci si «confronta» su chi e come dovrà gestire i denari che ancora non ci sono.
Draghi è un negoziatore navigato, sa bene come dosare forza e persuasione. Altrimenti non sarebbe sopravvissuto per otto anni alla guida della Banca centrale europea diventando uno degli uomini più influenti del mondo.

E da consumato trattativista sa bene che il migliore accordo è quello che lascia tutti i protagonisti un po’ scontenti, come amano raccontare gli avvocati di esperienza.
In questa corsa contro il tempo, la Presidenza del Consiglio deve convincere Comuni e Regioni a cedere di fatto un pezzo di «sovranità» sui propri territori. La famosa «cabina di regia» di Palazzo Chigi altro non è che la centralizzazione di ogni procedura. Il premier sta usando il piano europeo come strumento per invertire la rotta del decentramento esasperato dell’ultimo decennio che ha dimostrato tutti i suoi limiti nell’emergenza sanitaria della pandemia.
Sindaci e governatori provano a limitare i danni, anche se più di tanto non possono pensare di irrigidirsi, altrimenti pagherebbero loro il conto politico del dover giustificare a imprese e sindacati il ritardo su progetti, cantieri e appalti che significano fatturati e posti di lavoro.

A proposito di lavoratori e imprese: Draghi deve cedere qualcosa anche a loro. E anche loro non possono pensare di creare una situazione di stallo, il tempo gioca a sfavore. L’estate è alle porte e uno studio Confindustria scrive con i numeri quello che ognuno di noi vede passeggiando per le città: al Sud la metà dei ristoranti rischia la chiusura. Sorte condivisa con chissà quante altre aziende, meno visibili ma altrettanto sofferenti.
Il decreto Semplificazioni - pezzo fondamentale del Pnrr - garantisce procedure rapide per gli appalti e i sindacati temono, non senza qualche ragione, che subappalti e ribassi possano diventare il grimaldello per destrutturare il mercato del lavoro saltando qualunque tavolo di concertazione. Ma anche i confederali sono nella scomodissima situazione di dover scegliere tra la disoccupazione galoppante e una ripresa del mercato del lavoro. Magari da aggiustare in seguito. Ma sempre meglio che un fiume di ammortizzatori sociali destinato a prosciugarsi a breve.

Infine ci sono i partiti, largamente scavalcati da un governo tecnico a cui sono costretti a dare ragione per dimostrata incapacità a creare alternative interamente politiche e anche per non dover sciogliere anzitempo le Camere, ripresentandosi nei collegi elettorali con una collezione di litigiosi fallimenti da raccontare a cittadini-elettori esasperati dalla crisi e disillusi da mille promesse vuote.
Sono le ore e i giorni in cui Draghi sta domando questo coacervo di interessi contrastanti, spinte e controspinte. Se saprà dare a ogni soggetto in campo una piccola bandiera da sventolare, un trofeo da lasciar esibire nel proprio campo, avrà dimostrato di essere all’altezza della sua fama. Ma senza che le «concessioni» vadano a compromettere l’efficienza dell’unico e ultimo treno che abbiamo da prendere per far ripartire il Paese.

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