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La grande rete rischia di essere dinamite pura per i più piccoli

La sintesi di questa lunga stagione di smarrimento minorile è stata ricondotta a due macrofattori: gli adulti sempre più inadeguati, le tecnologie sempre più invasive

La grande rete rischia di essere dinamite pura per i più piccoli

«Che dici: è alto abbastanza?». Cinque parole di didascalia. L'immagine: il vuoto oltre il cornicione di un palazzo, la sagoma di una scarpa da ginnastica bianca. Dopo aver pubblicato tutto sui social, intorno alle 10 del mattino, la 14enne volò giù dal tetto di uno dei palazzi di via Cardinale Ciasca, a Poggiofranco, quartiere signorile alla periferia di Bari.
L'eco di questa morte brucia ancora sulla pelle. Che cosa spinge una ragazzina a uccidersi? La paura di vivere che diametralmente esplode nel coraggio di sfidare la vertigine di un 15° piano? La rabbia, il dolore, la trasgressione, la depressione? Il grumo di sentimenti del mondo adolescente è dinamite pura, oscuro e imperscrutabile e bussa alle nostre coscienze e ci inchioda alle nostre possibili responsabilità: la loro fragilità è figlia della nostra?
Banalizzando, la sintesi di questa lunga stagione di smarrimento minorile è stata ricondotta a due macrofattori: gli adulti sempre più inadeguati, le tecnologie sempre più invasive.

Il terreno del dialogo e dei sentimenti, del confronto, dell’aiuto, delle sfide è diventato solo un terreno virtuale. Amore e odio sono in egual misura inscatolati in uno smartphone che contribuisce a rendere tutto un po’ irreale, finto, alterato. Nulla è realmente vero sebbene le conseguenze pratiche siano drammaticamente reali.

Il primo allarme di una generazione che avrebbe fatalmente perduto l’identità dinanzi all’ingombrante tirannia tecnologica viene lanciato in Giappone una decina di anni fa, quando la sociologia comincia a occuparsi degli hikikomori, i ragazzi che si chiudono in una stanza, si isolano e lentamente scivolano nell'esistenza parallela del web fino all’alienazione totale. E dal web irrompe oggi un altro mostro chiamato challenge, la sfida. Il Blackout è solo una di quelle che conosciamo, ed ecco perché il bambino di 9 anni morto a Bari lunedì pomeriggio dopo aver annodato intorno al collo una cordicella, ha subito fatto scattare l'allarme. Magari scopriremo che si è trattato di un maledetto incidente, eppure alla Polizia sequestrare tutti i dispositivi elettronici presenti nell’abitazione è sembrata la cosa più logica. È lì che infatti si stanno cercando tracce che possano ricondurre la tragedia al condizionamento psicologico che i nuovi social sembrano produrre.

Tra i 12/14 enni prende piede anche la sfida del planking, sdraiarsi nei posti più inconsueti (dalla ringhiera di un balcone a un incrocio stradale) filmarsi e pubblicare su TikTok. Piace anche la bird box challenge, ispirata a una serie tivvù di successo: esci di casa bendato mentre qualcuno ti riprende mentre magari rischi di essere investito. La sfida del killselfie anche detta daredevil selfie ricorda invece la tragedia della 14enne di Poggiofranco. Tutto nasce dalle gesta di un ragazzo di Toronto che una decina di anni fa scattò una foto con i piedi penzoloni dal un palazzo altissimo, la pubblico su Flickr e Reddit con la didascalia «ti renderò famoso». Effetto emulazione, brivido, sana incoscienza tutta minorile: sono questi i tasselli dell’allarmante affresco di una generazione in bilico.

Ma non è una scorciatoia attribuire ai social, a questo mondo segreto, precluso agli adulti, la causa dello smarrimento virale di bambini e adolescenti? Un comodo alibi, che la pandemia, e la clausura forzata degli ultimi mesi ha irrobustito: i ragazzi stanno a casa, davanti a cellulari e tablet, senza la consueta socialità, è chiaro che debbano scivolare nell’alienazione. (A proposito di pandemia: conoscete Coronavirus challenge? Inventato da Ava Louise una influencer di 21 anni che ha convinto tanti giovanissimi a leccare le tavolette dei wc in piena emergenza sanitaria. Su Instagram Ava ha collezionato in pochi mesi ben 175k follower). Pensiamo che siano i moderni mezzi di comunicazione la causa dello smarrimento, ma forse sono solo lo strumento del racconto, come negli anni Cinquanta una pellicola narrava la «gioventù bruciata»: una folle gara di velocità nella notte, da quel modello così diseducativo nacque il mito di James Dean.

Non possiamo smettere di indagare l’anima dei ragazzi, di scoprire ogni volta un pezzo di noi nella loro disperazione o nella loro incosciente felicità, nelle loro lacrime e nei loro sorrisi. Nei loro gesti, anche estremi. J.K. Rowling, nota come autrice della saga di Harry Potter ma anche straordinaria scrittrice di romanzi, descrive l’autolesionismo - pratica diffusissima tra gli adolescenti - toccando il cuore del tormento giovanile: «...La lama risucchiava il dolore dei suoi pensieri disperati e li tramutava in animalesco bruciore di nervi e pelle: a ogni taglio, sollievo e liberazione». Imparare ad ascoltare nervi e pelle che bruciano, questa la nostra sfida, ben oltre l’universo virtuale.

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