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In Puglia e Basilicata

L'ANALISI

Per sempre pattumiere dell'Italia: adesso basta

In Puglia e Basilicata più scorie e radiazioni che in zone con centrali atomiche

Il bubbone atomico è spacchettato in giro per l'Italia e andrebbe condensato in un luogo sicuro, lontano dai centri abitati, in un sito solido, a prova di terremoti e bombe

06 Gennaio 2021

Massimo Brancati

Un fantasma si aggira in Puglia e in Basilicata, territori candidati a diventare «pattumiera d'Italia».

Per i lucani è un deja-vù di diciassette anni fa, quando Scanzano Jonico venne indicato come deposito di scorie radioattive scatenando un finimondo approdato nella storica manifestazione dei centomila di novembre 2003. Dopo quella dura battaglia il progetto sembrava scongiurato ma, come in un macabro gioco dell'oca, ecco che il segnaposto torna al punto di partenza. Qualche chilometro più in là della famosa grotta di salgemma che avrebbe dovuto ospitare la spazzatura atomica, oggi diventata Città della Pace per volere di Betty Williams, premio Nobel nel 1975.

Ma come allora si ripropongono i dubbi sui criteri adottati per la scelta del sito. Esattamente come quell'area, anche per le attuali nomination parliamo di zone abitate, soggette ad attività agricole, interessate da potenziale rischio sismico e dalla minaccia alluvionale.

Non certo dettagli di poco conto. C’è un punto che deve giustamente preoccupare pugliesi e lucani. Partendo dall’idea che la scelta, qualunque scelta, potrà verosimilmente incontrare la resistenza dei residenti, contro la Puglia e la Basilicata giocano alcuni punti fondamentali: innanzitutto entrambe stanno già pagando in termini ambientali la presenza di attività petrolifere e di fabbriche fortemente impattanti come l'Ilva di Taranto. La presenza di una miriade di discariche ormai sature fa da contorno a un contesto territoriale provato da anni di sfruttamento industriale che hanno lasciato scheletri radioattivi (le 64 barre di uranio, targate Elk River, a Rotondella) e siti di interesse strategico da bonificare (Tito e Valbasento).
C'è poi la questione spopolamento che, in particolare, ha ridotto gli abitanti lucani a 570mila unità, con un conseguente scarso peso dal punto di vista elettorale che troverà un riflesso nella prossima rappresentanza parlamentare, ridotta a sette unità per effetto della riforma sul taglio di deputati e senatori.

Ecco perché la Basilicata, ancor più della Puglia, rischia di essere individuata come ventre molle del Paese. Come terra di scarto da immolare. Dopo anni di sussurri e indiscrezioni è stata resa nota la mappa dei potenziali siti. Una «triste roulette russa», come la definì l'allora governatore lucano Vito De Filippo, attuale deputato di Italia Viva, che non è il frutto – come più volte auspicato dagli amministratori che si sono succeduti in questo ultimo ventennio – di una condivisione con i territori interessati. Scelta calata dall'alto, evidentemente, per evitare il classico effetto Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in base al quale le decisioni di natura ambientale partono dalla generale consapevolezza che l'industria produce lavoro e sviluppo, che il petrolio, ancora oggi, è la principale fonte di energia, che i rifiuti nucleari devono essere depositati da qualche parte. A meno che non si voglia spedirli sulla Luna. Da qualsiasi parte va bene, ma non vicino a casa mia.

Il bubbone atomico è spacchettato in giro per l'Italia e andrebbe condensato in un luogo sicuro, lontano dai centri abitati, in un sito solido, a prova di terremoti e bombe. Un deserto. Qualcuno, al Governo, pensa che l'identikit porti alla Murgia apulo-lucana, a Taranto, ai territori cerniera tra Puglia e Basilicata. Ignorando studi scientifici che hanno smarcato queste aree da qualsiasi ipotesi del genere, l'ultimo dei quali risale al 2017 quando l'Ordine degli ingegneri di Matera, presieduto all'epoca dall'attuale parlamentare Gianluca Rospi, realizzò insieme agli ordini professionali dei Geologi e degli Architetti un corposo dossier destinato alle istituzioni da cui si evinceva la pressoché totale inidoneità del territorio lucano a ospitare rifiuti nucleari. Lo ha ribadito ieri anche il ministro Roberto Speranza, mentre il sottosegretario ai Trasporti Salvatore Margiotta, ha precisato meglio i contorni della vicenda, rassicurando i lucani: la «nomination» non significa essersi già caricati sul groppone il sito. In base ai punteggi assegnati a ciascuno dei 67 luoghi potenzialmente idonei alla realizzazione del deposito unico nucleare, le «location» lucane possono dormire sonni tranquilli. Resta da capire cosa accadrà per la Puglia.

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