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BARI - L’indomabile Cecilia ha ceduto le armi. All’età di 93 anni è scomparsa l’altra notte a Roma la regista, sceneggiatrice e fotografa Cecilia Mangini. Era nata a Mola di Bari il 31 luglio 1927 e il suo nome nelle storie del cinema resta legato al film di montaggio di materiali d’archivio dal titolo All’armi siam fascisti!, da lei realizzato insieme al marito Lino Del Fra (scomparso nel 1997) e al critico Lino Micciché, con i testi del poeta e letterato Franco Fortini. Presentato a margine della Mostra di Venezia nel 1961 in uno spazio affittato, venne subito censurato e assai contrastato, arrivando nelle sale soltanto nella primavera del ’62 con un successo clamoroso per una pellicola deliberatamente politica e antifascista (nel ’62 Del Fra e Mangini vincono il Gran Premio Leone di San Marco per i documentari con il cortometraggio Fata Morgana sugli emigranti meridionali in viaggio verso il Nord). Altrettanto eclatante, anche grazie al Pardo d’oro del Festival di Locarno, fu l’accoglienza per Antonio Gramsci – I giorni del carcere diretto nel 1977 dallo stesso Del Fra, co-sceneggiato dalla Mangini, protagonista il barese Riccardo Cucciolla nei panni del pensatore comunista rinchiuso da Mussolini nel carcere di Turi.

Mangini militante e femminista ante litteram concepisce nel 1963 Divino amore, film sul santuario della Madonna alle porte di Roma caro al culto popolare, e nel ‘64 firma Essere Donne, uno dei primi documentari sulle trasformazioni sociali e culturali in atto nelle stagioni che preparano il boom e in quelle della Dolce vita. Intanto racconta in Tommaso la storia di un giovane brindisino che spera nell’assunzione al «Petrochimico». Sono anni fertili di incontri, di amicizie e di collaborazioni, come testimoniano le sue magnifiche fotografie, esposte a Bari nel 2018 alla Mediateca della Apulia Film Commission. Nella galleria di scatti d’epoca, ecco Federico Fellini seduto alla macchina per scrivere mentre corregge un testo con la penna d’oca, o Vasco Pratolini sorridente in posa davanti a Cecilia che aveva dedicato un memorabile documentario alla Firenze popolare, ghibellina e anarchica dell’autore di Metello. E ancora: Curzio Malaparte, Indro Montanelli, Chaplin, Pasolini, Moravia, Morante, Steinbeck, Carlo Levi, Zavattini, il regista indiano Satyajit Ray, Mario Soldati... Senza dimenticare la folla di volti contadini a un raduno per un comizio del Partito comunista italiano a Rutigliano nel 1956: tutti uomini, alcuni con la coppola, ipnotizzati dal sortilegio della macchina fotografica puntata su di loro da una donna!

La passione per la fotografia sbocciò alle Eolie, tra Lipari e Panarea, dove la giovane Cecilia - fiorentina d’adozione dall’età di sei anni - era in vacanza con una Zeiss Super Ikonta e obiettivo Tessar. Che cosa significava per lei essere una fotografa? Ci disse: «Spogliarsi di tutte le idee preconcette e andare in cerca non della verità - la verità non esiste -, ma di qualcosa di più profondo della verità, qualcosa di assolutamente nascosto». Nel laconico lucore di isole allora lontane da tutto, nelle cave di pietra pomice circondate dal Mediterraneo, lo sguardo della Mangini rivela il Sud «a metà strada fra la miseria e il sole» di cui scrive Albert Camus. Ritroviamo quello sguardo nel 1958 sul set di La legge dell’americano Jules Dassin, a Carpino, con Gina Lollobrigida, Paolo Stoppa, Yves Montand, Marcello Mastroianni e Melina Mercouri, spesso inquadrati dalla Mangini al fianco dei contadini garganici. Ed ancora la miseria e il sole rifulgono nelle foto scattate da Cecilia nel Vietnam del Nord in guerra tra il 1965 e il ’66, dove spericolatamente si reca con Lino Del Fra per i sopralluoghi di un film che non riusciranno a realizzare. Dalla frontiera con la Cina fino al confine con il Sud occupato dalle forze armate statunitensi, la coppia visita città, porti, rifugi, trincee, risaie, finché le autorità di Hanoi non impongono il rimpatrio.
I negativi del prezioso reportage giacevano da allora in un angolo della casa romana della Mangini, che nel 2020 li ha utilizzati per un documentario nato grazie alla tenacia del regista leccese Paolo Pisanelli. Due scatole dimenticate - Un viaggio in Vietnam, questo il titolo del film presentato a Rotterdam e in altri festival, è una sfida all’oblio scandita dalle stupefacenti immagini in bianco e nero di oltre mezzo secolo fa, in particolare dedicate alle donne vietnamite, «caste guerriere» impegnate con una carabina a sorvegliare i cieli donde piovevano le bombe dello Zio Sam. «In Vietnam - confidò - ebbi una gran paura, ma vidi molte cose che altrimenti non avrei capito».
Negli ultimi anni Cecilia tornava più spesso in Puglia, dove nei primi ‘50 era stata tra gli animatori del «Cineclub Bari» insieme con il «nostro» Vito Attolini, Francapia d’Amoia, Giuseppe Bianchi, Gigliola De Donato, Vito Maurogiovanni. È stata più volte ospite e protagonista del «Cinema del reale» a Specchia organizzato dallo stesso Pisanelli, uno dei suoi allievi o meglio sarebbe dire «discepoli», al pari di Mariangela Barbanente - molese doc - che nel 2013 ha co-diretto il bellissimo In viaggio con Cecilia, incardinato su Taranto e l’Ilva, ma girato anche a Brindisi. Già nel 2010 la Teca del Mediterraneo del Consiglio regionale pugliese, per volontà di Waldemaro Morgese e della compianta Maria Abenante, produsse Non c’era nessuna signora a quel tavolo. Il cinema di Cecilia Mangini, a cura di Davide Barletti e Lorenzo Conte, corredato da un libro di Gianluca Sciannameo sulla «ostinata passione» della nostra cineasta.
Ha realizzato una quarantina di documentari e collaborato con autori importanti. Fra tutti ricordiamo Pier Paolo Pasolini che sceneggiò l’esordio nel documentario della Mangini, Ignoti alla città, e poi La canta delle marane, entrambi sulle borgate romane (a Venezia nel 1958 e nel ‘62), e Marco Leto, regista battagliero e poetico, con cui lei scrisse La villeggiatura (1973).
C’era da ascoltarla per ore quando evocava - con estrema lucidità politica e priva di nostalgia - l’Italia e il Sud dell’etnologo Ernesto De Martino e dei canti funebri della Grecìa salentina cui nel ‘60 dedicò il documentario Stendalì (Suonano ancora), o il film La torta in cielo dalla fiaba di Gianni Rodari. Un’artista colta e generosa, visionaria e pasionaria, sempre ironica. Ciao Cecilia. 

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