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L'analisi

L’unico vaccino che può guarire le democrazie ammalate

STATI UNITI - Il presidente Donald Trump

STATI UNITI - Il presidente Donald Trump

Come era facilmente prevedibile, Donald Trump (New York, 1946) sta facendo il diavolo a quattro pur di non lasciare la Casa Bianca

12 Novembre 2020

Giuseppe De Tomaso

Come era facilmente prevedibile, Donald Trump (New York, 1946) sta facendo il diavolo a quattro pur di non lasciare la Casa Bianca, anche a costo di interrompere il tradizionale fair play fra tra sconfitti e vincitori che caratterizza la democrazia americana. E anche a costo di picconare il pilastro centrale su cui ruotano le autentiche democrazie: la legittimazione tra gli sfidanti, la rinuncia a demonizzare gli avversari.

Alcuni analisti spiegano e, in parte, giustificano l’offensiva del Magnate battuto, con questo ragionamento: è vero, Trump ha perso, ma il trumpismo no, come attesterebbero i cospicui voti popolari ottenuti dal suo indomito araldo. Il trumpismo, argomentano costoro, è vivo e lotta con più forza di prima, gettando le basi per la rivincita nelle presidenziali del 2024.
È davvero così? Davvero il rifiuto trumpiano ad accettare un trasloco naturale e soft dalla dimora palladiana più influente del pianeta è frutto della strategia dei due tempi (linea dura oggi per ipotecare la candidatura repubblicana tra 4 anni sull’onda di un populismo mai domo), o invece tradisce qualche retrorichiesta o qualche retropensiero non estranei alla storia della Casa Bianca? Facciamo un salto.

Quando nel 1985 i mille Grandi Elettori italiani lo elessero, quasi plebiscitariamente, presidente della Repubblica, il caustico Francesco Cossiga (1928-2010) rispose così agli amici che gli facevano festa: «Non dovete farmi gli auguri perché oggi sono diventato capo dello stato, ma perché tra sette anni sarò ex capo dello stato. Da ex presidente conserverò gli onori, ma non più gli oneri della carica. Quale condizione migliore per un uomo?».

Anche i presidenti americani, prima di Trump, hanno sempre dato l’impressione di non vedere l’ora di entrare nel club degli ex presidenti. E si capisce. Soldi a palate grazie alle conferenze strapagate. Consulenze da capogiro. Incarichi vari. Relazioni internazionali di rango. Status da padri della patria. Rispettabilità sociale al top. Insomma, onori e tesori a vita. Tanto che quando pregarono Bill Clinton (Hope, Arkansas, 1946), che aveva concluso il suo doppio mandato presidenziale poco più che cinquantenne, di candidarsi a sindaco di New York, la reazione del marito di Hillary prese in contropiede pure gli amici più speranzosi: «La vita privata è uno spasso». Sfido io.

Anche per Trump la vita privata potrebbe o avrebbe potuto essere uno spasso. È vero che lui, il Tycoon, è, per definizione, ricco di suo (ma non c’è unanimità al riguardo). Però i fatturati, i ricavati post-presidenziali, non sono mica pochi spiccioli. Farebbero gola anche a un abbonato alle classifiche di Bloomberg sui paperoni del pianeta. Evidentemente, se i copiosi quattrini da emerito non paiono sedurre il marito di Melania, la ragione va trovata nella sua (di Trump) incerta situazione giudiziaria, soprattutto in campo fiscale, dove, si sa, la severità delle autorità di controllo yankee è proverbiale e non fa sconti a nessuno.

Che Trump abbia scatenato il suo branco di pitbull legali per premere sul successore Joe Biden (Scranton, Pennsylvania, 1942) affinché costui gli conceda o, meglio, si impegni a concedergli una forma di immunità (preventiva)? Probabile. Del resto, non sarebbe una novità assoluta. Anche Richard Nixon (1913-1994), appiedato dallo scandalo Watergate e a rischio prigione, lasciò la Casa Bianca a Gerald Ford (1913-2006) in cambio della promessa (presto mantenuta) di grazia presidenziale. Ma Ford doveva tutto a Nixon, che lo aveva portato alla vicepresidenza, mentre Biden non deve nulla a Trump che, anzi, non ha mai smesso di massacrarlo verbalmente tutte le volte che ha incrociato il suo nome e il suo volto.

Non è rassicurante lo spettacolo che arriva dall’America. Non è confortante, per l’istituzione democrazia, l’ostinazione di Trump nel non voler riconoscere il successo di Biden. Sembra, quasi, che Trump abbia delle elezioni la stessa idea che aveva lo spicciativo Josif Stalin (1878-1953): «Non contano i voti, conta chi conta i voti». La cultura del sospetto, in democrazia, non è, né può essere, l’anticamera della verità. Così come lo scontro politico non può essere liquidato come una perdurante, estenuante organizzazione di complotti. E dal momento che l’America non è un’isoletta sperduta nell’oceano, ma resta la più importante nazione democratica del globo, ogni cattivo esempio in arrivo dagli States è destinato, inevitabilmente, a incontrare solerti imitatori in altre aree del mondo. In soldoni: se la democrazia Usa prende il raffreddore, qualche altra democrazia può prendere la polmonite o, per restare all’attualità, può ammalarsi di quel Coronavirus non ancora neutralizzato dal vaccino di cui si parla in questi giorni.

Il vero vaccino infallibile di ogni democrazia si chiama legittimazione reciproca fra i competitori alla guida degli stati. Finora ha funzionato. Ma se, all’improvviso, dovesse fare fiasco, come rischia di accadere negli Usa con Trump rinchiuso nel bunker ad accendere i suoi irriducibili, sarebbero guai seri per tutti. Non solo colà.

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