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BARI - A leggere le cronache politiche di questi giorni e a seguire le trasmissioni tv sulla crisi di governo, verrebbe da pensare che a Roma sia sempre festa, che tutto vada bene, e che l’Italia non abbia alcun problema serio da affrontare. Si discute solo di persone e di incarichi, sempre di meno di questioni e soluzioni. Eppure la Penisola è la Grande Malata d’Europa. Eppure l’Unione ha previsto più soldi per lo Stivale, e per il Sud, proprio perché consapevole della gravità dei nostri malanni. Macché. Lo spettacolo trasmesso dai palazzi capitolini dimostra una beata indifferenza della nostra rappresentanza nei confronti dei guai di casa Italia, tanto che all’estero cominciano a preoccuparsi: «Vuoi vedere che l’Italia si lascerà sfuggire l’occasione del Recovery Fund, provocando contraccolpi negativi anche nelle altre capitali dell’Unione?». Persino il prudente eurocommissario Paolo Gentiloni, che non è propriamente un accanito rigorista, ha ricordato ai governanti del Belpaese che il debito pubblico non può crescere a oltranza e che prima o poi si tornerà alle regole, alla disciplina del Fiscal Compact. Invece il cicaleccio romano di questi giorni, arricchito pure da note pettegole, sembra aver voluto comunicare al mondo che viviamo nel Paese di Bengodi, non già nel Paese finanziariamente più a rischio del Vecchio Continente. 

Possibile che ci si debba dividere sulle persone, cioè sulle nomine, anziché sui problemi? Possibile.
Renzi contro Conte. Conte contro Renzi. E poi tutti gli altri a giocare di sponda. C’è chi dice, ad esempio, che il Pd abbia prima usato Renzi contro Conte e successivamente Conte contro Renzi. C’è chi dice che Renzi abbia verificato la compattezza del centrodestra, in particolare di Forza Italia, prima di scegliere tra astensione e opposizione sul voto di fiducia al governo. E poi le campagne acquisti rinfacciate da uno schieramento all’altro. E poi le interviste quotidiane tutte intrise di tatticismo, di cinismo, di opportunismo.

Andava così anche in passato. Però, in passato, ci si spaccava sulla distribuzione del potere, ma ci si spaccava pure sulle scelte politico-programmatiche da adottare. Ora, invece, i programmi tendono a somigliarsi come due sci mentre ci si divide come Orazi e Curiazi sulla gestione.
Non può continuare così, anche perché oltre confine non accade la stessa cosa, il che porta il resto d’Europa a guardare con malcelata preoccupazione ciò che accade nella Capitale italiana.

Intendiamoci. Ogni tanto il New Generation Eu, ossia il pacchetto di aiuti per la ripresa dal Covid-19, fa capolino nella discussione politica nazionale. Ma il dibattito è monopolizzato dalla voglia di visibilità di Tizio o Caio, dalle ambizioni ministeriali di questo o quello, dai piani di potere di dei tipi più sfrontati. Del fatto che di questo passo si rischia di perdere il Piano Marshall-bis (modello Unione Europea), del fatto che l’Italia non è piena di progetti per aspirare ai soldi comunitari, del fatto che la stessa Europa bacchetta un’Italia poco preparata alla nuova sfida, si occupano e si preoccupano in pochi.
Anche negli anni Cinquanta l’ingresso nel mercato comune europeo non raccolse, in Italia, il plauso generale dei partiti in campo. Ma i governi del tempo si dimostrarono all’altezza del compito, scegliendo una linea politica fondamentale (l’europeismo) per la rinascita del Paese. Oggi metà Parlamento è ostile per principio all’Europa, mentre l’altra metà le è favorevole, ma non ha la forza di farsi ascoltare e, soprattutto, non sembra particolarmente capace di attuare le direttive, gli accordi presi in sede comunitaria.

Ma in Italia pochi, o pochissimi, vogliono confrontarsi sui problemi, che richiedono ore ed ore di studio. I più vogliono confrontarsi sugli aspetti (diciamo) collaterali e frivoli della vicenda politica: è meno faticoso, fa salire l’Auditel in tv, alimenta il tasso di notorietà, che per molti politici è più importante della mamma.
Anche per questa ragione, per l’insostenibile leggerezza nei momenti e nei punti chiave della nazione, l’Italia rischia una regressione più grave della retrocessione in B di una squadra pluriscudettata.
Né l’opinione pubblica dà la sensazione di preoccuparsi a dovere per il deficit di classe dirigente di cui soffre la bella (?) Italia. Tutto è leggero da noi. Tutto è riconducibile agli sgambetti reciproci tra Tizio e Caio.
Peccato. Peccato perché perdere o disperdere il Recovery Fund significa pregiudicare l’avvenire dei nostri figli.

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